Le atrocità e violenze sessuali perpetrate il 7 ottobre 2023 furono sistematiche, diffuse, deliberate e costituiscono una componente calcolata della feroce carneficina contro Israele
Articolo del Jerusalem Post
Testata: israele.net
Data: 13/05/2026
Pagina: 1
Autore: Jerusalem Post
Titolo: Le atrocità e violenze sessuali perpetrate il 7 ottobre 2023 furono sistematiche, diffuse, deliberate e costituiscono una componente calcolata della feroce carneficina contro Israele

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Jerusalem Post dal titolo: "Le atrocità e violenze sessuali perpetrate il 7 ottobre 2023 furono sistematiche, diffuse, deliberate e costituiscono una componente calcolata della feroce carneficina contro Israele. Un rapporto di 300 pagine dolorosamente dettagliato pone fine a ogni tentativo di negare"

Cochav Elkayam-Levy, presidente fondatrice della Commissione Civile sui crimini del 7 ottobre contro donne e bambini, e principale autrice del relativo rapporto

A più di due anni e mezzo dall’attacco di Hamas del 7 ottobre contro Israele, la Commissione Civile, una ong appositamente nominata sui crimini commessi da Hamas contro donne e bambini, ha pubblicato martedì il rapporto più completo finora disponibile, che documenta l’uso non occasionale, bensì sistematico, di violenza sessuale, stupro e “kinocidio” da parte del gruppo terroristico durante quella carneficina.

Tra le principali conclusioni del rapporto di 300 pagine figurano esempi di stupri di gruppo, violenze sessuali per terrorizzare le famiglie e persino casi in cui parenti vittime sono stati costretti a compiere atti sessuali l’uno sull’altro.

“Considero questo rapporto un momento cruciale, un momento di svolta, perché una volta pubblicato non si tratterà più di chiedersi se questi eventi siano mai accaduti, ma quali siano le conseguenze” dichiara Cochav Elkayam-Levy, presidente della Commissione, in un’intervista esclusiva rilasciata al Jerusalem Post alla poco prima della pubblicazione del rapporto.

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Elkayam-Levy afferma che il suo team, composto da avvocati, ricercatori e professionisti medici e forensi, ha lavorato instancabilmente per “garantire che [le vittime] non vengano più messe in dubbio, che non vengano più messe a tacere”.

Il rapporto, intitolato “Silenced No More: Sexual Terror Unveiled. The Untold Atrocities of October 7 and Against Hostages in Captivity (“Non più zittite: il terrore sessuale svelato. Le taciute atrocità del 7 ottobre e contro gli ostaggi in cattività”), costituirà la base di un archivio storico di immagini e testimonianze della spietata aggressione, e giunge in un contesto che vede ancora continui tentativi di negare o minimizzare da parte di alti funzionari e sedicenti attivisti per i diritti umani e delle donne, i quali seguitano a negare che i terroristi di Hamas abbiano condotto un attacco ben pianificato utilizzando la violenza sessuale in modo sistematico per terrorizzare le loro vittime.

“Hanno filmato le vittime per essere sicuri che il mondo sapesse cosa stava succedendo” spiega Elkayam-Levy, sottolineando che la documentazione digitale condivisa dagli stessi terroristi il 7 ottobre costituisce una delle principali basi del rapporto.

“Ci siamo sentiti profondamente in dovere di denunciare tutto – afferma – Si è trattato di terrorismo sessuale di una crudeltà eccezionale, e credo che un aspetto importante sia stata la documentazione digitale, il fatto che i crimini siano stati celebrati” da coloro che li commettevano.

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Eppure, nonostante queste prime prove, così come le convincenti testimonianze di testimoni oculari e soccorritori, molti cosiddetti professionisti in tutto il mondo si sono rifiutati di riconoscere che si fosse verificata violenza sessuale o che fosse stata usata come strumento di terrore.

“Quello è stato il momento che ci ha spezzato il cuore – ricorda Elkayam-Levy – Non veniva negata solo dai troll dei social. Veniva negata da persone come la professoressa Judith Butler, che ha detto: ‘Non ne sono sicura, non ho visto le prove dello stupro’. Quando mai una studiosa femminista getta dubbi in questo modo su una vittima di stupro dicendo: mostrami le prove del tuo stupro?”.

