Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Il cappio non farà distinzioni tra le vittime dei terroristi e i loro complici"
Giulio Meotti
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L’Iran manda alla forca la prima ragazza colpevole di aver manifestato contro il regime islamico, Bita Hemmati.
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Bita Hemmati
Ma a giudicare dal programma del petaloso Marco Damilano su Rai3, le donne iraniane sono oppresse dagli eserciti a stelle e strisce e con la stella di Davide, mica sono spedite al patibolo in nome di Allah: “UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, ci ricorda che la guerra in Iran colpisce prima di tutto le donne. Chiediamo scusa a loro, in nome dell’umanità”
E così la narrazione si rovescia: l’oppressione non è la morte teocratica, ma l’Occidente.
L’ultimo accenno all’Iran dell’agenzia Onu per le donne risale al 27 settembre 2022: “Al fianco delle donne iraniane, libere di esercitare l’autonomia sul proprio corpo”.
Sembra una farsa, ma è l’Onu.
Nell’ultimo mese, l’agenzia Onu per le donne ha scritto di povertà e guerra in Sudan, di donne libanesi vittime delle bombe di Israele, di misoginia online, dello sport come inclusione e dell’empowerment di Christina Koch (prima donna in missione lunare), Dolores Huerta (leader sindacale e femminista), Jane Goodall, Maya Angelou e Aretha Franklin (il famoso “R-E-S-P-E-C-T”).
Zero sull’Iran. Zero su Bita, uccisa per “moharebeh”, guerra ad Allah, preso dal Corano.
È il razzismo del buon selvaggio al contrario: i barbari hanno diritto alla loro cultura, anche quando questa cultura consiste nel far penzolare ragazze senza velo dal patibolo per aver gridato “donna, vita, libertà”.
Intanto nel ventre molle di Berlino, in quella Alexanderplatz che fu teatro di parate hitleriane, di marce della DDR e oggi di selfie turistici, si è consumata una pantomima incredibile.
L’odio antioccidentale diventa una macabra messa in scena.
Quattro idioti in tuta bianca e kefiah palestinese, legati come salami, i sacchi in testa, penzolano da un patibolo di fortuna. Musica araba a tutto volume, bambini tra il pubblico che guarda a bocca aperta, fanatici con bandiere verdi-rosse-nere che urlano “Solidarietà con la Palestina” mentre mimano l’impiccagione. Uno tiene una donne al guinzaglio come un cane. E la polizia tedesca? La polizia osserva, filma, prende appunti e poi se ne va a casa. Motivo ufficiale: “Non c’era violenza vera”.
Una grida al microfono: “There is only one state, Palestine 48”.
Alexanderplatz (Berlino)
Non è una manifestazione. È un rito tribale importato, una recita da macellai travestita da performance artistica, celebrata nel cuore della nazione che, più di ogni altra, dovrebbe sapere cosa significa una forca e un sacco in testa.
Anche a Gaza, la beniamina di queste folle assurde e violente, le esecuzioni avvengono come esecuzioni pubbliche e processi sommari: i condannati sono uccisi in mezzo alla strada, mentre la gente guarda e riprende coi telefonini.
Berlino, la città che ha partorito il Novecento e le sue mostruosità, oggi si fa palcoscenico di un teatro dell’orrore in cui i carnefici vengono trasformati in vittime e i loro imitatori in eroi di strada. E l’Europa, raffinata, illuminista, post-cristiana, sta lì a guardare con le mani in tasca.
Barbarie che non viene dal deserto, ma dal nostro stesso salotto buono. Perché questi pagliacci con il cappio non sono piovuti dal cielo; sono stati invitati, tollerati, coccolati da decenni di multiculturalismo suicida, da quel relativismo culturale che ha trasformato l’Europa in un bordello senza regole dove chiunque può portare il suo dio sanguinario e pretendere che venga rispettato.
Hamas, che ha stuprato, bruciato vivi, decapitato e filmato tutto per goderne in streaming, viene ora mimata in una piazza europea come fosse un carnevale di Venezia. E noi, con la nostra puzza sotto il naso di sedicenti progressisti, fingiamo che sia “protesta legittima”.
Peggio: la polizia si nasconde dietro una formula da vigliacchi. “Se avessero mostrato l’impiccagione vera, saremmo intervenuti”. Ah sì?
Quindi se domani organizzo una rievocazione di Auschwitz con forni e stelle gialle, purché non ci siano ebrei veri dentro, va bene? E una lapidazione di donna con sassi di gommapiuma? È la logica del carnefice che dice: “Tranquilli, sto solo provando il coltello”.
E lo Stato tedesco, quello stesso Stato che ha speso miliardi per ricordare l’Olocausto, ora permette che si mimino esecuzioni in nome di un’ideologia che nega proprio quell’Olocausto. Perché? Perché ha paura. Paura delle accuse di islamofobia, paura dei social, paura di perdere il voto delle periferie che ormai non sono più tedesche.
In meno di una generazione, il 20 per cento della Germania sarà islamica. Forse per quella data vedremo davvero le impiccagioni in piazza?
