L'amico iraniano
Commento di Giulio Meotti
Testata: Il Foglio
Data: 25/04/2026
Pagina: II
Autore: Giulio Meotti
Titolo: L'amico iraniano

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 25/04/2026, a pag. II, l'analisi di Giulio Meotti dal titolo "L'amico iraniano”

Informazione Corretta

Giulio Meotti

 

"Amiamo l’Italia”. Il regime iraniano questa settimana rivolge parole di grande affetto al nostro paese. Pochi paesi hanno offerto un tale spettacolo di servilismo raffinato. L’Italia non ha soltanto aperto le porte alla teocrazia degli ayatollah: le ha sempre tenute spalancate con inchini ossequiosi, tappeti rossi e sorrisi da bon ton diplomatico, come se il regime della sharia fosse solo un pittoresco accessorio multiculturale, anche quando gli altri paesi provavano a isolarlo. Mentre le piazze di Teheran si tingevano del sangue delle donne senza velo e dei ragazzi impiccati per un hashtag, i nostri pulpiti diplomatici ed ecumenici continuavano a servire tè alla menta e accordi bilaterali. Il regime iraniano guarda le piazze di Londra e Berlino contro la dittatura dei mullah e le vede piene: in Italia, solo quattro gatti e se ne compiace.

Dopo i massacri di piazza iraniani seguiti all’uccisione di Mahsa Amini, una delegazione di religiosi islamici dell’Iran di Qom fu accolta persino al convento di Assisi. Ayatollah e “professori di studi islamici”, ovvero funzionari del regime, vennero accolti dai frati minori conventuali con quel calore ecumenico che sapeva tanto di resa preventiva. Mentre in Iran le donne venivano frustate per un velo mal portato e i giovani impiccati per aver osato protestare dopo l’omicidio di Mahsa, noi offrivamo sorrisi francescani, come se il santo di Assisi avesse benedetto la lapidazione e la fatwe.

Quante porte abbiamo aperto alla dittatura iraniana. Troppe e senza pudore. Il nostro Parlamento, unico in Europa, ha ospitato gli ufficiali iraniani che hanno organizzato le conferenze negazioniste della Shoah. Alla commissione Affari esteri della Camera un diplomatico iraniano, Alireza Bigdeli, ha detto: “Israele è una falsificazione, Israele è una cosa costruita, non è una cosa vera, originale. Nella nostra zona ci sono stati molti errori, il primo è stato la creazione di Israele”. Bigdeli fa parte della organizzazione iraniana che organizzò la conferenza internazionale del 2006 a Teheran, in cui l’Iran negò l’Olocausto e attaccò Israele. Fu opera dell’Institute for Political and International Studies il cui vicepresidente, Morteza Jami, ha parlato alla Camera dei deputati.

In Italia, terra di leggi Mancino e di memoria antifascista a corrente alternata, si è dato la più alta tribuna a chi chiama Israele “entità sionista”. Perché l’ideologia sa trasformare il boia in compagno di strada, purché sia antiamericano e antisraeliano. Pietro Ingrao, dirigente del Pci e presidente della Camera tra il 1976 e il 1979, scrisse di Khomeini: “Guai se ci lasciamo abbagliare dai nostri pregiudizi e non ci accorgiamo che nella forma peculiare di quella esperienza si stanno lì affrontando questioni a noi non estranee: quale modello di sviluppo, se e come deve esplicarsi una funzione dei partiti, quale ruolo devono avere movimenti di massa e forme di democrazia diretta”. Il vecchio apparatchik comunista vedeva nel mullah l’anticipazione di un nuovo internazionalismo, dimenticando che la teocrazia khomeinista avrebbe presto fucilato comunisti, laici, omosessuali e donne ribelli con la stessa ferocia con cui l’Urss liquidava i trockisti. Sotto Papa Bergoglio, anche il Vaticano ha avuto un periodo d’oro nei rapporti con Teheran, per la verità mai interrotti dal 1979. “La chiesa non è contro il governo, no, queste sono bugie!”, aveva detto sull’Iran Papa Francesco. L’arcivescovo cattolico di Teheran-Isfahan, il cardinale belga Dominique Joseph Mathieu (il primo porporato iraniano della storia), durante il sequestro di Cecilia Sala ha spiegato che “il regime è spesso demonizzato”. In politica, la politica pro Iran è stata trasversale. Paolo Gentiloni ha difeso l’accordo sul nucleare come strumento di sicurezza regionale e freno alla proliferazione, riponendo “grande fiducia anche sui diritti umani”. Fiducia mal riposta, visto che il regime non ha mai smesso di impiccare o esportare missili.

