"Cenere e silenzio La storia vera di un Piepel ad Auschwitz", di Maria Pia Selvaggio, Selvaggio edizioni, euro 12
“E’ incredibile constatare come la memoria sia un filo sottile che rischia sempre di spezzarsi. Basta un niente e nessuno ricorda più quello che è successo”.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale alcuni sopravvissuti alla Shoah avevano cercato di raccontare gli orrori dei campi di sterminio ma erano stati accolti dall’indifferenza di una società post bellica che voleva solo dimenticare e ricostruirsi.
Solo col tempo sono apparse alcune testimonianze che hanno inchiodato il mondo, e l’Europa in particolare, alle proprie responsabilità.
Negli ultimi anni però molti testimoni ci hanno lasciato e quei pochi che restano, pensiamo a Sami Modiano, alle sorelle Bucci, a Liliana Segre, a Stella Levi, continuano con coraggio a portare il racconto delle loro drammatiche esperienze nelle scuole, affinchè le nuove generazioni possano diventare “custodi della Memoria”.
La letteratura concentrazionaria, con la progressiva scomparsa dei testimoni, si è arricchita di saggi storici e opere romanzate, anche se poche fra queste si rivolgono agli adolescenti internati nei campi di sterminio.
Autori come Janusz Korczak, uno dei più grandi educatori di tutti i tempi morto a Treblinka insieme ai 200 bambini dell’orfanotrofio da lui fondato a Varsavia, ci ha trasmesso nei suoi libri racconti di magistrale intensità. Ma è con Yehiel De Nur, ebreo polacco naturalizzato israeliano, che firmava i suoi libri con “Ka-Tzetnik 135633”, che si comincia a conoscere le vicende degli adolescenti, spesso ebrei, internati nei campi, scelti come assistenti personali dei Kapò, quasi sempre criminali comuni o prigionieri ebrei che le SS mettevano a capo di un blocco per sorvegliare i loro correligionari. Il termine “Piepel” (titolo di uno fra i libri più agghiaccianti di Ka-Tzetnik 135633 – Oscar Mondadori, 1963), derivato dallo yiddish e dal gergo dei campi nazisti, indicava dunque quei ragazzi fra i dodici e i sedici anni che, in cambio di protezione e di razioni extra di cibo, venivano impiegati per compiti degradanti come pulire gli stivali dei kapò, rubare per i superiori e soprattutto per abusi fisici e sessuali.
La storia di un Piepel è anche al centro dell’ultimo libro “Cenere e silenzio” di Maria Pia Selvaggio, scrittrice, drammaturga e saggista, che coniuga con un linguaggio aulico, a tratti lirico, il genere del romanzo al saggio storico. La stessa scrittrice in una intervista alla giornalista Anna Rolli ha affermato che per la stesura ha “attinto a testimonianze ed archivi, per descrivere la realtà con precisione chirurgica, evitando stereotipi per focalizzarmi sull’umanità spezzata del protagonista”.
Dei Piepel, quei giovani servi dei kapò spesso ignorati nelle narrazioni storiche, che rappresentano la cosiddetta “zona grigia”, quell’area di ambiguità morale mirabilmente descritta da Primo Levi “dove carnefice e vittima si fondono in un sussurro di cenere” ne aveva già parlato, oltre al grande autore italiano, anche Elie Wiesel ne “La notte” (Giuntina) quando descrive il Piepel “Angelo” di tredici anni, occhi azzurri, impiccato per aver rubato del pane.
In questa “zona grigia”, dove non troviamo “i martiri gloriosi né i carnefici assoluti, ma gli individui schiacciati tra sopravvivenza e complicità, tra umanità e disumanizzazione”, si inserisce la figura di Levi Rosenthal, il protagonista del romanzo di Maria Pia Selvaggio, un ragazzo di quattordici anni che, nell’aprile del 1944, strappato dalla sua casa di Cracovia insieme alla famiglia, inizia il suo viaggio verso l’inferno di Auschwitz.
