Biennale conformista
Commento di Giulio Meotti
Testata: Il Foglio
Data: 28/04/2026
Pagina: 1/3
Autore: Giulio Meotti
Titolo: Biennale conformista

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 28/04/2026, a pag. 1/3, il commento di Giulio Meotti dal titolo "Biennale conformista”

Informazione Corretta

Giulio Meotti

 

La giuria internazionale della 61esima edizione della Biennale di Venezia ha annunciato che non prenderà in considerazione i padiglioni di Israele e Russia. Così Belu-Simion Fainaru, un famoso artista nato a Bucarest e attivo a Haifa, non potrà vedere il suo lavoro riconosciuto. Ieri Israele ha attaccato la Biennale di Venezia: “Il boicottaggio dell'artista israeliano Belu-Simion Fainaru è una contaminazione del mondo dell’arte. La giuria politica ha trasformato la Biennale da uno spazio artistico aperto di idee libere e sconfinate in uno spettacolo di falso indottrinamento”. Le cinque esperte della Biennale incarnano il profilo dominante nelle istituzioni culturali occidentali: provenienti dal Sud del mondo, decoloniali di vocazione, militanti di convinzione, impegnate a decostruire l’occidente. 

“I posizionamenti transborder e promiscui invocati dal Sud per confrontare le epistemologie del Nord, i suoi sistemi moderno-coloniali di genere e sessualità e l’egemonia del soggetto bianco occidentale” scrive Solange Oliveira Farkas, presidente della giuria della Biennale in un saggio dal titolo “Video, arte e attivismo”. Il Sud come vittima eterna, l’occidente come colpevole permanente. L’altro membro della giuria, Zoe Butt, discute di “ecosistema artistico antirazzista”. Il terzo membro, Elvira Dyangani Ose, “lavora su memoria, colonialismo e razza”. Direttrice del Macba, il Museo di arte contemporanea di Barcellona, Dyangani Ose vi ha ospitato diverse iniziative contro “il genocidio nei territori palestinesi”. Senza contare le conferenze di storici come Vijay Prashad: “L’occidente coloniale è in declino. Stiamo assistendo a un genocidio in Palestina. Dovremmo volgere lo sguardo ai sogni dimenticati del Progetto Terzo Mondo – Bandung, Belgrado, L’Avana – non con nostalgia, ma come un necessario esercizio di memoria”. Il quarto membro della giuria, Marta Kuzma, è preside della scuola di Arte a Yale, che sotto di lei ha fatto notizia per aver eliminato il famoso corso di Storia dell’arte perché “eurocentrico”, sostituito da nuovi corsi come “Arti decorative globali” e “Arti della via della seta”. L’ultima della giuria, Giovanna Zapperi, professoressa di Storia dell’Arte contemporanea a Ginevra, scrive su magazine come Jacobin Italia contro “la violenza epistemica della razionalità occidentale e dell’uomo bianco suo creatore”. La ragione, la scienza, l’universalismo – pilastri dell’arte rinascimentale, dell’espressionismo e delle avanguardie – diventano strumenti di dominio patriarcale e razziale. L’uomo bianco non è più solo colpevole di imperialismo: è colpevole di aver pensato il mondo come intelligibile. Anche Adriano Pedrosa, curatore della precedente Biennale, aveva scelto come titolo “Stranieri ovunque”.

Una specie di Macondo multiculturale: il padiglione belga ribattezzato nel “padiglione palestinese” nell’opera della messicana Frieda Toranzo Jaeger, mentre in un’opera esposta dalla Spagna l’artista peruviana Sandra Gamarra spiega che “Transbody sta all’eterosessualità normativa come la Palestina sta all’occidente: una colonia la cui estensione e forma si perpetuano solo attraverso la violenza”. Occidente cattivo, Sud buono e Israele colonizzatore. Ma così non si premia l’arte, ma la fedeltà a un certo grottesco catechismo.

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