Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Times of Israel dal titolo "Dove sono gli 'attivisti per la pace' quando la pace è finalmente sul tavolo? Da israeliano, conosco la guerra e il suo prezzo: per noi la pace non è uno slogan, non è un brand. È una necessità"
Scrive Elkana Bar Eitan: Da israeliano, ho aspirato alla pace per tutta la vita.
Alcuni dei miei primi ricordi d’infanzia sono segnati dalla paura: paura che i terroristi attaccassero me e la mia famiglia, paura di essere ferito, paura di perdere una persona cara.
Decenni dopo, da padre, mi spezza il cuore sentire i miei figli esprimere paure simili. Solo pochi giorni fa, mio figlio di cinque anni mi ha raccontato di aver avuto un incubo: “C’erano dei cattivi dall’Iran che mi cercavano”.
Agosto 2023: bambini del kibbutz Alumim corrono verso il rifugio durante un lancio di razzi dalla striscia di Gaza. Poche settimane dopo, il 7 ottobre, il kibbutz Alumim sarà una delle comunità civili israeliane investite dal barbaro attacco di terroristi palestinesi
Questa frase da sola basta per capire come mai per me la pace non è un’idea astratta. È qualcosa di profondamente personale.
Come soldato di prima linea in un’unità d’élite delle Forze di Difesa Israeliane, ho combattuto in diverse guerre.
Ho visto da vicino gli orrori del conflitto. Ho perso amici. Ho perso familiari. Le immagini dei morti e dei feriti sono ormai parte di me.
I rumori della guerra sono diventati parte della colonna sonora della mia vita.
Eppure, o forse proprio per tutto questo, prego per la pace ogni singolo giorno. Chiudo gli occhi e immagino un mondo senza violenza.
Sogno un futuro in cui i miei figli non debbano caricarsi delle stesse paure che porto con me.
Non mi limito a parlare di pace. Combatto per essa, letteralmente.
Washington, 14 aprile 2026: l’ambasciatore d’Israele negli Stati Uniti, Yechiel Leiter (primo da destra) posa per una foto con l’ambasciatrice del Libano negli Usa, Nada Hamadeh, all’inizio dell’incontro diretto a più alto livello diplomatico mai tenutosi tra i due Paesi
Qualche giorno fa, sono tornato a casa per una breve pausa dalle operazioni in Libano. Seduto sul divano, con i miei figli in braccio, ho letto le notizie: il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva deciso di avviare negoziati diretti con il Libano.
Per un attimo, tutto è cambiato. Ho provato qualcosa che non provavo da tempo: speranza.
Non sono ingenuo. Capisco gli ostacoli. So quanto sia fragile e complessa questa realtà. Ma il semplice fatto che Israele e Libano stiano prendendo in considerazione una via diplomatica è importante.
Dovrebbe esserlo per chiunque affermi di credere nella pace.
Il mio istinto è stato quello di condividere quella speranza. Ho scritto un breve post esprimendo un cauto ottimismo.
La reazione? Silenzio.
Non scetticismo. Non critiche. Silenzio.
Ciò che mi ha colpito non è stato che delle persone fossero in disaccordo. È stato il fatto che molti di coloro che si definiscono “attivisti per la pace” non avessero nulla da dire.
Nessun riconoscimento. Nessun incoraggiamento. Nessuna cauta speranza.
Né sui colloqui tra Israele e Libano, né sugli sforzi diplomatici più ampi nella regione.
Ci si aspetterebbe che coloro che dedicano la propria vita, e in alcuni casi la propria carriera, alla promozione della pace accogliessero quantomeno con favore una possibilità di pace.
Ma quando la pace passa dagli slogan alla realtà, qualcosa cambia.
Perché la vera pace è complicata. Richiede compromessi. Esige di confrontarsi con verità scomode.
Non sempre si allinea nitidamente con le narrazioni politiche o le identità ideologiche.
E così, troppo spesso, viene accolta dal silenzio.
Questo silenzio solleva una domanda difficile: l’obiettivo è davvero la pace, o si tratta solo della postura di chi si dice “pacifista”?
Dal mio punto d’osservazione, coperto di fango e gravato dal peso della guerra, la pace non è una teoria.
Non è uno slogan. Non è un brand.
È una necessità.
E forse è proprio questa la vera differenza.
Chi ha vissuto la guerra comprende l’urgenza della pace. Ne conosce il prezzo: non a parole, ma in vite umane.
Chi non l’ha vissuta può parlare di pace, ma troppo spesso fatica a riconoscerla quando si manifesta in forme imperfette e complesse.
La pace non verrà realizzata da chi si limita a parlarne.
Verrà realizzata da chi è disposto a combattere per essa, ed è anche abbastanza coraggioso da riconoscerla quando finalmente comincia a prendere forma.
(Da: Times of Israel, 13.4.26)
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