Elkayam-Levy riconosce che “la violenza sessuale è sempre il crimine più negato. Ma in questo caso abbiamo visto un ulteriore livello di negazione da parte di coloro che dovrebbero dare ascolto, e questo ci ha fatto capire che dovevamo creare qualcosa di completamente diverso”.

La giurista e attivista per i diritti umani afferma che la Commissione si è adoperata per raccogliere e documentare tutto il materiale “nel modo più meticoloso possibile”.

L’archivio conta più di 10.000 fotografie e segmenti video, per un totale di oltre 1.800 ore di analisi visiva, oltre a più di 430 testimonianze, interviste e incontri con sopravvissuti, testimoni, ostaggi liberati, esperti e familiari.

Le vittime rappresentate nell’analisi, secondo il rapporto, appartenevano a 52 nazionalità diverse.

Il materiale è stato catalogato, codificato, confrontato, mappato nel tempo e nello spazio e integrato in un database incentrato specificamente sui crimini sessuali e di genere. L’indagine ha inoltre utilizzato materiale open source, set di dati geolocalizzati, sopralluoghi, consulenze di esperti e pratiche di documentazione post-trauma.

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“Abbiamo utilizzato rapporti precedenti per capire come presentare le prove che avevamo raccolto e abbiamo messo insieme tutto, archiviato e conservato ogni singola informazione, in modo che questi crimini non possano mai essere negati”.

“Non possiamo iniziare a combattere la negazione se non sveliamo ciò che è accaduto” dice Elkayam-Levy, aggiungendo che tra le scoperte più inquietanti figurano casi in cui “membri di una famiglia sono stati abusati sessualmente o minacciati l’uno di fronte all’altro… e costretti a compiere atti sessuali reciproci”.

Oltre alla violenza sessuale sistematica emersa in modo doloroso dalle loro ricerche, gli esperti della commissione civile hanno coniato anche un concetto completamente nuovo: il kinocidio.

Elkayam-Levy lo descrive come “tortura e violenza sistematiche contro membri della famiglia”: da kin (in inglese, parente stretto) e –cidio (il suffisso per “uccisione”.

“Mentre guardavamo e analizzavamo i video, abbiamo iniziato a notare uno schema ricorrente – spiega – Si vedono video di famiglie e i momenti in cui i terroristi entrano nelle case… a volte, prendono i telefoni delle vittime e iniziano a trasmettere in diretta le torture… quando si vede il padre o la madre devastati, che urlano, i bambini che urlano o implorano per la loro vita… questi momenti ci hanno fatto capire che stavamo assistendo a qualcosa che doveva essere definito”.

Il rapporto definisce questo fenomeno “violenza sessuale kinocida”, riferendosi alla violenza sessuale che sfrutta i legami familiari – tra genitori e figli, coniugi, fratelli e parenti – come parte integrante del danno inflitto, in modo che la violenza dell’aggressione non si limiti alla persona vittima, ma trasformi anche le relazioni familiari in un ulteriore strumento di terrore.

Una volta individuato il fenomeno, Elkayam-Levy racconta d’aver iniziato a contattare altri esperti legali e studiosi in tutto il mondo per sapere se esistesse già un termine per definire questo tipo di tortura, e ha scoperto che, sebbene si fosse verificata in diverse altre zone di conflitto, anche per opera dell’ISIS contro la popolazione yazida in Iraq e Siria, non esisteva una definizione formale di questo tipo di terrorismo.

Dare un nome a questi crimini, spiega, aiuta le vittime, non solo in Israele, a trovare le parole giuste per esprimersi.

“Ora le stiamo concretamente aiutando come periti nei processi che si stanno svolgendo qui in Israele – aggiunge Elkayam-Levy – affinché le famiglie stesse vengano riconosciute come vittime del terrorismo, perché si è trattato di un terrorismo senza precedenti, mirato sulle famiglie”.

Il rapporto considera anche la diffusione digitale delle immagini come parte integrante del reato.

Gli autori delle violenze hanno filmato, trasmesso in diretta streaming, diffuso immagini e video e hanno utilizzato gli account digitali delle vittime per raggiungere famiglie e comunità.

L’esibizione delle violenze non è stata un fatto incidentale, afferma il rapporto, ma un preciso metodo volto a umiliare, intimidire, angosciare e terrorizzare: un’arma di guerra psicologica che ha moltiplicato il danno inflitto oltre l’atto iniziale.

