Ruggito del leone. Israele colpisce il cuore del regime iraniano
Analisi di Shira Nivon
Testata: Setteottobre
Data: 22/04/2026
Pagina: 1
Autore: Shira Nivon
Titolo: Ruggito del leone. Israele colpisce il cuore del regime iraniano

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE l'analisi di Shira Nivon dal titolo "Ruggito del leone. Israele colpisce il cuore del regime iraniano"

C'est quoi Tsahal ?

Dalla morte di Khamenei alla distruzione dell’arsenale missilistico: il bilancio di Tsahal parla di una superiorità militare totale e di un Iran indebolito come mai prima

 

Quaranta secondi, quaranta obiettivi, quaranta uomini chiave cancellati. Il dato, se confermato nella sua interezza, ha un peso che va oltre la dimensione militare e entra nella storia politica del Medio Oriente, perché nel bilancio diffuso da Tsahal sull’operazione “Ruggito del leone” compare anche il nome più simbolico e ingombrante, quello della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, indicato tra i leader eliminati nel primo attacco coordinato. Da quel momento in poi, secondo l’esercito israeliano, la campagna congiunta con gli Stati Uniti ha preso la forma di un’offensiva sistematica volta a smantellare non solo le capacità belliche dell’Iran, ma anche le sue infrastrutture industriali, il suo apparato repressivo e le sue ambizioni strategiche.

L’operazione si è aperta con un attacco simultaneo su tre nodi centrali del potere iraniano, il complesso della Guida Suprema, il Consiglio di difesa e il ministero dell’Intelligence, mentre in parallelo duecento aerei israeliani conducevano quella che viene già definita come la più ampia operazione aerea nella storia di Tsahal, con oltre cinquecento obiettivi colpiti in profondità nel territorio iraniano. Il nome in codice “Berechit” richiama un inizio, e infatti la sequenza delle operazioni successive sembra costruita come una lunga demolizione metodica, scandita nell’arco di quaranta giorni.

Il dato che più colpisce riguarda l’arsenale missilistico. Secondo il portavoce dell’esercito israeliano, circa il sessanta per cento dei lanciatori balistici è stato neutralizzato, con una riduzione drastica della capacità offensiva iraniana, passata da centinaia di lanci potenziali al giorno a poche unità residuali. Parallelamente, quasi tutti i sistemi di difesa antiaerea sarebbero stati distrutti, lasciando a Israele un controllo sostanziale dello spazio aereo iraniano, una condizione che fino a poche settimane fa appariva difficilmente immaginabile. Anche la marina militare di Teheran ha subito colpi significativi, segno di un’operazione che ha voluto toccare ogni dimensione del potere militare.

Il lavoro di intelligence, presentato come uno degli elementi decisivi, ha permesso di mappare centinaia di impianti e oltre tremila linee di produzione distribuite su un territorio immenso, settantacinque volte più grande di Israele. Non si tratta soltanto di bersagli militari in senso stretto, ma di un sistema industriale che alimenta la produzione di armamenti. La distruzione di intere catene produttive viene descritta da Tsahal come un colpo destinato a farsi sentire negli anni, con decine di migliaia di missili che, semplicemente, non verranno mai costruiti.

Nel bilancio figurano anche attacchi a infrastrutture nucleari strategiche, tra cui l’impianto di acqua pesante di Arak e un sito legato alla produzione di materiali per l’arricchimento dell’uranio a Yazd. A questi si aggiungono operazioni contro programmi militari avanzati, dall’intelligenza artificiale allo spazio, segno che l’obiettivo non si limitava a contenere una minaccia immediata, ma puntava a rallentare lo sviluppo tecnologico complessivo del Paese.

Un capitolo a parte riguarda gli apparati di sicurezza interna. Guardiani della Rivoluzione, milizie Bassidj e strutture del ministero dell’Intelligence sono stati colpiti insieme ai comandanti coinvolti nella repressione delle proteste interne. È un elemento che apre una lettura politica dell’operazione, perché accanto alla dimensione militare emerge la volontà di incidere sulla capacità del regime di controllare la propria popolazione.

Resta da capire quanto di questo bilancio rifletta con precisione la situazione sul terreno e quanto invece risponda a esigenze di comunicazione strategica, anche se il quadro che si delinea trova riscontri parziali nelle analisi di diversi osservatori occidentali, che parlano di danni gravi e diffusi alle infrastrutture iraniane. In ogni caso, l’immagine che Israele vuole consegnare è chiara, quella di un Iran portato in una condizione di vulnerabilità senza precedenti, con effetti destinati a pesare sugli equilibri regionali.

La portata di questa operazione non si misura soltanto nel numero di obiettivi colpiti o nella durata delle azioni, ma nella trasformazione del rapporto di forza tra Israele e Iran. Se il quadro delineato da Tsahal troverà conferme durature, il Medio Oriente entrerà in una fase nuova, in cui la capacità di deterrenza iraniana appare ridimensionata e la libertà d’azione israeliana si è allargata ben oltre i confini che fino a poco tempo fa sembravano invalicabili.

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