Riprendiamo da SHALOM, il commento di Elisabetta Fiorito dal titolo: "L’artista israeliano Fainaru denuncia il boicottaggio e la giuria della Biennale di Venezia si dimette"
Una giuria che si dimette grazie ad un artista israeliano che ha il coraggio di denunciare la discriminazione. È quello che è successo, secondo l’Adnkronos, alla Biennale di Venezia per la protesta di Belu Simion Fainaru. A quattro giorni dall’apertura della più importante manifestazione culturale italiana, la giuria internazionale si dimette in blocco. Salta la cerimonia inaugurale del 9 maggio, i premi vengono rinviati al 22 novembre, giorno di chiusura della 61esima Esposizione d’Arte e per la prima volta i Leoni d’oro e d’argento saranno assegnati dai visitatori.
Secondo quanto riporta l’Adnkronos, il punto di rottura va cercato nella decisione presa il 23 aprile dalle cinque giurate – Solange Oliveira Farkas (presidente), Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi – di escludere dalla premiazione Israele e la Federazione russa in quanto paesi sotto processo per “crimini contro l’umanità” davanti alla Corte penale internazionale. Una scelta definita inizialmente “autonoma” dalla Fondazione Biennale di Venezia, ma che ha immediatamente innescato reazioni politiche e legali.
È in quel momento che Belu-Simion Fainaru, chiamato a rappresentare il suo paese nel padiglione nazionale, invia una diffida formale per “discriminazione razziale” e “antisemitismo” minacciando un ricorso fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La Fondazione, attraverso il proprio ufficio legale, mette nero su bianco un elemento decisivo: le giurate potrebbero essere chiamate a rispondere personalmente dei danni in caso di contenzioso. Non si sarebbe trattato più solo di una disputa culturale o politica, ma di una questione patrimoniale diretta, stando a quanto riporta l’agenzia. Il rischio di dover risarcire – di tasca propria – avrebbe cambiato lo scenario. È in questo contesto che sarebbe maturata la scelta di dimettersi.
Raggiungiamo telefonicamente Belu Simion Fainaru che si trova a Venezia per allestire alla Biennale la sua opera. “Non so perché la giuria si è dimessa – racconta a Shalom- il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha sostenuto molto la mia causa e mi ha detto che non posso essere discriminato in Italia come artista ebreo. Adesso che la giuria si è dimessa posso competere alla pari con tutti gli altri artisti”.

Belu Simion Fainaru
La storia di Belu Simion Fainaru è molto diversa da quella che il main stream vorrebbe raccontare con il boicottaggio del padiglione Israele. Nato in Romania a Bucarest nel 1959, nel 1973 si trasferisce in Israele. Vive e lavora ad Haifa, una città multiculturale con un 20 per cento di popolazione araba, e ha sempre lavorato per il dialogo e l’inclusività. “Sono venuto a Venezia per fare arte e sono stato coinvolto in diatribe politiche che non mi appartengono come artista perché voglio essere uguale a tutti gli altri artisti e giudicato per la mia opera non per il mio passaporto. Se hanno delle rivendicazioni da fare devono chiedere ai politici”.
Un caso anche piuttosto bizzarro perché nel passato Belu Simion Finaru ha partecipato alla biennale di Venezia nel 2019 con il passaporto rumeno e nessuno ha avuto nulla da dire. “Nessuno ha rivendicato nulla e non ho avuto alcuna discriminazione come artista rumeno”.
Rispetto al suo curriculum, Belu Simion Finaru spiega che “è professore all’Università di Haifa, il mio messaggio è sempre stato che l’arte dovrebbe unire le persone ed è basato sul dialogo anche se si hanno dei punti di vista diversi. Proprio per questo sono rimasto molto sorpreso dalla decisione della giuria di escludermi dalla competizione. Per me è importante essere a Venezia perché è un’esibizione dove partecipano 100 paesi di diverse culture. Io credo nell’inclusione nell’arte, uno spazio dove le persone possono esprimersi liberamente, un luogo del il libero pensiero. Il boicottaggio è totalmente contrario al mio modo di pensare, dobbiamo cercare di modi per poter vivere insieme anche se le opinioni politiche divergono o se non si è d’accordo con il governo di un determinato paese”.
redazione@shalom.it