Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 18/04/2026, a pag. 4, l'analisi di Lorenzo Vita dal titolo "L’Iran vuole una Nato islamica. Il piano per ricucire con il Golfo"
L’Iran continua a negoziare con gli Stati Uniti, ma adesso il suo obiettivo è anche quello di ricucire con i vicini, in particolare con le monarchie del Golfo. Una partita difficile, dal momento che i regni arabi sono stati vittime della pesante ritorsione missilistica iraniana dall’inizio del conflitto con Israele e Usa. Ma è una partita che la Repubblica islamica vuole provare a portare a casa a qualunque costo, spinta dalla necessità di rafforzare i legami regionali, sfruttare i timori del Golfo riguardo agli Stati Uniti e sfruttare il pressing cinese.
La prima mossa, in questo senso, è arrivata dal presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, che ha rilanciato l’idea di un’alleanza dei Paesi arabi e a maggioranza musulmana. Una “Nato islamica”, come qualcuno l’ha definita, che dovrebbe coinvolgere gli Stati del Golfo per “risolvere i problemi attraverso la cooperazione”. Il presidente iraniano ha parlato di questo scenario durante l’incontro con il capo di Stato maggiore pachistano, il feldmaresciallo Asim Munir, uno dei due grandi protagonisti del negoziato tra Teheran e Washington mediato da Islamabad. “I Paesi islamici potrebbero risolvere i propri problemi attraverso una cooperazione collettiva basata su legami religiosi e culturali condivisi”, ha detto Pezeshkian, aggiungendo che “la guerra non avvantaggia nessuna delle parti” e che “gli Stati Uniti non ne usciranno vincitori, mentre i Paesi della regione e in tutto il mondo subiranno gravi perdite”.
La questione sollevata dal presidente iraniano non è solo propaganda. In primo luogo, poiché queste dichiarazioni sono state fatte a un rappresentante del Pakistan, Paese che ha già siglato con l’Arabia Saudita un patto di mutua difesa. Un altro elemento che va sottolineato è che si percepisce ormai in modo chiaro il tentativo di Teheran di riaffacciarsi dall’altra parte del Golfo per via diplomatica. Fondamentale, sotto questo aspetto, la telefonata tra il presidente del parlamento, Mohammed Ghalibaf, e il vicepresidente degli Emirati Mansour bin Zayed Al Nahyan, così come quella di inizio settimana tra il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e l’omologo saudita Faisal bin Farhan bin Abdullah Al Saud. Come hanno spiegato i media americani, in questi giorni le monarchie arabe hanno iniziato a riflettere sul loro rapporto strategico con gli Stati Uniti. La guerra scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu li ha travolti trasformandoli in obiettivi dei Pasdaran. Molti governi hanno accusato Washington di non averli tutelati, facendo capire di non apprezzare la differenza di trattamento rispetto allo Stato ebraico. Inoltre, la tregua voluta in fretta e furia dal tycoon ha messo in difficoltà i monarchi del Golfo, che ora si trovano a gestire un Iran più intransigente, con un peso maggiore a livello locale e capace di controllare lo Stretto di Hormuz.
E in questa situazione, non è un caso che il leader cinese Xi Jinping abbia proposto, nei suoi quattro punti per la pace in Medio Oriente, anche una cooperazione sul piano regionale. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, parlando con Araghchi, ha ribadito la necessità che a Hormuz riprenda la normale navigazione. Ma Pechino sa che può sfruttare questo momento di instabilità per far ripartire la sua trama diplomatica nella regione. Non è un caso che tra i punti proposti da Xi vi sia quello di “lavorare per costruire un’architettura di sicurezza comune, completa, cooperativa e sostenibile per il Medio Oriente”. E in questa rotta, un aiuto potrebbe arrivare anche dalla Russia, partner delle monarchie del Golfo nel mercato petrolifero e alleata dell’Iran.
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