Nel mezzo dell’indignazione internazionale per la brutalità del regime iraniano contro il proprio popolo, il ministro degli Esteri Franco Frattini avvertì l’Europa che “non deve bruciare i ponti perché l’Iran è una figura chiave” nella regione. Frattini esortava l’occidente a “evitare quelle sanzioni che sono legate all’orgoglio nazionale iraniano”. Emma Bonino, la paladina dei diritti civili, fu la prima ministra degli Esteri occidentale a visitare Teheran dopo l’accordo nucleare del 2015. L’unico grande incidente che si ricordi fu l’anno dopo, quando durante un incontro a Parigi, Silvio Berlusconi paragonò Ahmadinejad a Hitler: “Già una volta c’è stato un tal signore che all’inizio sembrava un democratico e che poi ha fatto quello che ha fatto”. Al vertice della Fao a Roma, Berlusconi si rifiutò poi platealmente di ricevere il presidente iraniano a Palazzo Chigi. Per il resto, soltanto tappeti rossi.

Romano Prodi è stato il primo capo di governo occidentale a visitare l’Iran post-rivoluzione (l’Iran soddisfaceva il diciotto per cento della fame energetica italiana, secondo solo alla Libia). E ci fu anche la sorpresa di un’udienza di Prodi con Ali Khamenei, massima autorità religiosa iraniana, che di solito concedeva il suo tempo esclusivamente ai capi di stato islamici. Sorpresa che la disse lunga sul valore politico del viaggio di Prodi.

Poi fu il turno di Khatami a Roma, prima volta di un leader iraniano in occidente dal 1979. Oscar Luigi Scalfaro presidente e Massimo D’Alema premier lo accolsero in pompa magna. E fu l’Iran di Khatami a insistere perché l’Italia entrasse nel gruppo 5+1 (i cinque del Consiglio di sicurezza più la Germania) incaricato di negoziare sul nucleare iraniano. D’Alema, con il suo cinismo da ex comunista, avrebbe rassicurato che se l’Iran avesse l’atomica Israele non verrebbe attaccato. Federica Mogherini, da Alta rappresentante Ue, non è stata certo ostile al regime, dove è andata anche a fare i selfie al Parlamento iraniano. “L’Iran ha pieno diritto di usare l’energia nucleare per scopi pacifici, anche perché si tratta di una nazione pacifica, che mai, negli ultimi secoli, ha aggredito altri paesi” dirà Lamberto Dini ancora nel 2011. “Una realtà importante e influente per lo sviluppo internazionale e della sua area”. Nel 1998, Dini, uno dei più “iraniani” della classe dirigente italiana, sulle accuse a Teheran di sostegno al terrorismo fu lapidario: “L’Italia non ha le prove di quanto affermano altri paesi ma si tratta di fatti che appartengono al passato. Nel periodo recente non ci sono stati episodi di terrorismo attribuibili a Teheran”. Dini liquidò anche i sospetti di corsa al riarmo: “Le loro armi non sono in dimensioni tali da destare allarme e dicono che si tratta di sistemi difensivi”. Quando Rohani venne in Italia, sotto il governo di Matteo Renzi, coprimmo persino i nudi capitolini con pannelli per non offendere la sensibilità degli ayatollah. Non si era mai vista una cosa del genere in un paese occidentale. Coprire i genitali delle statue romane per non turbare la sensibilità di chi lapidava intanto le “adultere”. Intanto l’Italia spinse per una riapertura degli scambi commerciali con l’Iran, fino a quel momento sotto sanzioni. Anche culturalmente siamo sempre stati molto mansueti con Teheran.

Oggi basta accendere qualsiasi tv, Rai o Mediaset poco importa: durante la guerra contro Teheran si sente soltanto disfattismo antiamericano e antisionista militante. La biografia di Ali Khamenei, “Cella n. 14”, è stata tradotta in italiano (e presentata anche da insigni storici con cattedra), ma non in tedesco o in francese. Quando Khomeini lanciò la fatwa contro Salman Rushdie, giornali e intellettuali italiani si defilarono in massa. “Perché uno scrittore come Umberto Eco non ha mai speso una sola parola in difesa di Rushdie?”, chiese Vincenzo Consolo. “In Italia nessuno ha difeso Rushdie. Nel nostro paese si fanno pettegolezzi squallidi e meschini”.

