Gaza, di nuovo?
Commento di Ben Cohen
(Traduzione di Yehudit Weisz)
https://www.jns.org/opinion/column/ben-cohen/gaza-again

Ben Cohen
L'attuale ondata di caos in Medio Oriente è iniziata nella Striscia di Gaza, quando i terroristi di Hamas hanno varcato il confine con Israele nelle prime ore del mattino del 7 ottobre 2023, massacrando, violentando e sequestrando uomini, donne e bambini in modo bestiale. Potrebbe anche essere finita qui. Questa prospettiva forse non è così chiara al momento, vista la situazione nell’intera regione. Con l'amministrazione statunitense ossessionata dall'Iran – in bilico tra la minaccia di un'intensificazione della guerra e la cauta speranza di un accordo con il regime di Teheran – Gaza è passata in secondo piano negli ultimi mesi. Altre parti della regione sono balzate in primo piano, come il Libano, dove crescono le aspettative di un accordo di pace tra Libano e Israele; e la Siria, dove il regime islamista che ha sostituito la dittatura di Bashar al-Assad continua a godere del favore di Washington. Gaza, tuttavia, è rimasta ulteriormente impantanata in una situazione di stallo precaria tra le Forze di Difesa Israeliane e Hamas che, al momento, ha maggiori probabilità di risolversi con la ripresa dei combattimenti piuttosto che con un accordo diplomatico. Dal cessate il fuoco dell'ottobre dello scorso anno, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno agito con prudenza, mantenendo una forte presenza sul lato orientale della “linea gialla” che separa il territorio israeliano da quello controllato da Hamas, effettuando occasionali attacchi mirati contro la presenza terroristica e monitorando attentamente i confini terrestri e marittimi. Questo atteggiamento ha permesso ad Hamas di consolidare nuovamente il proprio potere. È significativo che il primo atto del gruppo terroristico dopo il cessate il fuoco sia stato quello di reprimere il crescente dissenso tra gli abitanti di Gaza che, pur non amando particolarmente Israele, non vogliono essere trascinati in un'altra guerra. La minaccia per Israele di un altro pogrom simile a quello del 7 ottobre si è drasticamente ridotta dopo due anni di guerra, ma Hamas conserva ancora circa 20.000 uomini armati, decine di migliaia di fucili, razzi e lanciarazzi, e settori considerevoli della sua rete di tunnel sotterranei, che utilizza sia per lo stoccaggio delle armi che per la movimentazione dei suoi combattenti. In altre parole, Hamas non ha alcuna intenzione di accettare la sconfitta e cedere il controllo dell'enclave costiera e, francamente, finché manterrà questo livello di forza e capacità di combattimento, non ne ha motivo. Hamas ha anche approfittato dell'indecisione internazionale. La promessa Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) per Gaza non si è ancora concretizzata, se non per le offerte di truppe da parte di una manciata di Paesi. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che i governi sono restii a rischiare le proprie truppe per una presunta missione di mantenimento della pace in un territorio dove si stanno creando le condizioni per un ritorno alla guerra. Né il tanto decantato Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (NCAG), concepito come un governo di tecnocrati, è stato in grado di iniziare effettivamente a governare. Fondamentalmente, Hamas continua a rifiutarsi di disarmarsi, respingendo uno dei requisiti principali del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti.
