I giornalisti di sinistra sono le tricoteuses del pensiero unico
Newsletter di Giulio Meotti
Testata: Informazione Corretta
Data: 21/04/2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: I giornalisti di sinistra sono le tricoteuses del pensiero unico

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "I giornalisti di sinistra sono le tricoteuses del pensiero unico"


Giulio Meotti

Nel 1793 c’erano le tricoteuses, le magliaie che sferruzzavano a maglia mentre cadevano le teste sotto la ghigliottina. 

Oggi ci sono certi giornalisti della stampa “libera”, diventata il più efficiente apparato di controllo ideologico del XXI secolo, e che, seduti in redazione, sferruzzano con fili di inchiostro velenoso la lista dei reprobi. Non più il tricot sotto la lama della Rivoluzione, ma articoli, tweet e titoloni che decretano la morte civile di chiunque osi deviare dal catechismo progressista.

Lavorandoci da 25 anni, conosco troppo bene come funziona il mondo dei giornali per essere sorpreso dai nuovi delitti d’opinione. Le etichette “islamofobo”, “transofobo”, “sionista” servono oggi come un tempo servivano “nemico del popolo”, “controrivoluzionario” e “deviazionista”. Non a discutere idee, ma a squalificarle prima ancora che vengano espresse, a espellere dal consesso civile chi osa rompere il patto di silenzio su certe verità autoevidenti.

La nuova ghigliottina è metaforica: ostracismo, linciaggio sui social, cancellazione dall’agenda culturale. Ma il principio è identico a quello del Terrore: chi non pensa come loro non ha diritto di esistere nel dibattito pubblico.

Il caso di Boualem Sansal è paradigmatico di questa deriva mediatica e di quella che Michel Onfray chiama “monopolio della gauche”. Non a caso in un articolo durante la sua prigionia ho definito Sansal “il dissidente dei due mondi. Il Solzhenitsyn islamico prigioniero del regime algerino. E della paura dei benpensanti. I suoi ‘crimini’? Gli scritti, le parole e una certa gioiosa irriverenza verso l’islam e il regime”. 

Un uomo anziano e malato che è sempre stato libero, per tutta la sua vita e anche in prigione, ha il diritto di rimanerlo? Uno scrittore che ha resistito ai despoti di Algeri e agli islamisti dovrebbe rinunciare alla sua libertà una volta liberato e tornato a Parigi? 

“Indegno. Questo scrittore urla la sua verità e ne ha pagato il prezzo in Algeria. Non lo lapideremo in Francia. Si ripristina il linciaggio per opinione e altri deliziosi piaceri staliniani?”. 

Così il romanziere Alexandre Jardin, autore di Persone perbene (Bompiani), commenta un lungo articolo del Monde contro il romanziere autore di 2084, Sansal, che ha rotto con Gallimard per passare alla casa editrice di destra Grasset perché ha accusato il suo editore di sinistra di essere stato timido quando era in galera. 

“Antoine Gallimard ha scelto un approccio diplomatico che non corrisponde alla linea di resistenza che ho fermamente adottato contro il regime violento e crudele di Tebboune” aveva scritto Sansal. “Capisco che gli stati possano privilegiare canali discreti e diplomatici. Ma una casa editrice non è un’istituzione diplomatica e non può parlare a nome dello scrittore in questione. Per me, la questione era semplice ed essenziale. Era la mia vita in gioco. Nessuna sottomissione, nessuna negoziazione. Anche se ciò significa rimanere in prigione. La libertà di espressione non è negoziabile. E la volontà di lottare non deve mostrare né debolezza né esitazione”.

E così scatta per Sansal il meccanismo del sospetto e del discredito.

   

Scrive il Monde: “Da quando è stato liberato, Sansal divide l’opinione pubblica a causa delle sue prese di posizione”. L’entusiasmo per Sansal è durato poco. “Da martire della libertà di espressione, difeso da decine di personalità, Sansal si è rivelato una figura ambivalente, per non dire ambigua, per le sue previsioni apocalittiche sulle minacce di islamizzazione che pesano sulla Francia”. Il giornale poi vira sul venale. “Il prezzo di questa transazione, sotto forma di anticipo sul prossimo libro di Sansal, non è noto, nonostante le voci”. 

Come se i romanzieri di sinistra scrivessero gratis. A differenza loro, Sansal è tornato a Parigi povero. Ha perso la casa di Boumerdès, fuori Algeri, la pensione da alto funzionario algerino, i suoi conti sono bloccati e il passaporto confiscato. Persino telefono e computer sono rimasti dall’altra parte del Mediterraneo.

Anche Libération (il giornale del difensore del Gulag Jean-Paul Sartre) attacca Sansal: “Un milione di euro, un appartamento parigino, vicinanza a Sarkozy”. 

Intitolato “Dérive”, il dossier non lascia dubbi: Sansal si è “fatto risucchiare da movimenti vicini alla destra” ed è questo il vero scandalo per questo giornale, più della sua prigionia da parte di una dittatura. Il titolo è degno dei bollettini sovietici: “Transfuge de clash”. Un transfuga è chi tradisce. Il presupposto è che Sansal appartenesse a un campo (la sinistra letteraria, Gallimard, il bene) e che l’abbia tradito. E poi: “Si è indurito, roso dall’idra islamista”, “mescolando islam e islamismo”, “destrificazione”. 

