L’antisionismo non può esistere senza l’antisemitismo, come non esiste il frappè senza gelato
Commento di Roni Brunn
Testata: israele.net
Data: 15/05/2026
Pagina: 1
Autore: Jerusalem Post
Titolo: L’antisionismo non può esistere senza l’antisemitismo, come non esiste il frappè senza gelato

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Jerusalem Post dal titolo: "L’antisionismo non può esistere senza l’antisemitismo, come non esiste il frappè senza gelato. Le accuse dell’antisionismo traggono forza dalla attivazione di preesistenti miti anti-ebraici: perciò appaiono automaticamente credibili senza bisogno di prove, e sono refrattarie a confutazioni e smentite"

 

Scrive Roni Brunn: Molti di coloro che danno voce alla retorica antisionista insistono sul fatto che loro si limitano a criticare lo Stato di Israele. Sono antisionisti, affermano, non antisemiti. E lasciando agli ebrei il compito di dimostrare come e quando quella sedicente critica si trasforma in odio antisemita

Olbia, agosto 2025

Ma è un trabocchetto.

In realtà, l’antisemitismo sta all’antisionismo come il gelato sta al frappè.

Come non puoi fare un frappè senza il gelato, allo stesso modo l’antisionismo dipende strutturalmente dalla infrastruttura antisemita.

L’infrastruttura antisemita opera in modo automatico: le accuse sembrano intuitivamente plausibili, la reazione si inasprisce e la violenza viene razionalizzata come resistenza.

L’antisionismo moderno non è una semplice critica delle politiche israeliane. È un movimento di odio pregiudiziale fondato su una precisa ideologia.

Si considerino tre accuse principali attorno alle quali si organizza la retorica antisionista: che Israele commetta un genocidio, che pratichi l’apartheid, che rappresenti un colonialismo di insediamento.

Ciascuna di queste accuse trae la sua forza non dalle prove, ma dall’attivazione di miti ereditati dall’antisemitismo.

Ristorante King of Falafel and Shawarma (Queens, New York): “Israele commette genocidio a Gaza”, “Sionismo è terrorismo”, “Dagli Usa alla Palestina, abolire lo stato coloniale”

La menzogna del genocidio. Le accuse di “omicidio rituale” hanno creato percorsi cognitivi che rendono le accuse contro gli ebrei intuitivamente plausibili, anche in assenza di prove.

Quando circolano immagini di bambini palestinesi sofferenti, si attivano schemi mentali secolari sugli ebrei che “fanno del male ai bambini”: non perché le persone credano consapevolmente ai miti medievali, ma perché l’accusa risulta familiare.

Si pensi alla famosa foto in prima pagina del New York Times del luglio 2025, che ritraeva un bambino di Gaza emaciato. Il giornale ha poi dovuto ammettere che il bambino soffriva di disturbi congeniti, non di malnutrizione.

Ma per causare il danno era stata sufficiente la composizione dell’immagine (sopra a un titolo che parlava di “morte per fame” a Gaza ndr). Realizzata in modo da evocare una Pietà di Michelangelo, la foto attivava schemi antisemiti, senza enunciarli esplicitamente.

L’infrastruttura opera attraverso la risonanza, non ha bisogno di dichiarazioni esplicite.

L’accusa di genocidio acquista peso solo perché la Shoah ha creato sia il quadro giuridico sia la risonanza morale che rendono il genocidio il male supremo.

L’antisionismo se ne serve, ribaltando la prospettiva: strumentalizza la forza evocativa della Shoah per accusare gli ebrei di perpetrare ciò che hanno subìto. La “simmetria” evocata è talmente potente di per sé da non aver bisogno di prove e dimostrazioni.

Miamisburg (Ohio, Usa), aprile 2025: “Qui lavorano ebrei”

La calunnia dell’apartheid. L’etichetta dell’”apartheid” dipinge gli ebrei come oppressori privilegiati.

