Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 17/04/2026, a pag. 4, l'intervista di Antonio Picasso a Reza Pahlavi dal titolo "Pahlavi svela al Riformista il suo piano: «Sì allo Stato ebraico, no al nucleare»"
Reza Pahlavi
«Le relazioni tra la Persia e Israele affondano nella tradizione biblica e trovano nuovo vigore nella storia del Novecento». Così il figlio dello scià di Persia, Reza Pahlavi, risponde alla domanda del Riformista, su come saranno i rapporti tra Israele e l’Iran una volta che il regime degli ayatollah verrà abbattuto in via definitiva. Intervistato dal direttore del Tempo, Daniele Capezzone, Pahlavi è intervenuto a un incontro con la stampa e le istituzioni italiane, ieri al Centro Studi Americani, organizzatore dell’evento, in collaborazione con l’Istituto Friedman. «Fu Ciro il Grande, dopo la conquista di Babilonia (VI secolo aC), a liberare il popolo ebraico dalla schiavitù, a permettere che tornasse in patria e ricostruisse il Tempio di Gerusalemme». Alla pagina di Sacre Scritture si aggiunge l’impegno del nonno di Reza Pahlavi, lo scià suo omonimo, nell’ospitare alcune famiglie ebree in fuga dalla Germania nazista. La normalizzazione dei rapporti Iran-Israele rientra quindi nei piani di Pahlavi. Trova giustificazione nella storia. E intende restaurare le relazioni passate. Prima dell’avvento del regime, la comunità ebraica persiana era un pilastro culturale ed economico del Paese.
«Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Hormuz e la guerra, la repressione continua», dice ancora il leader della diaspora monarchica. «Faccio quindi appello ai governi di tutta Europa perché si ponga uno stop alle esecuzioni. Il Paese è già vittima di una grave crisi economica, il caro-vita colpisce tutte le fasce sociali, internet è inaccessibile praticamente ovunque. Bisogna fare qualcosa». Con Roma, prosegue il viaggio nelle Capitali europee di Reza Pahlavi. Le tappe precedenti erano state Parigi, Stoccolma, ma soprattutto Monaco, a metà febbraio, con l’intervento alla Munich Security Conference e la partecipazione alla più imponente manifestazione della diaspora iraniana. Prima dello scoppio delle manifestazioni, Pahlavi promuoveva la “causa persiana” tra le due coste degli Stati Uniti. Il suo obiettivo è mostrarsi vicino appunto a chi, tra gli iraniani espatriati, sostiene le proteste nel Paese. «La diaspora è il nostro corpo diplomatico». Ma quello di Pahlavi è anche un tour di pressione politica. «Aspettare che il regime cambi, pensare che i negoziati portino a qualcosa è solo uno spreco di tempo. La struttura terroristica dei Pasdaran è ancora in funzione. L’unica soluzione è abbatterli». Pahlavi si rende conto che la chiusura di Hormuz genera nervosismo e mette sotto pressione la comunità internazionale. La mossa rientra nella modalità ricattatoria di Teheran per sopravvivere. E altrettanto portare avanti il suo progetto nucleare. Altro dossier, questo, su cui Pahlavi dice di avere le idee chiare. «Sarà sicuramente arrestato», risponde sempre al Riformista.
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