Sulla tv pubblica, Sansal si sente chiedere dalla giornalista se non sia diventato “di estrema destra”.

Fosse stato per questi giornalisti, Sansal sarebbe dovuto rimanere in quella fetida galera algerina. 

Eppure il romanziere non ha mai nascosto le sue posizioni sull’Islam. 

Lo scrittore è sempre stato uno dei critici più radicali e inflessibili dell’Islam politico, considera incompatibili democrazia e mondo musulmano, giustifica l’islamofobia come “legittima difesa” e condanna l’“islamogauchisme” che definisce “complicità”. Per Sansal, l’islam in politica tende inevitabilmente all’islamismo, non esistono paesi musulmani democratici, tolleranza civile e scambio democratico sono valori sconosciuti.

Libération non lo ha difeso quando Sansal era in catene, lo attacca ora che è ingombrante. Se si riconoscono gli amici nella sventura, si scoprono anche i codardi. 

Sansal non è fra quelli e ora sul Journal du dimanche torna a urlare la verità. 

   

Si legge:

“Sordamente, le anime vili cercano un nuovo padrone. Nel XX secolo è stato Berlino, poi Mosca, poi Washington. Ormai il nuovo assoluto, il nuovo esotismo, è l’Islam. Coloro che rifiutano questa violazione devono alzarsi e nominare con noi questa realtà senza tremare”.

Sansal evoca una Francia “divisa in due popoli” dove si vede “il popolo nativo declinare, ridotto al silenzio, e il popolo importato affermarsi come il successore naturale e il solo futuro del Paese”. 

Nessuno deve permettersi di parlare così nel demi monde letterario e giornalistico. 

   

Jean Quatremer

E così anche un anziano giornalista di Libération starebbe facendo soffrire un’intera redazione. Il giornalista di Libé Jean Quatremer dovrà comparire davanti al dipartimento risorse umane per le sue posizioni pro Israele. I dipendenti di Libé hanno tenuto un’assemblea per esprimere “disagio e angoscia” causati dai commenti di Quatremer, corrispondente da Bruxelles per il quotidiano. Chiedono sanzioni perché “la libertà di espressione non può essere un cavallo di Troia per il razzismo”. Quatremer non professa l’odio per Israele, come Sansal. E non odiare lo stato ebraico è razzismo. 

“Annuncio la mia immediata decisione di non lavorare più per Le Monde, una decisione personale, unilaterale e definitiva. La libertà non si negozia”. E’ con queste parole che anche Xavier Gorce, un famoso vignettista, se ne è andato dal maggiore quotidiano francese dopo che gli hanno censurato una vignetta tacciata di “transfobia” e in cui criticava l’identità di genere. Gorce ha citato una frase di Jean-François Revel, il filosofo che andò contro il pensiero unico negli anni Sessanta e Settanta: “Il marxismo ieri, il neoprogressismo oggi, con il pretesto di riparare le vere ingiustizie, tendono a sostituire un’ideologia dominante con un’altra. La nuova borghesia neo-progressista, presentando il razzismo e il sessismo come sistemici nel mondo occidentale, si esonera da ogni responsabilità, ottiene l’appoggio incondizionato del ‘dominato’ e giustifica il suo dominio morale”.

Il quotidiano della sinistra spagnola País ha licenziato invece il filosofo Fernando Savater, che scriveva da 49 anni sulle pagine del quotidiano faro della izquierda spagnola e che dopo la morte di Francisco Franco nel 1975 ha contribuito a fondare. Savater ne aveva abbastanza di questa sinistra fanatica e militarizzata. 

Questi episodi non sono incidenti isolati. Sono i sintomi di una mutazione profonda del campo progressista. Quello che un tempo si presentava come difensore della libertà contro l’oscurantismo e l’autoritarismo si è trasformato in un nuovo clero laico intollerante verso ogni deviazione dal catechismo contemporaneo: immigrazione senza limiti, Islam come religione di pace da non criticare, identità di genere fluida come dogma intoccabile, Israele come nemico a cui è lecito negare il diritto di esistere. 

Chi dissente non viene più confutato: viene squalificato con epiteti che suonano come condanne senza appello. 

“Islamofobo” chi vede il pericolo del fondamentalismo islamico; “transfobo” chi difende la realtà biologica del sesso; “sionista” (nel senso spregiativo) chi non aderisce alla narrazione palestinese come unica verità. 

Il risultato è un conformismo soffocante, una polizia del pensiero che opera non attraverso lo Stato totalitario, ma redazioni, case editrici, social e risorse umane aziendali. 

La storia insegna che questi delitti d’opinione non restano impuniti a lungo per chi li commette. 

Le tricoteuses del Terrore finirono per essere inghiottite dalla stessa macchina che avevano applaudito. I nuovi guardiani del pensiero unico rischiano lo stesso destino: quando la realtà – demografica, culturale, geopolitica – irromperà con violenza nelle loro bolle ideologiche, scopriranno che le etichette non fermano la storia. E che aver ridotto il dibattito pubblico a un tribunale morale non ha salvato la società, ma l’ha solo resa più fragile e ipocrita. 

Il mio amico Sansal lo sa bene: ha conosciuto le prigioni vere. Quelle metaforiche dell’Europa “libera” gli devono apparire, paradossalmente, ancora più insidiose. 

Perché fingono di essere aperte, mentre chiudono ogni porta al dissenso. 


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