I reperti fattuali hanno anche posto un dilemma etico, insito nella documentazione di tale materiale: come preservare le prove senza mettere ulteriormente in circolazione filmati che sono stati creati per umiliare le vittime e traumatizzare i famigliari. Per questo, spiega il rapporto, la maggior parte del materiale archiviato viene mantenuto riservato a tutela della privacy delle vittime.

Nonostante le schiaccianti prove di violenze sessuali sistematiche, stupri e kinocidio perpetrati il 7 ottobre, Elkayam-Levy afferma che persistono negazioni, anche da parte di alcuni funzionari delle Nazioni Unite che si rifiutano di ammettere che sono avvenute queste atrocità, e ritiene che tali negazioni abbiano contribuito ad alimentare l’antisemitismo a livello globale.

Tuttavia, si dice fiduciosa che la documentazione di questi crimini contribuirà a sostenere ovunque le vittime di stupro.

Elkayam-Levy afferma che sono state proprio queste negazioni a spronare la Commissione Civile a proseguire le sue dolorossissime indagini, anche dopo aver portato alla luce testimonianze estremamente raccapriccianti e inquietanti, tra cui quelle di persone rapite e tenute in ostaggio per molti mesi.

“Il fatto che vi siano studiosi che continuano a sollevare dubbi e a dire ‘mostratemi le prove’ è il motivo per cui abbiamo continuato a raccogliere le testimonianze fino a creare un archivio di quanto accaduto, secondo i più rigorosi standard internazionali” dice Elkayam-Levy, aggiungendo che il loro obiettivo è garantire che “non si possa mai più negare”.

“Non si può prevenire ciò che non si conosce, giusto? – continua Elkayam-Levy – Non si può nemmeno iniziare a prevenire future atrocità se ignoriamo la verità di ciò che è accaduto, se non conosciamo la natura e le dinamiche di questi crimini”.

Elkayam-Levy auspica che il rapporto – con il suo archivio completo e meticolosamente documentato – venga adottato e utilizzato dalle organizzazioni internazionali e dai parlamenti di tutto il mondo per riconoscere la portata dei crimini di Hamas del 7 ottobre e nei due anni successivi, durante la detenzione degli ostaggi a Gaza.

“Quello che vogliamo vedere è il riconoscimento e l’adozione formale del rapporto e delle sue conclusioni – aggiunge – Ora stiamo concentrando le nostre energie su questa battaglia”.

Il quadro di riferimento del rapporto non si limita a indicare gli individui che hanno materialmente commesso i crimini sessuali.

Il rapporto delinea le potenziali responsabilità su più livelli: gli autori diretti; coloro che hanno pianificato, ordinato, favorito o appoggiato i crimini; la dirigenza di Hamas e dei suoi affiliati, a Gaza e all’estero; i sospettati che sono tornati a Gaza o sono fuggiti in paesi terzi; coloro che sono coinvolti attraverso l’istigazione, il finanziamento, l’agevolazione, l’amplificazione o altre forme di sostegno materiale.

Tale quadro di riferimento attinge anche all’esperienza giuridica maturata nei procedimenti penali internazionali per violenza sessuale in Ruanda, nell’ex Jugoslavia e in altri casi di atrocità di massa.

Hamas nega le accuse di violenza sessuale commesse dai suoi membri durante l’attacco del 7 ottobre, nonostante la documentazione citata nel rapporto di funzionari israeliani, organismi internazionali, giornalisti, investigatori della società civile, sopravvissuti e testimoni.

Per gli autori del rapporto, tuttavia, la questione non è più solo se il mondo riconoscerà i crimini. La questione è se l’archivio possa diventare un fondamento giuridico.

“Per due anni abbiamo ascoltato i sopravvissuti, esaminato minuziosamente le prove e affrontato materiale spesso al di là di ogni comprensione – afferma Elkayam-Levy – Questo rapporto è il risultato di tale lavoro. Stabilisce che la violenza sessuale non è stata accidentale: è stata sistematica, deliberata e intrinseca all’aggressione stessa”.

Il rapporto non sostituisce un processo penale, né pretende di fornire conclusioni giudiziarie definitive.

Si presenta però come un ponte tra la documentazione e l’azione penale: un documento destinato a preservare prove, opporsi ai negazionismi e fornire ai tribunali un quadro di riferimento per perseguire la responsabilità.

(Da: Jerusalem Post, 12.5.26)

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