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Manifestazione pro Khomeini in Germania
L’Europa non sta morendo di vecchiaia, ma di viltà. Ha importato milioni di persone che non condividono i suoi valori – non li condividono, li disprezzano – e invece di pretendere integrazione li ha incoraggiati a restare se stessi. Risultato? Quartieri dove la sharia è più viva di Kant, dove le donne velate guardano con schifo le europee che osano mostrare le caviglie, dove i ragazzi sognano il califfato mentre noi paghiamo loro il sussidio.
E quando questi stessi ragazzi scendono in piazza a simulare impiccagioni, la sinistra colta – quella che fino a ieri strillava contro ogni croce in classe – tace o applaude. Perché per loro l’Occidente è sempre colpevole, Israele è sempre il colonialista e Hamas è solo “resistenza”.
A Oslo, una progressista si impicca in piazza per la Palestina…
Ricordate Orwell? “Chi controlla il passato controlla il futuro”.
Ebbene, questi attivisti stanno riscrivendo il presente: trasformano i carnefici in martiri e i martiri in oppressori. E l’Europa, con la sua memoria corta da ubriaca, li lascia fare. Peggio: li finanzia. Università che ospitano conferenze in cui si nega il 7 ottobre, giornali che titolano “proteste per Gaza” mentre mostrano forche, sindaci che parlano di “tensione sociale” invece di chiamare le cose con il loro nome: invasione culturale, colonizzazione al contrario, jihad soft.
Nel cuore dell’Europa, la stessa che ha dato i Lumi, Bach, Goethe e la scienza moderna, si tollera che si mimi l’esecuzione di “infedeli” (cioè noi) al ritmo di dabke e slogan in arabo. E se qualcuno osa protestare, arriva subito l’etichetta: razzista, fascista, islamofobo. Come se difendere la propria civiltà fosse un crimine e inginocchiarsi davanti a chi la vuole cancellare fosse virtù.
Il giornalista israeliano Avi Lipkin descrive l’Europa come una “nave che affonda” a causa dell’immigrazione islamica. O se preferite, un Titanic.
Nietzsche aveva ragione: l’Europa è diventata l’ultimo uomo, quell’essere meschino che preferisce la schiavitù comoda alla grandezza rischiosa. Preferisce morire lentamente, con un sorriso ipocrita sulle labbra, piuttosto che ammettere che ha aperto le porte a chi non vuole condividere la casa, ma prenderla.
E non illudiamoci: non è solo Berlino. È Londra con le sue sharia zones, Parigi con le sue banlieue in fiamme, Malmö con le sue gang islamiche, Roma con i suoi centri di accoglienza trasformati in bivacchi criminali. È un continente intero che ha deciso di suicidarsi per eccesso di bontà malintesa. Una bontà che non è cristiana, è masochista. Che confonde accoglienza con capitolazione, dialogo con resa.
Scrive Dan Burmawi:
“L'ultima volta che ho visitato Amsterdam è stata a giugno 2023. Ho ordinato un Uber per portarmi dal mio hotel a Piazza Dam. L'autista era un uomo olandese di origine turca, nato nei Paesi Bassi. Abbiamo iniziato a parlare della crisi migratoria in Europa. E con completa sicurezza, mi ha guardato e ha detto: ‘Per Allah, prenderemo il controllo dell'Europa’. Gli ho chiesto: ‘Ma tu sei nato qui. Sei olandese. Come puoi parlare così?’. Ha risposto: ‘Ciò che ci unisce è l'Islam. Il mondo deve sottomettersi all'Islam. Non vediamo confini’. Ho provato a parlargli razionalmente dell'Islam, della sua violenza storica, del suo autoritarismo, del perché non coesista in nessuna società moderna, e gli ho confidato che ero un ex musulmano. Si è visibilmente arrabbiato. Mi ha minacciato. Mi ha detto, senza mezzi termini, che merito di morire e che l'avrebbe fatto lui stesso. Non era in Siria, Iraq o Iran. Era ad Amsterdam. Una città liberale dell'Europa occidentale. Presumibilmente libera. Presumibilmente sicura. Questa è la conseguenza di importare un'ideologia senza responsabilità, l'Islam avvolto in una cittadinanza occidentale. Possono avere passaporti europei, ma la loro lealtà non è verso l'Europa, è verso un'identità islamica globale che rifiuta le tue libertà, i tuoi valori e la tua stessa esistenza se osi metterla in discussione”.
La forca di Alexanderplatz è dunque il sintomo terminale. È la prova che l’Europa ha perso il suo istinto di sopravvivenza. Che preferisce essere “inclusiva” fino alla morte piuttosto che “intollerante”, sì intollerante, verso chi la odia. E mentre i nostri intellettuali firmano appelli per il “cessate il fuoco” (sempre solo da una parte), i barbari ridono, filmano e caricano su TikTok la loro vittoria simbolica.
La barbarie è nel cuore dell’Europa, è dentro di noi, nel rifiuto codardo di chiamare le cose con il loro nome, è nel multiculturalismo suicida che trasforma l’ospitalità in resa, la tolleranza in masochismo, il rispetto delle differenze in abdicazione della ragione.
E se non troviamo il coraggio di dirlo, di fermarla, di espellere chi la celebra, allora meriteremo il cappio che ci stanno mostrando davanti agli occhi mentre noi europei continuiamo a scattare foto. Il cappio, una volta calato, non farà distinzioni tra vittime designate e complici silenziosi.
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giuliomeotti@hotmail.com