L’etichetta funziona perché esistono già gli schemi antisemiti sulla ricchezza, il potere e le pretese di “unicità” degli ebrei (unita alla lettura sbagliata del concetto di “popolo eletto” ndr). Il tutto reso particolarmente popolare dai Protocolli dei Savi di Sion del 1903, un documento falso che pretendeva di svelare una cospirazione ebraica globale volta a controllare finanza, media e governi.

L’antisionismo aggiorna questi miti con una terminologia moderna.

La presunta sovra-rappresentazione degli ebrei nel diritto, nella medicina, nei consigli d’amministrazione li dipinge come oppressori “iper-bianchi”.

L’accusa non ha bisogno di prove, visto che l’infrastruttura anti-ebraica la rende plausibile.

Uscita ovest della stazione di Bologna, ottobre 2025

Ebrei autoctoni dipinti come colonialisti di insediamento. L’accusa di colonialismo di insediamento richiede come minimo di cancellare una maggioranza scomoda.

Più della metà degli ebrei israeliani sono mizrahim, ovvero profughi espulsi da paesi arabi e musulmani, non colonizzatori europei.

Gli ebrei provenienti da Iraq, Yemen, Marocco e Iran non si sono “insediati” in Israele: sono fuggiti in Israele (come peraltro anche molti ebrei provenienti da altri paesi ndr).

Eppure, la visione antisionista dipinge tutti gli ebrei israeliani come invasori stranieri, riattivando un vecchio stereotipo: che gli ebrei siano ovunque eterni stranieri che contaminano le terre in cui vivono.

Il nazismo utilizzò ampiamente questa logica, presentando gli ebrei come portatori di contaminazione razziale. L’accusa di “colonialismo di insediamento” ripropone la stessa premessa.

[Nota Josh Warhit: “Laddove l’antisemita dipingeva gli ebrei come inquinatori non-bianchi che corrompono le società europee, l’antisionista li ridefinisce come l’opposto: invasori iper-bianchi di terre extraeuropee, e sostituisce l’ebraismo internazionale con il sionismo internazionale come la forza che, a suo dire, muove i fili degli affari mondiali”.]

Il terreno è ulteriormente preparato dal vecchio cliché antisemita della doppia lealtà. L’accusa di “colonialismo di insediamento” si nutre anche di questo. Se si dà per scontato che gli ebrei sono al servizio di una potenza straniera, etichettarli come “coloni” non richiede prove.

Il quadro concettuale del “colonialismo di insediamento” attiva tutti i preesistenti cliché sulla “estraneità” degli ebrei.

Bandiere Hezbollah a Milano, 25 aprile 2026. Sul cartello: “Smantellare Israele/inferno”

Chiamiamo le cose con il loro nome: l’antisionismo è antisemitismo 2.0. Riconosciamo i movimenti d’odio dai loro effetti: chi viene preso di mira, chi viene ferito, chi viene ucciso.

Dal 7 ottobre 2023 vengono vandalizzate sinagoghe, studenti ebrei sono banditi dai campus, vengono incendiate attività commerciali ebraiche, ebrei vengono aggrediti in tutto l’Occidente non per aver sostenuto politiche specifiche, ma per il semplice fatto di essere identificabili come ebrei.

L’antisionismo è costruito su classici materiali antisemiti, rivisitati in chiave contemporanea e diffusi con il linguaggio della giustizia sociale.

Il set di accuse di infanticidio, omicidio rituale, avvelenamento dei pozzi ecc., le teorie complottiste sul potere ebraico, i cliché del popolo che si reputerebbe “eletto” nel senso di privilegiato, gli stereotipi sulla doppia lealtà e sull’ebreo come eterno straniero: tutta l’infrastruttura antisemita fa sì che le accuse “antisioniste” sembrino vere prima ancora che vengano prese in considerazione le prove.

La questione non è se possiamo separare il frappè dal gelato. Non si può.

La questione è se siamo disposti a denunciare un movimento di odio per quello che è, e smetterla di chiedere agli ebrei di dimostrare, ancora una volta, che quello che li prende di mira e li colpisce è proprio odio pregiudiziale.

(Da: Jerusalem Post, israele.net, 17.3.26)

http://www.israele.net/scrivi-alla-redazione.htm