"Cento volte sabato", di Michael Frank, traduzione dall’inglese di Marco Rossari, Einaudi, euro 19,50
“…ho pianto quando sono stata cacciata da scuola, ma alla fine cosa potevamo fare? Dovevamo accettare la nuova realtà. Nella mia testa, la capacità di accettare faceva parte di una certa adattabilità degli ebrei. Non sto dicendo che sia un bene accettare, però devi continuare a vivere”.
La storia degli ebrei di Rodi e della loro deportazione è al centro di alcuni pregevoli libri. Fra i più recenti ricordiamo quello di Sami Modiano “Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili” (Rizzoli) e quello del giornalista Marco Di Porto “Una voce sottile” che ripercorre le vicende del nonno Salomone Galante anch’egli sopravvissuto alla deportazione nei campi di sterminio.
Anche Stella Levi, nata a Rodi nel 1923, ha vissuto i suoi primi venti anni di vita nella Juderia, il variopinto quartiere ebraico, da cui è stata deportata nel luglio 1944, prima ad Auschwitz poi in altri campi: un inferno da cui è riuscita a tornare per emigrare successivamente negli Stati Uniti d’America.
E’ grazie allo scrittore e giornalista Michael Frank, autore fra gli altri de “I formidabili Frank”, memoir sulla sua famiglia premiato con il JQ Wingate Prize, che la storia di Stella arriva ora in Italia con il titolo “Cento volte sabato” edito da Einaudi.
Per inquadrare il contesto storico, politico e sociale di questa isola greca dell’arcipelago del Dodecaneso, va ricordato che qui per secoli ha vissuto, in sintonia con turchi, greci, musulmani, cristiani, una comunità sefardita composta dai discendenti di ebrei cacciati dalla Spagna alla fine del Quattrocento che, decennio dopo decennio, dettero vita alla Juderia, il quartiere ebraico, addossato al porto, fatto di botteghe dei mestieri e dei commerci, di sinagoghe e angoli fioriti.
La situazione cambia con le ambizioni coloniali dell’Italia: Rodi diventa colonia italiana nel 1912 e per la comunità ebraica la situazione precipita quando nei primi anni Venti l’isola diventa parte dell’Italia fascista con Mussolini al potere. L’alleanza con la Germania di Hitler rende inevitabile la drammatica deriva antisemita.
Come si sono conosciuti Michael Frank e Stella Levi e perché l’ormai centenaria ha deciso di affidare al giornalista e scrittore americano la propria storia?
Lo spiega l’autore nelle prime pagine: dopo un primo incontro in cui si sono conosciuti ad una conferenza alla Casa italiana nel Greenwich Village e uno successivo a Rodi dove Stella forse per l’ultima volta torna alla Juderia di Rodi “per ricongiungersi, o cercare di ricongiungersi ancora una volta, al quartiere dove è nata e cresciuta” la protagonista del libro decide di raccontare a Michael la sua storia forse perché “…oltre un certo punto non puoi più tornare in carne e ossa. Forse puoi tornare indietro solo con la mente”.
Per cento sabati lo scrittore è andato a far visita a Stella nella sua casa di New York: ne è nata una lunga conversazione durata sei anni in cui Frank ha accolto, rivolgendole domande rispettose, i racconti, costellati da reticenze ed eventi narrati in modo diverso a distanza di settimane, di ciò che Stella ha scelto di rievocare della sua lunga vita prima a Rodi, poi nei campi dove è stata deportata e infine nella nuova vita in America.
Come una moderna Sherazade, a detta di Frank, Stella ci porta nel quartiere della Juderia dove è nata e cresciuta con i genitori, le sorelle e i fratelli anche se alcuni di loro lasciano Rodi, per fortuna, ben prima della guerra. In questa parte del libro ciò che affascina il lettore sono i suoni, i sapori, gli odori del quartiere dove vivevano tutti assieme seguendo tradizioni secolari come l’enserradura praticata anche dalla nonna materna di Stella. Questa usanza prevedeva che quando una giovane era angosciata o depressa venisse chiusa in casa per una settimana, ad acqua e brodo, insieme ad un’anziana guaritrice che pregava e agitava sulla sua testa la mumya, un pugno di ceneri dei santi ebrei portati dalla Terrasanta. Conosciamo dal racconto di Stella i riti legati alla morte con il becchino Mazal che faceva passare il corteo funebre accanto alla sinagoga, a pochi passi dove abitava la famiglia Levi, gridando “Pasa la misva, pasa la misva” spaventando parecchio la giovane Stella, già terrorizzata dalla morte. Ma accanto a quella cultura antica si muoveva un desiderio di modernità da parte dei giovani: oltre a Stella anche i fratelli e le sorelle anelavano a una maggiore libertà e a valicare orizzonti più lontani.
