Eurovision, il boicottaggio che ha portato Israele sul podio
Commento di Deborah Fait
Deborah Fait
Doveva essere l’anno dell’isolamento totale.
Doveva essere il festival della “punizione morale”.
Doveva essere la grande notte in cui Israele sarebbe stato sommerso dai fischi, cancellato dalle classifiche, espulso dal cuore dell’Europa impegnata, woke e "progressista", in altre parole un'Europa mai stanca di essere antisemita.
E invece è arrivato il televoto, quella cosa fastidiosa chiamata “pubblico”.
Quella massa incontrollabile di persone normali che non legge i comunicati degli attivisti sui social e che, incredibilmente, vota la canzone che le piace.
E così Noam Bettan, tra appelli al boicottaggio, minacce, manifestazioni, editoriali indignati e isterie collettive, è arrivato secondo all’Eurovision Song Contest. Secondo! Capite il dramma per tutti gli antisemiti e per quei cinque Paesi che hanno rinunciato a partecipare per boicottare Israele e invece hanno boicottato sé stessi: Spagna, Irlanda, Slovenia, Paesi Bassi e Islanda.
Per mesi ci avevano spiegato che Israele era ormai “isolato dal mondo”.
Che “nessuno lo sopportava più”.
Che “l’opinione pubblica globale” era compatta.
Poi però milioni di europei hanno preso il telefono e hanno votato Israele. Che enorme maleducazione… un vero tradimento, direi, ai valori razzisti di tanti imbecilli.
Naturalmente adesso partiranno le analisi sociologiche: oltre ai cani addestrati da Israele a telefonare per dare il loro voto (non sto scherzano, è stato detto davvero) chissà quale altra baggianata inventeranno.
Mai una volta che venga considerata un’ipotesi rivoluzionaria:
forse la gente si è semplicemente stancata della propaganda urlata ventiquattr’ore su ventiquattro.
Perché c’è qualcosa di meravigliosamente comico in questa vicenda: più cercano di trasformare qualsiasi cantante israeliano in un criminale internazionale, più una parte del pubblico reagisce al contrario e gli dà il voto, perché è bravo/a, perché la canzone è bella!
Anni fa all’Eurovision si litigava sulle stonature, sui vestiti assurdi, sui balletti kitsch.
Adesso sembra una sessione d’emergenza delle Nazioni Unite che decide sulle risoluzioni contro Israele.
Manca solo qualcuno che presenti una risoluzione contro le paillettes sioniste.
Eppure, nonostante tutto, Israele continua a cantare.
E continua persino a piacere. Che frustrazione dev’essere per i professionisti dell’indignazione permanente.
Preparano campagne gigantesche, hashtag apocalittici, lettere aperte, petizioni, boicottaggi culturali, minacce di ritiro… e poi arriva la casalinga spagnola, il tassista greco, lo studente tedesco, la pensionata italiana e votano la canzone israeliana perché, scandalo assoluto, la trovano bella.
Il vero problema di certi militanti è che confondono Twitter con la realtà.
Vivono dentro una bolla dove Israele sarebbe universalmente odiato, salvo poi scoprire che fuori dalla bolla esiste ancora un continente pieno di persone che ragionano con la propria testa.
E allora eccolo lì, il secondo posto di Noam Bettan: non solo un risultato musicale, ma una gigantesca pernacchia europea al conformismo obbligatorio, al tanto agognato "fuori Israele da tutto".
Il punto è la faccia di quelli che per mesi avevano promesso l’umiliazione pubblica di Israele e si sono ritrovati a dover gestire i propri travasi di bile. Una tragedia.
Anzi no: una commedia.
Molto europea. Molto tragicomica. E una vittoria tremendamente meritata.
Sul web ho trovato questo pezzo molto interessante firmato Ohavim (Noi amiamo):
La delegazione albanese all'Eurovision ha detto qualcosa che ogni israeliano dovrebbe leggere: "Vorrei che Israele vincesse e che colpisse in un occhio tutti gli antisemiti".
Ci sono momenti in cui si legge qualcosa e non si riesce a credere che sia vero.
Mentre tutta l'Europa è contro Israele, mentre i paesi minacciano di ritirarsi dall'Eurovision se Israele partecipa. Mentre i manifestanti anti-israeliani bruciano bandiere blu e bianche da Madrid ad Amsterdam.
Mentre la Spagna è diventata il paese più antisemita d'Europa.
La delegazione albanese all'Eurovision dice: "Vorrei che Israele vincesse l'Eurovision. E che colpisse in un occhio tutti gli antisemiti".
Rileggete. Albania. Un piccolo paese musulmano nei Balcani. Che dice a Israele: "Vogliamo che tu vinca. Dì a tutta l'Europa che ha torto". "Antisemiti, non siamo con voi".
E questo ha un legame storico che è importante comprendere. Perché l'Albania è l'unico paese in Europa che ha avuto più ebrei dopo l'Olocausto che prima. Guardate i numeri. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, in Albania c'erano 200 ebrei. Alla fine della guerra, erano quasi 2.000. Perché ci hanno salvato. Villaggio dopo villaggio. Famiglia dopo famiglia. Gli albanesi hanno nascosto gli ebrei nelle loro case, proprio sotto il naso dei nazisti. Hanno rischiato la loro vita. La vita dei loro figli. Senza chiedere nulla in cambio. Perché gli albanesi hanno un codice morale chiamato "Bassa": proteggere l'ospite anche a costo della propria vita. Ed è quello che hanno fatto per noi.
E ora, 80 anni dopo, mentre tutta l'Europa cerca di screditarci e isolarci, gli albanesi vengono e ci dicono: "Siamo con voi".
Cara Albania. Ti vediamo. Ricordiamo la nostra storia comune. E sappi che se Israele vincerà davvero l'Eurovision quest'anno, metà della sua bandiera sarà tua.
Grazie. Grazie.
E dico anch'io grazie, personalmente coinvolta, perché la mia amata cognata Imelda era albanese.
Noam arriverà in Israele in trionfo, come è accaduto un anno fa a Yuval, la bravissima Yuval, anch'essa arrivata seconda grazie al voto del pubblico.
Israele si è sempre fatto onore all'Eurofestival: Quattro vittorie (1978-1979-1998 e 2018) e tanti secondi posti in tempi difficili.
Nonostante le nostre tragedie "non smetteremo mai di ballare e di cantare". Alla faccia di milioni di antisemiti col mal di fegato.
takinut3@gmail.com