Sciopero anti-Occidente. L’USB paralizza l’Italia contro Usa e Netanyahu
Commento di Paolo Crucianelli
Testata: Il Riformista
Data: 16/05/2026
Pagina: 4
Autore: Paolo Crucianelli
Titolo: Sciopero anti-Occidente. L’USB paralizza l’Italia contro Usa e Netanyahu

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 16/05/2026, a pag. 4, il commento di Paolo Crucianelli dal titolo: "Sciopero anti-Occidente. L’USB paralizza l’Italia contro Usa e Netanyahu"

Lunedì 18 maggio si fermerà mezza Italia. USB ha proclamato uno sciopero generale di 24 ore che fermerà treni, trasporto pubblico locale, scuole, sanità non d’emergenza e pubblico impiego. Le motivazioni meritano una lettura attenta, perché mostrano come si rovina una giusta rivendicazione a forza di ideologia.

Sul piano delle rivendicazioni economiche, le ragioni dello sciopero sono solide. La richiesta di un meccanismo di adeguamento automatico di salari e pensioni al costo della vita risponde a un’emergenza reale: dal 2022 i lavoratori italiani hanno perso potere d’acquisto e nessun rinnovo contrattuale lo ha recuperato. Le critiche al riarmo al 5% del PIL e alla scelta di non tassare gli extra-profitti energetici e bancari sono argomenti che si possono condividere o respingere, ma stanno dentro il perimetro classico di una piattaforma sindacale: riguardano la distribuzione del reddito nazionale, materia su cui il governo italiano è competente e i lavoratori hanno interesse diretto. Su questo terreno lo sciopero sarebbe stato comprensibile, difendibile, persino popolare oltre la base abituale di USB.

E invece la piattaforma è stata caricata di altro. Degli 11 punti del documento, 6 riguardano direttamente Israele, Stati Uniti, Venezuela e Cuba, Sumud Flotilla, blocco navale a Gaza, “minacce di invasione” americane, embargo a L’Avana definito “criminale”, rottura delle relazioni con Tel Aviv, embargo armi, controllo dei porti italiani: una piattaforma di politica estera militante, se non delirante, che cita solo le guerre occidentali e tace in modo assoluto sull’aggressione russa all’Ucraina, in corso da oltre 4 anni e con effetti diretti sui prezzi energetici e sui bilanci pubblici. Questa selettività è il marchio di fabbrica dell’anti-occidentalismo: una posizione politica legittima, ma una posizione politica, non una rivendicazione sindacale.

C’è anche un problema giuridico, sul punto Venezuela e Cuba in particolare. La Corte Costituzionale, con la sentenza 290 del 1974, ha sdoganato lo sciopero politico ancorandolo però a una condizione precisa: deve riguardare misure suscettibili di incidere sul lavoro subordinato, o interessi soddisfacibili solo da atti del governo o della legge italiana. Le “minacce statunitensi al Venezuela” e il “blocco a Cuba” non rientrano in quel perimetro: il governo italiano non ne ha competenza. È il punto più fragile, su cui un’eventuale opposizione formale avrebbe appigli.

Il danno politico è però più grande di quello giuridico. Caricare una piattaforma sindacale di tesi geopolitiche così connotate produce due effetti immediati: regala al governo l’alibi per liquidare l’intera protesta come “sciopero ideologico”, e allontana i lavoratori che condividono le rivendicazioni salariali ma non quelle internazionali. Il messaggio che arriva è che per scioperare con USB bisogna sottoscrivere un pacchetto chiuso che include la posizione terzomondista anti-occidentale. È una richiesta di adesione politica, non di sostegno sindacale, e svuota la rappresentatività di uno strumento che sull’inflazione e sui salari avrebbe potuto pesare davvero.

Esiste un’idea semplice di forza sindacale: si chiama disciplina della rivendicazione. Significa che chi vuole vincere una battaglia la combatte da sola, non la mette in un mazzo. USB ha scelto la strada opposta, e il risultato è uno sciopero che si auto delegittima nel momento stesso in cui viene proclamato. L’inquinamento ideologico anti-occidentale, mascherato da anti-imperialismo, rende grottesca una protesta che sui punti economici avrebbe potuto parlare a tutto il Paese. Per chi crede che salari, pensioni e servizi pubblici vadano difesi sul serio, è un’occasione mancata. Per il governo, è un regalo che non aveva chiesto.

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