In un certo senso la modernità arriva a Rodi con gli italiani giunti sull’isola nel 1912 e poi nel 1923 portando acqua corrente, luce, teatri, musei, scuole, circoli culturali. Stella e le sorelle studiano la letteratura, praticano gli sport, seguono la moda: insomma, è una ventata di modernità e di vita occidentale mai provati prima.
La situazione cambia in modo drammatico con le Leggi Razziali del 1938: a tutti gli ebrei viene improvvisamente negata quella promessa di libertà e l’aspirazione a un futuro migliore. Stella non può più frequentare la scuola, il padre viene privato della sua attività di commerciante di legno e carbone: la famiglia conosce miseria e privazioni.
Stella ha un carattere indomito e tenace e non si dà per vinta: in ogni modo cerca di continuare a studiare anche se in segreto con un insegnate, Luigi Noferini, che avrà una parte importante nel suo futuro, si muove per aiutare il padre che sta diventando cieco e diventa un punto di riferimento anche per la sorella Renée con la quale verrà deportata.
Gli ebrei di Rodi sono impreparati a ciò che stava per accadere: “La guerra era in corso in un’Europa lontana, agli askenaziti era successa una tragedia, ma a chi poteva importare di noi, che vivevamo così lontani, a Rodi? Anche quando deportarono gli ebrei da Salonicco, cinquantamila, nessuno ci disse niente…”
Il 23 luglio 1944 davanti all’indifferenza degli altri abitanti di Rodi 1700 persone vengono condotte al porto, caricate su tre navi, condotte al Porto del Pireo, poi alla prigione di Haidari e da lì sui carri bestiame che le condurranno ad Auschwitz. Il tragitto più lungo, in termini di tempo e spazio, fra tutte le deportazioni effettuate dai nazisti.
La parte del racconto riservata all’anno trascorso nei campi, Auschwitz- Birkenau, Landsberg, il campo senza nome, Allach, non differisce da altre testimonianze concentrazionarie: quei mesi sono un tempo feroce in cui l’essere umano cambia, fisicamente ed emotivamente, deve adattarsi a una quotidianità che non aveva mai immaginato. In queste pagine spicca la capacità di resilienza di Stella che capisce che per sopravvivere deve annullare i ricordi del passato a Rodi, dei progetti per il futuro e di concentrarsi solo sull’attimo presente per sopravvivere. Non piange mai, impara a “organizzare” (attività praticata da molti prigionieri), quando può cerca di cantare e di vedere il lato ridicolo delle tante situazioni assurde.
Stella torna dai campi all’età di ventitré anni e insieme alla sorella Renée dopo un lungo peregrinare sceglie di trascorrere la sua vita a New York, una città che ritiene più adatta di altre ad accogliere persone che hanno alle spalle vite ed esperienze complesse.
Brillante e volitiva avrà una vita dinamica, ricca di amicizie e interessi ma rifiuterà sempre di essere “solo” una sopravvissuta della Shoah perché non voleva che quella esperienza diventasse parte della sua vita e del suo carattere. Lei era anche altro.
Ricevendo dal presidente Mattarella nell’aprile 2023 l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana, quale “esempio di resilienza, generosità e straordinaria profondità intellettuale”, Stella Levi ha spiegato: “Ci tengo a dire che accetto questo onore non come individuo, ma a nome di tutti quelli, ebrei come me, uomini, donne e bambini che sono stati discriminati, in Italia e nei territori Italiani dalle Leggi Razziali volute dal Fascismo. Rappresenta ai miei occhi un’assunzione di responsabilità storica da parte del paese che dette la cittadinanza alla mia famiglia proprio nell’anno della mia nascita”.
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