Prendiamo Masih Alinejad, la più famosa dissidente iraniana all’estero: ha lottato contro l’hijab di stato e oggi vive negli Stati Uniti, dove è protetta dall’Fbi per essere scampata a numerosi tentativi iraniani di rapimento e assassinio giudicati in tribunale. In Germania, Alinejad è stata accolta anche dal presidente Frank-Walter Steinmeier, mentre gli Stati Uniti le hanno dato un podio al Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove ha potuto denunciare i massacri a gennaio dei manifestanti. E in Italia? Per Alinejad, giusto un incontro al Senato e alla Fondazione Einaudi. Nicola Lagioia, lo scrittore, da direttore del Salone del Libro di Torino pensò persino di invitare l’Iran come ospite d’onore per l’edizione 2020. Ospite d’onore un paese dove c’è un ministero della censura e dove gli autori non sono liberi di scrivere nulla? A quanto pare. Il viceministro della Cultura iraniano Abbas Salehi – quello che ha ribadito che la fatwa contro Rushdie “non perderà mai il suo potere” – fu incontrato da Massimo Bray, allora al ministero della Cultura, che volò a Teheran per l’apertura ai “sentieri persiani”. Intellettuali come Gianni Vattimo frequentavano intanto i “festival filosofici” a Teheran, conciliando nichilismo occidentale con teocrazia islamica in un miracolo di relativismo selettivo boicottato dal resto dell’intellighenzia europea guidata da Jürgen Habermas.

Senza contare Alessandro Barbero, Michela Murgia, Melania Mazzucco, Valerio Massimo Manfredi e altri scrittori che sono andati in delegazione alla Fiera del libro di Teheran. Oggi, di fronte ai massacri e alle esecuzioni, i nostri letterati tacciono. Sono 93 gli accordi attualmente in vigore tra le università italiane e quelle della Repubblica islamica: nessun rettore ha fatto ammenda. 93 accordi italiani contro i 77 delle università tedesche. Nessun altro fa “meglio” di noi in Europa, con tanto di visita ufficiali dei capi dei ministeri iraniani dell’Istruzione e dell’Assemblea consultiva islamica nei nostri atenei, come è successo a Tor Vergata. I dirigenti del regime iraniano non vanno negli altri paesi a inaugurare partnership accademiche. Questa acquiescenza italiana non nasce dal nulla. Ha radici nel complesso di inferiorità post-bellica, nella fascinazione per il “diverso” quando è forte e minaccioso, nell’illusione che il “dialogo” con il tiranno sia sempre possibile mentre la fermezza è “escalation”. Ha radici anche nel business: le grandi aziende di stato italiane hanno fatto affari con Teheran aggirando anche le sanzioni quando potevano. Ha radici culturali in un relativismo che equipara la fatwa alla satira e il mullah al filosofo. Ha radici politiche: un antiamericanismo e un antisionismo che fanno sembrare l’Iran un “nemico del mio nemico”. Ma l’Iran degli ayatollah non è un esperimento di democrazia diretta, è una teocrazia islamica totalitaria, anche se la sera leggono Kant (su Ali Larijiani i giornali italiani hanno dato il peggio di sé). E gli italiani che quella teocrazia l’hanno corteggiata dovrebbero avere almeno la dignità di ammetterlo e di chiedere scusa. Scuse semplici, tardive, insufficienti, ma non meno necessarie, prima che la storia li giudichi per quello che sono stati: non i campioni della democrazia, ma i migliori allievi e servi del suo becchino. Come scrive “Censorship: A World Encyclopedia” a cura di Derek Jones, il cui database è fermo al 2001, “la rivoluzione islamica dell’Iran ha comportato la distruzione di cinque milioni di libri”.

Alla Biennale di Venezia, più che riaprire ai russi e boicottare gli israeliani, nessuno sembra porsi il problema della presenza degli iraniani, come se l’arte potesse fiorire rigogliosa sotto la vigilanza di un regime che impicca per un velo, mentre continuiamo a stendere tappeti rossi davanti a chi li calpesta con gli stivali della teocrazia. Il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, dalla Fiera internazionale del libro di Teheran, ha detto: “Se solo l’Italia conoscesse la propria storia, non potrebbe che amare l’islam”. Chissà cosa ne pensano gli iraniani impiccati di primo mattino per moharebeh.

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