Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE, il commento di Alessandro Carmi dal titolo: "Medici Senza Frontiere sotto accusa. In discussione neutralità, personale e silenzi su Hamas"

Un’indagine di NGO Monitor sostiene che MSF abbia amplificato accuse contro Israele ignorando la militarizzazione degli ospedali e impiegando staff con legami a gruppi armati
Un’organizzazione che ha costruito la propria autorevolezza sulla neutralità e sull’urgenza della cura si trova oggi al centro di una contestazione che riguarda proprio quei principi, perché il nuovo rapporto pubblicato da NGO Monitornel aprile 2026 descrive una trasformazione profonda di Médecins Sans Frontières, accusata di avere progressivamente smesso di operare come attore umanitario imparziale per assumere un ruolo attivo nel conflitto sul piano comunicativo e politico. La portata delle accuse non sta soltanto nei singoli episodi, ma nella loro sistematicità, che secondo gli autori del rapporto segnerebbe un cambio di natura dell’organizzazione.
Il documento, lungo trentatré pagine, sostiene che MSF abbia utilizzato in modo estensivo e reiterato il termine “genocidio” per descrivere le operazioni israeliane a Gaza tra l’ottobre 2023 e il marzo 2026, con oltre duecentosettanta occorrenze registrate nelle comunicazioni ufficiali e nei canali pubblici, mentre la stessa definizione non compare in relazione ad altri conflitti contemporanei caratterizzati da livelli di violenza elevatissimi, come quello in Sudan o in Siria. Questo scarto, secondo gli autori, non sarebbe spiegabile con la sola differenza di contesto, ma indicherebbe una scelta deliberata di linguaggio che finisce per orientare la percezione internazionale.
A rafforzare questa interpretazione intervengono anche voci interne alla storia dell’organizzazione. Alain Destexhe, già segretario generale negli anni Novanta, ha parlato in un’analisi recente di una perdita della neutralità originaria e di un uso del lessico umanitario come strumento di pressione politica, una lettura che trova eco nelle osservazioni della dottoressa Karine Toledano, coautrice dello studio, secondo cui il doppio standard applicato a Israele si inserisce in una dinamica più ampia riconducibile a forme contemporanee di ostilità.
Il rapporto insiste poi su un altro punto che incide direttamente sulla credibilità operativa, quello della presenza di personale con legami documentati a organizzazioni armate. Tra i casi citati compare quello di Fadi al-Wadiya, fisioterapista legato a MSF per diversi anni e indicato dalle autorità israeliane come parte di un’unità missilistica della Jihad islamica palestinese, così come Mahmoud Abu Nujaila, associato a strutture sanitarie riconducibili al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e Nasser Hamdi al-Shalfouh, identificato come tiratore scelto di Hamas. Non si tratta, secondo l’indagine, di episodi isolati, ma dell’effetto di procedure di reclutamento che avrebbero evitato verifiche approfondite sul personale locale, lasciando margini a infiltrazioni.
Un ulteriore elemento riguarda il comportamento dell’organizzazione nei contesti ospedalieri della Striscia, dove numerose fonti indipendenti, incluse indagini dell’esercito israeliano e analisi di centri di ricerca occidentali, hanno documentato la presenza di infrastrutture militari all’interno o in prossimità di strutture sanitarie. Il rapporto accusa MSF di avere mantenuto un silenzio sistematico su queste pratiche, pur operando in quei luoghi e pur essendo a conoscenza di aree interdette e di attività incompatibili con la funzione civile degli ospedali. Solo nel febbraio 2026, in seguito a episodi ritenuti non più ignorabili, l’organizzazione ha sospeso le attività presso l’ospedale Nasser a Khan Yunis, citando la presenza di uomini armati, intimidazioni e movimenti sospetti di armi.
La gestione dell’informazione rappresenta un altro nodo critico. Il rapporto ricostruisce il ruolo di MSF nelle prime ore successive all’esplosione dell’ospedale al-Ahli nell’ottobre 2023, quando l’organizzazione ha attribuito la responsabilità a Israele prima che successive indagini internazionali indicassero con maggiore probabilità un razzo partito dalla Striscia stessa. L’assenza di una correzione pubblica viene indicata come un esempio di come dati non verificati possano essere rilanciati e consolidati nel dibattito globale.
In questo quadro si inserisce anche l’uso delle cifre sulle vittime, spesso basate sui dati del ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas e privo di distinzione tra civili e combattenti. Diversi centri di analisi, tra cui il Washington Institute, hanno segnalato incongruenze metodologiche, soprattutto nelle fasi in cui il sistema sanitario locale era compromesso e le informazioni venivano integrate attraverso fonti mediatiche.
MSF non ha accettato questa ricostruzione e continua a difendere il proprio operato, sostenendo di agire esclusivamente in base a criteri medici e umanitari, ma il confronto aperto da questo rapporto pone una questione che va oltre il caso specifico. Quando un’organizzazione costruita sulla fiducia internazionale viene percepita come parte di una dinamica conflittuale, la sua capacità di operare sul terreno rischia di essere compromessa, perché la neutralità non è soltanto un principio dichiarato, ma una condizione concreta che deve essere riconosciuta da tutti gli attori coinvolti.
Il punto, alla fine, riguarda la tenuta di uno spazio umanitario che negli ultimi anni si è fatto sempre più fragile, stretto tra esigenze operative, pressioni politiche e guerre che tendono a inglobare ogni ambito della vita civile. In questo spazio, ogni ambiguità pesa più del solito, perché può trasformarsi rapidamente in perdita di credibilità, e senza credibilità anche l’azione più necessaria rischia di perdere efficacia.
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