"L'anno prossimo a Gerusalemme" non era una poesia. Era una promessa
Commento di Deborah Fait
Testata: Informazione Corretta
Data: 16/05/2026
Pagina: 1
Autore: Deborah Fait
Titolo: "L'anno prossimo a Gerusalemme" non era una poesia. Era una promessa

"L'anno prossimo a Gerusalemme" non era una poesia. Era una promessa

Commento di Deborah Fait

 Deborah Fait
Deborah Fait

 

Il 15 maggio 1967 è stata liberata Gerusalemme dall'occupazione giordana.

Yom Yerushalayim non è soltanto una ricorrenza israeliana. La sua liberazione ha significato per milioni di ebrei il giorno in cui la storia, dopo secoli di esilio, persecuzioni e umiliazioni, ha smesso di essere soltanto memoria ed è tornata realtà. Una magnifica realtà attesa per duemila anni.

Nel giugno del 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, Israele si trovò circondata da eserciti arabi che parlavano apertamente di distruzione. L’Egitto chiuse gli Stretti di Tiran, le radio arabe promettevano di “gettare gli ebrei in mare” e di "tenere le donne giovani per gli harem". Il piccolo Stato ebraico viveva giorni di paura, stava per essere distrutto perché questa era la volontà dei suoi nemici che erano tanti, tanti di più. 

Poi accadde qualcosa che cambiò la storia del Medio Oriente.

In sei giorni Israele respinse gli eserciti nemici e i paracadutisti israeliani entrarono nella Città Vecchia di Gerusalemme, ormai ridotta alla fame per il veto degli arabi di portare viveri alla popolazione.

Quando il comandante Mota Gur pronunciò alla radio la frase: “Il Monte del Tempio è nelle nostre mani”, per il popolo ebraico fu il ritorno al cuore della propria identità. Gli ebrei del mondo intero piansero.

Per capire l’emozione di quel giorno bisogna ricordare cosa era successo prima.

Dal 1948 al 1967 la parte orientale di Gerusalemme era sotto controllo giordano. Era proibito pregare al Muro Occidentale (Kotel) a ridosso del quale, in spregio, erano state messe delle latrine pubbliche, decine di sinagoghe furono distrutte o profanate, per vent'anni agli ebrei era vietato il luogo più sacro dell’ebraismo. Il Monte del Tempio era irraggiungibile. Questo non indignò nessuno  nel mondo come non indigna nessuno che ancora oggi gli ebrei non possano salire sul Monte del Tempio per pregare. Non possono nemmeno muovere le labbra in silenzio che arriva subito la polizia palestinese per cacciarli, nota bene che questo accade in territorio israeliano, o ricevono qualche pietra lanciata dai bravi, pacifici e democratici palestinesi che il mondo ama per poter odiare di più gli ebrei. 

Quando i soldati israeliani arrivarono davanti alle pietre del Kotel, il Muro del Pianto, molti piansero, non più per nostalgia, ma dalla felicità. Piansero perché, dopo duemila anni, gli ebrei erano tornati a casa.

E c’è qualcosa che il mondo dimentica troppo spesso:

Gerusalemme è citata centinaia di volte nella Bibbia ebraica. Nemmeno una sola volta nel Corano. 

Gerusalemme è il centro spirituale dell’ebraismo da tremila anni. Nessun altro popolo l’ha avuta nel cuore con la stessa continuità storica. Gli ebrei pregano sempre rivolti verso Gerusalemme anche mentre venivano espulsi, massacrati, dispersi in Europa, nel mondo arabo, in Russia.

“L’anno prossimo a Gerusalemme” non era una poesia. Era una promessa di sopravvivenza e di ritorno alla Casa dei Padri e delle Madri di Israele dai miseri ghetti d'Europa in cui erano rinchiusi.

Oggi, mentre Israele è ancora in guerra e mentre nel mondo cresce un odio antico travestito da politica, il Yom Yerushalaim assume un significato ancora più forte. Gerusalemme è la prova vivente che il popolo ebraico non è scomparso nonostante tutto quello che è stato fatto per cancellarlo.

Hanno distrutto Templi.

Hanno imposto esili.

Hanno costruito ghetti.

Hanno acceso roghi.

Hanno bruciato i libri degli ebrei.

Poi hanno bruciato anche gli ebrei.

Hanno aperto campi di sterminio.

Eppure gli ebrei sono ancora qui, a pregare davanti alle stesse pietre, davanti a quel Muro rimasto del grande Tempio di Salomone.

Ed è questo che tanti non sopportano:

che Israele esista, che Gerusalemme sia viva, e che il popolo ebraico sia sopravvissuto ai crimini della storia senza rinunciare alla propria identità.

Gerusalemme divide il mondo, ma unisce il cuore ebraico.

Da tremila anni. E per sempre.

Gerusalemme riesce sempre a tirare fuori qualcosa di molto speciale, nessuno può salire verso la Città Santa senza provare una profonda emozione perché non è solo una città: è memoria, fede, dolore, ritorno e speranza insieme.

Gerusalemme ha attraversato guerre, assedi, distruzioni e rinascite. È una città che porta sulle pietre il peso della storia e, allo stesso tempo, una straordinaria capacità di sopravvivere. La stessa capacità del popolo che l'ha costruita in tutta la sua bellezza e che non ha mai perso la speranza di ritornare a viverci.

Ebbene, siamo ritornati. Il mondo non lo accetta ed è tornato a far rivivere le leggi razziste del 1938 ma inutilmente questa volta. Abbiamo Israele, abbiamo Gerusalemme che è là per ricordare a tutto il mondo di essere la capitale eterna e indivisibile del Popolo ebraico. 

"Gerusalemme d'oro". Canta Ofra Haza

https://www.youtube.com/watch?v=7uzzXFKn2PE

takinut3@gmail.com