Riprendiamo da SHALOM, l'analisi di Ugo Volli dal titolo: "La settimana di Israele. Continuazione del blocco o nuovo attacco?"
Ugo Volli
La lunga tregua e le trattative
È passato quasi un mese da quando il 7 aprile scorso gli Stati Uniti hanno stabilito un cessate il fuoco con l’Iran, coinvolgendo anche Israele. Questa tregua è stata prorogata più volte, l’ultima il 22 aprile senza una scadenza definita. Il 16 aprile Trump ha esteso d’autorità il cessate il fuoco pure all’azione israeliana contro Hezbollah in Libano, anche se il cessate il fuoco è presto collassato per le violazioni dei terroristi, mentre proseguono i colloqui di pace col governo libanese. Ma ciò non significa che le ostilità siano davvero cessate. Inizialmente Trump credeva (o piuttosto dichiarava di credere, secondo le sue consuete tattiche negoziali) che fosse possibile e anche prossimo un accordo con l’Iran e per questo ha inviato a negoziare in Pakistan una delegazione al massimo livello (comprendente cioè anche il vicepresidente Vance). Ma poi ha dovuto constatare che il regime degli ayatollah non era disposto ad ammettere la sconfitta subita sul campo e tentava di trasformare le trattative in un luogo in cui poter proclamare la propria inesistente vittoria, pretendendo la sovranità sullo stretto di Hormuz, riparazioni per i danni subiti, riconoscimento del proprio “diritto” ad accumulare uranio arricchito a un livello che serve solo per allestire bombe atomiche. A questa assurda partenza negoziale si è assommata subito una nuova chiusura dello stretto di Hormuz.
Il blocco
Trump ha attribuito inizialmente questa condotta iraniana a una divisione del suo gruppo dirigente, che forse c’è davvero, ma è gestita dalla parte dominante (le guardie rivoluzionarie) come pretesto negoziale. Dopo il comportamento provocatorio della delegazione iraniana ha deciso che le trattative non si potevano fare perché non si capiva chi avesse la responsabilità vera di condurle da parte iraniana. Nell’impossibilità di trattare e anche di lasciare le cose come stavano, si imponeva una nuova azione contro il regime degli ayatollah. Trump ha deciso di cambiare strategia: dalla guerra militare è passato alla guerra economica, dichiarando a partire dal 13 aprile il blocco navale dell’Iran. Per il regime degli ayatollah i trasporti marittimi sono indispensabili per l’esportazione di petrolio e dunque per ottenere la valuta necessaria non solo per continuare la guerra, ma per pagare gli stipendi e tenere in piedi lo Stato. È una mossa indovinata, che spariglia quella corsa contro il tempo che è fra le caratteristiche strategiche di ogni guerra e in particolare di questa, consentendo a Trump, pur mantenendo la pressione sugli ayatollah, di dichiarare al Congresso che le operazioni belliche sono finite entro il termine dei 60 giorni che la legge gli consente prima di dover ottenere un’autorizzazione parlamentare.
Durerà la resistenza del regime?
Contrariamente a quel che predicano politici e giornalisti nostrani, è evidente che Trump crede davvero nella pace e nelle soluzioni negoziali: solo che nella sua logica realistica si deve sempre trattare a partire dalle proprie ragioni, non arrendendosi in partenza a quelle dell’avversario. Inoltre, per Trump la pace si può ottenere solo da posizioni di forza: per lui la guerra è una parte del negoziato e non viceversa. Il blocco navale è un ottimo mezzo per questa strategia: si indebolisce il nemico senza bisogno di sangue e distruzione. Il problema oggi è però se per vincere la tracotanza del regime clerico-fascista che da 47 anni domina l’Iran lo strangolamento economico basti o se sia necessario un nuovo intenso ciclo di azione militare. Il regime iraniano, bisogna ammetterlo, è più resistente alle pressioni di quel che si valutasse all’inizio della guerra: la fusione di politica e religione che sta alla sua base, l’esistenza di una larga classe di persone il cui benessere dipende dai favori del regime, in particolare il radicamento economico delle milizie nell’industria, il terrorismo di Stato contro i dissidenti, la propaganda martellante e incurante della realtà hanno reso il regime più solido di tante altre dittature. È possibile che Trump, insoddisfatto delle controproposte che gli arrivano di tanto in tanto dall’Iran (l’ultima è stata tre giorni fa), preoccupato degli effetti della chiusura di Hormuz e anche del fatto che il regime approfitta della tregua per cercare di ricostruire il suo arsenale missilistico, decida di riprendere i bombardamenti, in maniera tanto massiccia e penetrante da obbligare finalmente gli ayatollah a riconoscere la sconfitta e a trattare una resa. Per quel che ne sappiamo, sembrerebbe che Trump non abbia ancora deciso se cercare il colpo decisivo o attendere che il blocco strangoli il regime. Ma la potentissima macchina americana è ancora concentrata intorno all’Iran e anche la forza israeliana è pronta. Se si decidesse l’attacco, per esempio nella nuova visita di Netanyahu alla Casa Bianca prevista fra una decina di giorni, l’azione sarebbe fulminea e di sorpresa: per l’Iran e naturalmente anche per noi.
Gli interessi americani
È importante in questa prospettiva capire gli interessi di fondo dell’America e quelli di Israele. Trump vuole innanzitutto impedire l’armamento atomico dell’Iran e perciò esige la consegna delle diverse tonnellate di uranio arricchito che il regime detiene: 440 chili all’80%, il resto a livelli minori ma sempre abbastanza facili da portare velocemente al 90% necessario per la Bomba. Di conseguenza chiede anche la distruzione completa degli impianti di arricchimento e dell’industria nucleare. Poi vuole impedire all’Iran di detenere missili offensivi, come quelli che hanno colpito i paesi della regione e hanno oggi una portata sufficiente per arrivare in Europa e forse presto anche fino al territorio americano. In terzo luogo, bisogna che l’Iran smetta di “esportare la rivoluzione” finanziando e armando satelliti come Hamas, Hezbollah e Houthi. La caduta del regime non è fra gli obiettivi immediati di questa guerra, anche se probabilmente ne potrebbe conseguire. Vincendo bene l’Iran, Trump darebbe scacco alla Russia, che è il suo principale alleato, e alla Cina, che lo arma e lo finanzia e da cui prende buona parte del petrolio per la sua industria.
La posizione israeliana
Israele è d’accordo sui tre obiettivi immediati di Trump, anche se è più interessato degli Usa alla caduta di un regime che si è dato la distruzione dello Stato ebraico come primo scopo strategico. Chiede inoltre mano libera per disarmare e sciogliere i movimenti terroristici satelliti dell’Iran. Quanto a Russia e Cina essi non rientrano nei suoi piani (anzi probabilmente c’è stato almeno con la Russia qualche intesa di non aggressione militare). Ma certo non ha certo obiezioni a un mondo in cui l’America ritrovi il suo ruolo di unica superpotenza e garantisca la pace nella regione. Questa concordanza di obiettivi strategici, oltre che la dipendenza logistica da rifornimenti e informazioni e quella diplomatico-politica spiega perché Israele accetti senza proteste i tempi di Trump, le sue lunghe pause e le sue svolte improvvise. Ma governo di Israele e Usa sono uniti anche dalla scadenza in autunno di importanti elezioni e dunque dalla necessità di convincere il loro elettorato di aver raggiunto una vittoria chiara e utile. Più passa il tempo più questo vincolo sarà influente anche sugli sviluppi militari.
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