Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Times of Israel dal titolo "Fra due Giornate della memoria. La vivace vita ebraica dei miei parenti venne stroncata dai nazisti e cancellata dai sovietici. Mio figlio è caduto il 7 ottobre difendendo Israele, il paese che coloro che l’hanno ucciso vorrebbero distruggere. Parlare di loro non è solo un’esigenza personale, è un dovere"
Scrive Haim Ben Yakov: Mio nonno Nahum (sia benedetta la sua memoria) ha parlato. Questo è importante. Ha parlato. Non è rimasto in silenzio, come hanno fatto tanti altri.
Parlava di Hislavichi: una piccola cittadina ebraica nella Russia occidentale dove anche i non ebrei parlavano yiddish, dove la vita delle persone era così intrecciata che la lingua del tuo vicino diventava la tua.
20 aprile 2026, Tel Aviv, Piazza Dizengoff: israeliani osservano un minuto di silenzio davanti alle foto delle vittime degli attacchi terroristici e dei soldati caduti
Parlava della sua famiglia: numerosa, vivace, dove lo yiddish era la lingua di casa e la vita stessa era intrisa di yiddishkeit [ebraicità], piena di progetti per il futuro.
E parlava di ciò che ne rimase dopo la guerra: un’unica tomba.
Venne arruolato nell’Armata Rossa nel 1941. Combatté in un’unità di ricognizione, e nel 1944 rimase gravemente ferito.
Un anno e mezzo dopo, dimesso dall’ospedale, scoprì che non c’era più nulla a cui tornare. La sua famiglia era stata sterminata. Tutti quanti. Cinquantatré dei nostri parenti più stretti a Hislavichi figurano nelle liste degli assassinati.
Sulla fossa comune era proibito scrivere “ebrei”. Solo “cittadini sovietici”.
Un gruppo di sopravvissuti eresse un cippo commemorativo di propria iniziativa. Lo stato se ne disinteressava completamente. Non era un’eccezione. Era una precisa politica.
Sono cresciuto sapendo tutto questo, non come un fatto storico ma come un ricordo di famiglia: scarno di parole, ma denso di significato. E credevo di capire cosa fosse la memoria.
Coloro che abbiamo perduto: i volti e le storie dei civili e soldati uccisi, dall’attacco contro Israele del 7 ottobre 2023 sino ad oggi (in inglese) – Clicca l’immagine
Durante le ricerche per il mio libro sulla storia degli ebrei sovietici, mi sono imbattuto in documenti che gettavano nuova luce su ciò che già sapevo da casa.
Nelle conversazioni sussurrate in famiglia durante gli anni sovietici, avevo sentito parlare del Libro Nero, materiale documentario sul genocidio degli ebrei, compilato dagli scrittori sovietici Vasily Grossman e Ilya Ehrenburg su iniziativa di Albert Einstein.
Il libro era pronto. Non fu mai pubblicato.
Di più. L’atto stesso di raccogliere testimonianze sull’omicidio di massa degli ebrei fu citato nell’atto d’accusa contro i leader del Comitato Ebraico Antifascista come prova di “attività criminale”.
Gli inquisitori di Stalin sostenevano che concentrare l’attenzione sulle vittime ebree significava differenziarle dagli altri popoli sovietici.
La logica era semplice e terrificante. Riconoscere la natura unica e peculiare della tragedia ebraica era considerato politicamente inaccettabile.
Yom HaZikaron, la Giornata dedicata in Israele alla memoria dei soldati caduti nella difesa del Paese e alle vittime del terrorismo
I nomi dei morti furono cancellati due volte: prima dalla violenza nazista, poi dal silenzio sovietico.
Scrivo queste parole nei giorni del calendario ebraico che intercorrono tra Yom HaShoah, la Giornata della memoria delle vittime e degli eroi dell’Olocausto, e Yom HaZikaron, la Giornata dedicata in Israele alla memoria dei soldati caduti nella difesa del Paese e alle vittime del terrorismo.
Sono giorni in cui la memoria personale e quella storica si fondono.
Il passato cessa di essere solo storia. Il presente cessa di essere solo politica. La memoria diventa una forma di responsabilità.
Mio figlio, Yuval Ben Yakov (sia benedetta la sua memoria), sergente maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, è caduto in combattimento all’avamposto Yiftach il 7 ottobre 2023, mentre difendeva un Paese il cui stesso diritto di esistere viene negato da coloro che lo hanno ucciso.
Yuval Ben Yakov, 21 anni, caduto il 7 ottobre 2023 difendendo i confini di Israele
Quest’anno avrebbe compiuto 24 anni.
Il suo compleanno cade proprio in questo intervallo, tra la Giornata della Shoà e il Giorno dei caduti.
Avrà per sempre 21 anni.
Non c’è un modo giusto per scrivere di una tale perdita. Qualsiasi tentativo rischia di cadere nella fredda convenzionalità o di risultare insopportabilmente crudo.
Non farò paragoni. La Shoah è un evento unico nella storia dell’umanità. Qualsiasi confronto diretto sarebbe storicamente sbagliato e moralmente inammissibile.
Ma posso dire cosa è cambiato in me.
Ciò che un tempo era solo storia di famiglia non può più essere tenuto a distanza.
La vulnerabilità che avevo relegato nel passato è tornata, non come metafora, ma come realtà. …
Mio nonno Nahum è morto in Israele, ma ha avuto il tempo di raccontare la sua storia.
Ci siamo trovati insieme davanti alla fossa comune di Hislavichi.
Ci ripenso oggi, mentre l’antisemitismo cresce non solo in Europa, ma in tutto il mondo post-sovietico. L’odio cambia forma. La sua logica no.
La memoria non è solo un rituale. È una presa di posizione.
Ricordare le vittime della Shoah significa rifiutarsi di permettere che i loro nomi vengano cancellati.
Significa chiamare con i loro nomi il genocidio, il terrorismo, l’antisemitismo.
Significa rifiutare il comodo silenzio che società e governi hanno a lungo offerto agli ebrei in cambio dell’invisibilità.
Sulla tomba di famiglia di mio nonno c’era scritto: “cittadini sovietici”.
Erano ebrei di Hislavichi. Vivevano, lavoravano, crescevano i figli e sognavano di dare loro un’istruzione e un futuro più ampi di quelli che la scuola e la comunità locale potevano offrire.
Persone comuni di una piccola città. Furono uccisi per quello che erano: ebrei.
Nel Giorno dei caduti, la memoria cessa di essere solo il passato. Diventa un dovere: parlare, informarsi, non rimanere in silenzio.
(Da: Times of Israel, 16.4.26)
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