"Boom, Boom Tel Aviv": le molestie antisioniste raggiungono il culmine
Commento di Ben Cohen
(Traduzione di Yehudit Weisz)
https://www.jns.org/opinion/column/boom-boom-tel-aviv-anti-zionist-harassment-goes-into-overdrive

Ben Cohen
Inizierò con una confessione. Quando mio figlio minore mi ha detto che lui e la sua ragazza israeliana sarebbero andati in Italia per una breve vacanza tra circa un mese, ho subito aggrottato la fronte. “Fai un favore al tuo vecchio papà”, gli ho detto. “Per piacere, non parlate ebraico in pubblico e non dite a nessuno che venite da Israele. Parlate solo inglese e dite che siete di New York, ok? Altrimenti, sarò in ansia per tutto il tempo che sarete là.” Lo ammetto non perché sia orgoglioso di aver fatto quella richiesta, ma perché penso che essa possa essere utile per molti altri genitori ebrei e israeliani in una situazione simile. In realtà, io detesto dover consigliare a mio figlio e alla sua ragazza di non parlare la nostra antica lingua, la lingua nazionale dello Stato di Israele. Ma prima di tutto sono un genitore, e quindi ovviamente voglio fare tutto il possibile per ridurre al minimo i rischi che i miei due figli e le loro compagne potrebbero correre quando si trovano in mezzo a degli stranieri. Per quanto io possa rispecchiare fedelmente lo stereotipo del genitore ebreo ansioso, mi permetto di sfidare chiunque pensi che io sia eccessivamente prudente, alla luce di una serie di incidenti avvenuti la scorsa settimana in Vietnam e che hanno preso di mira turisti israeliani. I video dei tre episodi sono stati ampiamente diffusi online e ripresi anche da un paio di testate giornalistiche. Le responsabili erano le stesse in tutti e tre i casi: due donne britanniche – secondo alcune fonti, madre e figlia – che molestavano degli israeliani incontrati con insulti e urla volgari. Si potrebbe ragionevolmente concludere che l'unica ragione per cui questi due esseri hanno percorso migliaia di chilometri fino in Vietnam non fosse quella di immergersi nella sua affascinante cultura, nei suoi panorami mozzafiato o nella sua cucina con un tocco francese. No, loro ci sono andate per molestare gli israeliani, tra i quali il Vietnam è una meta molto popolare, e per pubblicare con orgoglio le reazioni sui loro profili social. Questi episodi sono istruttivi perché dimostrano quanto profondamente gli stereotipi antisemiti promossi dal movimento filo-Hamas nei Paesi occidentali abbiano infettato i suoi seguaci. Nel primo episodio, le donne – che sono sempre dietro la telecamera, quindi si sentono solo le loro voci – si trovavano all'interno di un ristorante informale dove una coppia israeliana stava pranzando tranquillamente. Quando la giovane israeliana che stavano molestando chiese loro con calma di smettere, le donne britanniche risposero con tono beffardo. “Oh, stanno per piagnucolare, 'Non ho potuto pranzare in pace'”, disse una di loro con la voce di una bulla da quartiere. “Oh povera vittima, vittima”, aggiunse l'altra. “Perché noi siamo goyim, non è vero? Siamo solo goyim, siamo solo animali senza valore.” In realtà, la maggior parte degli ebrei vi dirà che gli animali hanno molto più valore di un paio di antisemiti da quattro soldi che non hanno idea dell'origine della parola goyim, che nel suo significato originale è la parola ebraica per “nazione”, e che hanno avidamente ingoiato le bugie diffuse online sul “suprematismo ebraico.” Ma non avevano finito. Le due donne hanno iniziato a cantare (o almeno ci hanno provato) le parole: “Boom, boom Tel Aviv, questo è quello che ti meriti per tutte le tue azioni malvagie.” Poi sono scoppiate in risate isteriche prima di chiedere alla coppia se si opponessero al “genocidio.” “Dite ‘Palestina libera’”, li incalzavano, mentre gli israeliani continuavano tranquillamente a mangiare. Quando la donna israeliana alla fine rispose dicendo “Abbiamo capito la tua opinione, ora puoi chiudere la bocca?", le donne replicarono come se si fossero sentite insultate. “Non osare!”, urlò una di loro. “Ovunque tu vada, sei odiata; non piaci a nessuno." Poi è emerso il loro antisemitismo senza filtri: “Vi hanno cacciato da 110 Paesi,” ha detto una di loro, citando una delle frecciate antisemite più diffuse (e ridicolmente inaccurate) che deride la storica persecuzione delle comunità ebraiche. Mentre la coppia di israeliani usciva dal ristorante, le donne li hanno chiamati “ratti”, usando lo stesso termine che i nazisti usavano per gli ebrei. La stessa storia si ripeté in un altro posto, dove questo duo insopportabile fece la sua comparsa. All'ingresso di quello che sembrava un tempio buddista, intrattennero un gruppo di giovani israeliani in forma e abbronzati, con cori di “Palestina libera” con un atteggiamento di sfida che, fortunatamente per loro, gli israeliani, perplessi, rifiutarono, perché quelle donne non avrebbero resistito un minuto.