Alla fine di aprile, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che “l'intero accordo si basa sul disarmo e sulla smilitarizzazione di Hamas” – fino a quando ciò non avverrà, ha continuato, “tutto è in discussione.” Per contro, la posizione di Hamas si è irrigidita al punto da insistere sul fatto che non prenderà nemmeno in considerazione il disarmo a meno che Israele non si ritiri completamente da Gaza. Nessun governo israeliano, che sia guidato dall'attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu o da una delle figure dell'opposizione che intendono spodestarlo alle elezioni di quest'anno, accetterà mai una simile condizione. La scorsa settimana sono emersi chiari segnali che il Board of Peace (BoP), l'organizzazione multilaterale lanciata dall'amministrazione Trump con il compito iniziale di supervisionare Gaza, sta perdendo la pazienza con Hamas dopo mesi di negoziati incerti sul disarmo. Secondo il Times of Israel, l'Alto Rappresentante del BoP per Gaza, Nickolay Mladenov, ha scritto una lettera ai leader di Hamas, firmata da lui stesso e dal consigliere statunitense Aryeh Lightstone, avvertendo che tutti gli impegni assunti dalle parti per il cessate il fuoco sarebbero stati annullati in assenza del loro disarmo. Nella lettera si legge: “L'eventuale mancata accettazione da parte di Hamas dell'accordo quadro entro un lasso di tempo ragionevole, come stabilito dal Consiglio per la Pace e previa consultazione con le parti, renderà tali impegni nulli e privi di effetto.” Ancor più significativo, il Board of Peace ha comunicato ad Hamas che non ci si può aspettare che Israele si astenga dagli attacchi se il processo di disarmo non dovesse fare progressi. Purtroppo, questo potrebbe essere proprio quel che vuole Hamas. Il disarmo priverebbe il gruppo terroristico delle basi materiali del suo potere, costringendolo a negoziare un accordo definitivo con Israele, una nazione che cerca di distruggere. Il fatto che un ritorno alla guerra infliggerebbe ulteriori sofferenze alla popolazione di Gaza non preoccupa Hamas, che ha sempre anteposto la propria missione al benessere di coloro che governa con il pugno di ferro. Hamas sa anche, dopo due anni di guerra, che la sua strategia di usare i gazawi come scudi umani non sarà mai riconosciuta, né tantomeno condannata, da ampie fasce dell'opinione pubblica mondiale: non dai suoi sostenitori, come i governi di Colombia, Sudafrica e gli altri membri del cosiddetto “Gruppo dell'Aia” che si battono contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia; non dai suoi simpatizzanti in Europa, come i governi di Irlanda e Spagna; non dalle legioni di sostenitori antisemiti di Hamas, impazienti di riprendere le loro manifestazioni quotidiane; e certamente non da organi di stampa come l'emittente di propaganda qatariana Al Jazeera , che ora sostiene che la diffusione di ristoranti di lusso a Gaza sia un'ulteriore prova della “realtà genocida” inflitta dagli israeliani! Per Israele, un ritorno alla guerra rappresenterebbe un'opportunità per portare a termine il lavoro iniziato dalle Forze di Difesa Israeliane dopo il 7 ottobre, ma non vi è alcuna garanzia di successo. Finché ci sarà un divario tra la riaffermazione dell'obiettivo, del tutto legittimo, di smantellare Hamas e il suo effettivo raggiungimento, rimarranno una serie di domande senza risposte immediate. Tra questi interrogativi figurano: Israele dovrebbe riconquistare Gaza? Cosa accadrà alla popolazione di Gaza in caso di un nuovo conflitto? Verranno confinati in zone sicure? Un nuovo tentativo di garantire la loro emigrazione volontaria dal territorio andrà a buon fine? Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) possono condurre una guerra efficace a Gaza pur essendo costrette a concentrarsi sulla minaccia di Hezbollah in Libano e sulle tattiche destabilizzanti di un regime iraniano che è sopravvissuto alla guerra israelo-americana, seppur malconcio ma intatto? Stati arabi chiave come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti continueranno a mantenere le distanze da Hamas, o saranno influenzati? E forse, l'aspetto più preoccupante di tutti è: quanto appoggio conserveranno gli israeliani se la guerra sarà ancora in corso dopo che Trump lascerà la Casa Bianca al termine delle elezioni del 2028? Il modo in cui queste questioni verranno risolte – e in quale arco di tempo – determinerà se un nuovo Medio Oriente emergerà dalle macerie della guerra o se quello vecchio sopravvivrà, simboleggiato dal ridimensionamento di Hamas.
takinut3@gmail.com