Antisemitismo.“Perché sono contenta di non vivere più in Italia”
Commento di Deborah Fait
Deborah Fait
Ci sono frasi che nessuno dovrebbe sentirsi costretto a pronunciare. Eppure oggi molti ebrei italiani in Israele, sottovoce o apertamente, lo dicono: sono contento di non vivere più in Italia. È una frase amara, dolorosa per chi ama raccontare l’Italia come patria dell’umanesimo, della cultura, della tolleranza. Ma la verità, oggi, è un’altra: per un ebreo, viverci significa troppo spesso respirare un’aria diventata pesante, tossica, pericolosa. Allo stesso modo la pensano gi ebrei europei che stanno facendo i bagagli per andarsene da un' Europa che continua ad odiarli e a perseguitarli come negli anni 30. A migliaia stanno organizzando l'aliyà, il ritorno in Israele dove, anche se c'è la guerra, possono restare ebrei senza più nascondersi, staccare le mezuzot dalle porte e lasciare a casa ogni segno di riconoscimento. Forse sono stanchi, non solo preoccupati, stanchi di dover spiegare ogni giorno che esistere non è una provocazione ma un diritto di tutti.
L’Italia ama raccontarsi come Paese tollerante, civile, del volemose bene, vaccinato contro l’odio dalla memoria della Shoah. Ma i numeri raccontano altro. Secondo il rapporto 2025 della Fondazione CDEC, nel nostro Paese sono stati registrati 963 episodi di antisemitismo, in forte crescita rispetto agli anni precedenti. In Europa il numero raddoppia. Online, nei luoghi pubblici, nelle scuole, nei mezzi di trasporto, negli stadi, perfino nei ristoranti e negli alberghi, parlare ebraico, indossare una kippah, mostrare una stella di David può diventare motivo di insulti o intimidazioni, spesso di morte.
Il punto più grave non è solo il numero degli episodi. È la loro normalizzazione. L’odio non scandalizza più, anzi è diventato un punto d'onore. Odiare gli ebrei fa figo, ti rende "buono e giusto", una scritta antiebraica non provoca indignazione sui social. Un’aggressione verbale viene giustificata come “tensione politica… è tutta colpa di Netanyahu”. Un boicottaggio contro gli ebrei diventa “attivismo”. Mandare barche a provocare Israele con la scusa di voler aiutare Gaza, con casse piene di preservativi, provoca applausi e quando le barche vengono fermate perché Israele è un paese in guerra, allora il mondo si scandalizza e Tajani urla "inaccettabile".
Nel Regno Unito gli episodi antisemiti hanno raggiunto livelli record e la sicurezza delle comunità ebraiche è diventata tema nazionale. In Francia sinagoghe, scuole ebraiche e cittadini vivono da anni sotto protezione armata, all'incirca ogni tre giorni viene data alle fiamme una sinagoga.. In Germania si moltiplicano aggressioni e minacce. In molte università europee studenti ebrei raccontano isolamento, intimidazioni e paura. E poi c’è l’ipocrisia. In Italia si commemorano le leggi razziali, ma quando un ebreo denuncia paura quotidiana spesso viene zittito: “non esagerare”, “non fare la vittima”, “parliamo di altro”. È il vecchio meccanismo: si ricordano ipocritamente gli ebrei morti, si odiano quelli vivi.
Ogni volta la scusa cambia: estrema destra, estrema sinistra, islamismo radicale, complottismo, rabbia sociale. Ma il bersaglio resta lo stesso. L’ebreo come capro espiatorio universale. E se l'ebreo si difende, diffende la propria vita, la propria famiglia allora diventa un essere innominabile e si chiede, senza vergogna, la sua scomparsa "Dal fiume al mare".
L’antisemitismo è sempre stato il termometro morale di una società. Quando sale, significa che la febbre democratica è già iniziata. E chi pensa che riguardi solo gli ebrei, come sempre, capirà troppo tardi che riguardava tutti. Si celebrano i Giorni della Memoria con corone di fiori, discorsi solenni quanto falsi, lacrime pubbliche di coccodrillo. Poi, il giorno dopo, gli ebrei tornano a essere soli. Se denunciano l’antisemitismo vengono accusati di esagerare. Se chiedono rispetto vengono descritti come arroganti. Se difendono Israele vengono trattati come colpevoli per nascita. Giorni fa in una trasmissione serale (la solita famigerata 4 di sera) Gianluigi Paragone ha praticamente urlato a Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica, se si dissociasse da Israele, se ritenesse che Netanyahu fosse un criminale di guerra! A quale altra persona non ebrea, un giornalista serio oserebbe rivolgersi con tale, rabbia e cattiveria!
È questo il punto osceno all’ebreo vivo si chiede di dissociarsi, di odiare il proprio paese, di tradire. Alcuni lo fanno, basta leggere gli articoli indecenti di Gad Lerner, di Anna Foa. Basta sentire le parole di odio di Moni Ovadia.
L’Italia che un tempo promulgò le leggi razziali dovrebbe avere il pudore del silenzio e il dovere della vigilanza. Invece troppo spesso dimentica il proprio passato non esattamente onorevole. Questo continente, che giurava “mai più”, oggi balbetta oscenità, urla indecentemente la parola genocidio di una popolazione che invece di diminuire aumenta. Grida parole di morte nei cortei devastando le città, si augura come i suoi compari islamici la distruzione di Israele.
Amo l'Italia ma rifiuto di farmi consumare dalla sua ipocrisia. Rifiuto un Paese che si schiera apertamente con i nostri assassini che ci minacciano e tentano di farci scomparire da 80 anni ad oggi e che minimizza sugli ebrei uccisi dai missili, sfollati dalle loro case, minacciati ad ogni ora del giorno e della notte. Rifiuto il paternalismo di chi spiega agli ebrei cos’è l'antisemitismo e lo dissocia dal suo alter ego, l'antisionismo. Rifiuto la codardia di una classe culturale che tace per convenienza, anzi è proprio all'interno del mondo degli intellettuali che si ravviva l'odio quotidiano, tenuto al caldo nei loro comodi salotti.
Ricordiamoci che l’antisemitismo non è mai solo un problema per gli ebrei. È il segnale che una società marcisce. Quando un Paese tollera l’odio contro gli ebrei, ha già iniziato a perdere sé stesso. E l'Europa sta perdendo civiltà e cultura, sostituendole con odio , sharia, moschee vere e finte, sostituzione di popolazione come desiderano i comunisti, quelli del woke, della cancel culture per i quali essere bianco e occidentale è una vergogna. Essere ebreo è una colpa da lavare con il sangue.
Me ne sono andata perché sono sionista e lo dico con orgoglio, perché non volevo più intossicarmi di rabbia e dolore repressi. E non me ne sono mai pentita.
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