Con un linguaggio crudo, che non fa sconti all’orrore, l’autrice ci proietta in un luogo di morte dove l’umanità sembra sparita, dove predomina la malvagità, la volontà di annientare l’ebreo sia nel corpo che nell’anima, di violare quelle giovani vite il cui futuro non potrà più essere lo stesso di quello che avrebbero vissuto senza Auschwitz.
Nel campo Levi perde il padre Jakob, stremato dalla fame e dal duro lavoro, la madre e la dolce sorellina Miriam inviate alle camere a gas appena scese dal treno, e si trova a confrontarsi con la ferocia di un kapò ebreo polacco, un criminale assurto al dubbio onore di capo del blocco dalle SS per comandare sui propri correligionari, con poteri assoluti su vita e morte. Herschel si “impadronisce” della vita di Levi, ne fa il suo schiavo, lo umilia e lo getta in uno stato di cupa abiezione quando inizia ad abusare di lui in cambio di razioni supplementari di cibo.
In pagine fortemente evocative l’autrice non risparmia ai lettori dettagli dolorosi, immagini crude dove il disgusto per gli abusi sessuali, l’odore nauseante proveniente dai forni crematori, il freddo che paralizza corpi e menti si mescola sia ai ricordi in cui Levi si rifugia della sua vita passata nel calore della famiglia, sia a una sorta di ribellione che pian piano emerge nel suo cuore e lo tiene agganciato a una vita che non è solo umiliazione e sofferenza.
La solidarietà umana che lo avvicina a qualche compagno di sventura, la partecipazione alla rivolta del Sonderkommando rendono giustizia a uno spirito indomito non spezzato dalla ferocia dei suoi aguzzini perché Levi “non si arrende all’abisso, la sua ribellione, sebbene silenziosa, è un atto di sfida, un rifiuto di lasciare che il sistema nazista annulli la sua umanità”.
Forse è impossibile un riscatto morale dopo aver vissuto un tale orrore e dopo aver lottato in condizioni estreme per la sopravvivenza, soprattutto per giovani che nel loro percorso di crescita devono formarsi una propria identità. Eppure l’autrice ci fa intravvedere una possibilità di riscatto nel finale offrendo uno spiraglio di luce e di speranza per il protagonista e per la giovane donna che lo aiuta a risalire la china e sarà al suo fianco nella vita: una conclusione tuttavia, a parere di chi scrive, un po’ troppo surreale e immaginifica.
Con questo libro Selvaggio indaga non solo la “zona grigia” attraverso la storia di un personaggio verosimile che racchiude le contraddizioni di chi per sopravvivere dovette scendere a patti con l’inferno, ma anche il “silenzio” che ha pervaso sia la storia dei Piepel, - forse per la difficoltà di confrontarsi con le violenze subite dai più giovani – sia il mancato ascolto da parte della società post bellica di chi era tornato dai campi e che ha certamente radicato nei sopravvissuti traumi non rielaborati e trasmessi poi ai figli e nipoti. Ancora oggi in un’epoca devastata da conflitti il silenzio resta un nemico che bisogna combattere perché solo con la conoscenza dei fatti e della Storia si possono superare divisioni e pregiudizi e fare in modo che gli orrori del passato non si rinnovino offuscando e “silenziando” ancora una volta la coscienza dell’essere umano.
“Cenere e silenzio” è un’opera ricca di interessanti riferimenti storici che richiama l’attenzione delle nuove generazioni sui Piepel, figure troppo spesso omesse dalla storiografia, le cui esistenze non dobbiamo lasciare cadere nell’oblio, ora che la distanza temporale ci allontana da quegli anni.
Con una prosa permeata da metafore, a volte forse un po’ eccessive, oltre che da riferimenti letterari e citazioni l’autrice racconta la storia di Levi come “atto di conoscenza, un ponte tra passato e presente per evitare che nuovi inferni nascano dalla nostra indifferenza”.
“Perché, come scrive Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.
takinut3@gmail.com