Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 14/04/2026, a pag. 2, il commento di Giulio Meotti dal titolo "L’Iran rilancia la fatwa: 'Trump e Netanyahu come Rushdie'"
Giulio Meotti
Roma. “La fatwa aleggia sull’occidente, crescendo e calando come una luna. A volte è una pallida falce di luna, appena percettibile; a volte, come ora, una luna di sangue piena di presagi. Ma presagi di cosa? Sono poche frasi lette ad alta voce su Radio Teheran – un semplice respiro – che rimarranno l’arma più pericolosa della Repubblica islamica”. Così scriveva qualche settimana fa Jonathan Rosen sulla Free Press di Bari Weiss a proposito della condanna a morte emessa dall’Iran contro Salman Rushdie per “I versetti satanici”. Da allora, Rushdie ha vissuto sotto protezione, ha visto i suoi collaboratori aggrediti o uccisi, gli editori feriti e le librerie incendiate. Eppure ha continuato a scrivere, a difendere la libertà di espressione come valore non negoziabile. Sono trascorsi 37 anni e ora è l’ex ministro degli Esteri di Teheran, Manouchehr Mottaki, a tornare a minacciare Rushdie sulla tv del regime. “Quei due, Trump e Netanyahu, vanno messi sotto processo e l’esecuzione del verdetto affidata ai musulmani di tutto il mondo come la fatwa contro il crimine commesso da Salman Rushdie, condannato come apostata”.
La fatwa del 1989 non fu solo un atto contro un singolo scrittore. Fu l’annuncio di un nuovo tipo di guerra: asimmetrica, transnazionale, culturale prima ancora che militare. Khomeini capì che una condanna religiosa poteva mobilitare individui isolati in qualsiasi parte del mondo, bypassando eserciti e confini. Da quel momento, l’Iran ha esportato non solo missili e droni, ma un modello di intimidazione che mescola Stato, religione e crowdsourcing della violenza. Le fondazioni religiose iraniane hanno più volte aumentato la taglia sulla testa di Rushdie, arrivando a milioni di dollari. Nel 2022, un giovane americano di origine libanese ha aggredito lo scrittore durante una conferenza a Chautauqua, nello stato di New York, pugnalandolo ripetutamente e lasciandolo con gravi lesioni permanenti. Da allora, casi simili si sono moltiplicati: vignette, film, conferenze, autori in esilio. La fatwa ha insegnato ai regimi autoritari e ai gruppi radicali che l’autocensura occidentale è un’arma potente e poco costosa. E sarebbe bastato ascoltare chi, al tempo della fatwa contro Rushdie, ci mise in guardia. Come il dissidente polacco Adam Michnik, che scrisse: “Un mondo in cui un fanatico che governa l’Iran può pagare assassini in tutto il mondo è un mondo in cui nessuno è al sicuro”. Ieri un altro tentato incendio contro una sinagoga a Finchley, nella zona nord di Londra.
Nessuno è al sicuro. La fatwa è ben più grave della chiusura dello stretto di Hormuz, il cui prezzo si misura non in barili di petrolio e prezzi del carburante. La fatwa colpisce al cuore delle società aperte: la fiducia che le idee possano circolare liberamente, che un romanzo o un articolo non debba costare la vita a chi lo scrive o lo pubblica. Trentasette anni dopo, la luna di sangue descritta da Rosen è di nuovo piena.
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