Nell'ultimo locale, ancora una volta un ristorante, le donne ebbero l'ardire di presentarsi come “produttrici di documentari.” Quando una giovane donna ignara rispose “Israele” alla domanda “Di dove sei?”, gli insulti seguirono puntualmente. Scoprendo che la maggior parte dei clienti erano israeliani, una delle donne esplose: “Voi siete sionisti, non fate parte del ... ....” Avendo apparentemente dimenticato dove si trovasse, l'altra donna la aiutò completando la frase con la parola “Vietnam.” Anche solo 10 anni fa, spettacoli come questi sarebbero stati perlopiù liquidati come fenomeni deplorevoli ma marginali. Oggi non è più così. Le scene del Vietnam che ho descritto non sono un'aberrazione. Piuttosto, rappresentano fedelmente ciò che è diventato il movimento per l'eliminazione dello Stato di Israele: apertamente e orgogliosamente antisemita, e una minaccia fisica inequivocabile per gli ebrei. Non è un caso che i suoi motivi più rozzi – “assassini di bambini”, “consanguinei”, “110 paesi” e così via – siano anche i più popolari, perché non abbiamo a che fare con una semplice campagna politica, ma con un movimento d'odio.
Ironicamente, molti dei pensatori e degli scrittori che storicamente hanno plasmato il discorso filo-palestinese verrebbero probabilmente liquidati come troppo “filo-sionisti” dalla nuova generazione di attivisti, che desiderano slogan semplici e roboanti e rifuggono da critiche più sfumate. A titolo di esempio, ho recentemente riletto un saggio del compianto accademico della Columbia University Edward Said (autore del celebre Orientalismo), che probabilmente più di ogni altro intellettuale della fine del XX secolo ha contribuito a presentare Israele nell'immaginario collettivo come un intruso coloniale che occupa terre arabe. Eppure, in quel saggio, Said offrì osservazioni come: “La pulizia etnica è pulizia etnica, che sia compiuta da serbi, sionisti o Hamas”; “L'idea che gli ebrei non abbiano mai sofferto e che la Shoah sia una costruzione fuorviante creata dai Savi di Sion sta prendendo troppa, troppa diffusione”; e, soprattutto, questa: “C'è ormai un'ondata strisciante e insidiosa di antisemitismo e ipocrita moralismo che si insinua nel nostro pensiero e nella nostra retorica politica.” E’ strano dirlo, ma si può immaginare che Said verrebbe accolto da un'ovazione se, risorgendo, rivolgesse queste parole agli identitari dai capelli blu, ai comunisti irriducibili e agli islamisti occidentali che guidano il movimento pro-Hamas ai giorni nostri. È altrettanto bizzarro affermare che, su questo punto, sia difficile trovare da ridire a Said. La “insidiosa e perniciosa ondata di antisemitismo” di cui aveva messo in guardia ha infine travolto il movimento che lui stesso aveva contribuito a far crescere.
takinut3@gmail.com