Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 15/04/2026, a pag. 3, il commento di Giuseppe Kalowski dal titolo "Il know-how israeliano è cruciale ma l’Italia sospende il rinnovo automatico dell’accordo di difesa"
Giuseppe Kalowski
Tel-Aviv. Israele paga il conto della sconfitta del centrodestra italiano al referendum sulla magistratura. Con la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele, “in considerazione della situazione attuale”, ha fatto sapere Giorgia Meloni. Il referendum, nel quale ha prevalso il No, ha provocato un terremoto politico all’interno della coalizione di governo e un effetto volano per il cosiddetto campo largo. Questa scossa politica ha fatto cambiare rotta nei confronti di Israele, dopo aver constatato che una linea percepita come pro-palestinese, filo-Hezbollah e indulgente nei confronti di Maduro e del regime di Teheran raccoglie consensi. Si è arrivati all’assurdo paradosso di vedere gli esuli iraniani in Italia e nel resto del mondo solidarizzare con Israele nella guerra contro il regime iraniano, mentre manifestanti venezuelani sono stati allontanati da piazze italiane filo-Maduro. Questa è l’Italia e questa è l’Europa di oggi, verso la quale, fino ad ora, il governo italiano era stato uno dei pochi a mantenere una posizione lucida e obiettiva nei confronti dello Stato ebraico.
C’era nell’aria qualcosa di diverso: si percepiva da qualche giorno che qualcosa stesse cambiando. Da quando il ministro Antonio Tajani, in procinto di recarsi in Libano, aveva preso le distanze da Israele per i bombardamenti dell’Idf su Beirut e sull’operazione militare terrestre nel sud del Paese, difendendo al contempo il contingente italiano dell’Unifil, definito “a disposizione del popolo fratello libanese”. Ci sono due ordini di ragionamento da fare. Il primo è di carattere generale, e riguarda l’incapacità dell’Occidente di estirpare il cancro dell’antisemitismo. Se ce ne fosse ancora bisogno, il 7 ottobre 2023 e tutto ciò che ne è seguito fino a oggi rappresentano la dimostrazione più evidente. Il secondo ragionamento è più terreno, legato alla politica interna. Il governo, con questo stop alla cooperazione militare, sembra voler raddrizzare una barca che teme stia per rovesciarsi e che potrebbe far affondare la coalizione di centrodestra. Con questo provvedimento tenta di riequilibrare la propria politica estera in funzione elettorale; tuttavia, paradossalmente, a un anno circa dalle prossime elezioni, un atteggiamento di questo tipo potrebbe produrre l’effetto opposto, alimentando ulteriormente la polemica politica, come già sta accadendo a poche ore dal comunicato della presidente del Consiglio, con il rischio di perdere consensi sia a destra sia a sinistra. Ci si chiede inoltre se il governo si fermerà a questo provvedimento o se, spinto dalle posizioni dell’opposizione, procederà anche al riconoscimento dello Stato palestinese, allo stop dell’accordo di associazione tra Israele e l’Unione europea e alle sanzioni richieste da chi critica duramente la politica israeliana.
Dal punto di vista tecnico, la sospensione del memorandum Italia-Israele ha una rilevanza relativamente modesta per quanto riguarda la cooperazione e lo scambio di materiali militari, nonché la ricerca tecnologica nel settore della difesa, ambito in cui è soprattutto l’Italia a rischiare di perdere di più. Il leader del Partito Liberaldemocratico, Luigi Marattin, ha ribadito questo concetto facendo presente che chi dispone della tecnologia militare più avanzata è Israele e non l’Italia. Sospendere l’importazione di know-how tecnologico militare in un momento così delicato a livello globale danneggia l’Italia, non Israele. Marattin ha anche sottolineato che non si tratta di una sospensione dell’accordo, bensì del suo rinnovo automatico: una scelta che appare più come una decisione di facciata, quasi un intervento di “lifting”.
È però l’aspetto simbolico a suscitare maggiore scalpore in Israele: l’Italia era sempre stata percepita da Gerusalemme come un partner razionale e sostanzialmente amico, pur nella consapevolezza che una parte significativa dell’opinione pubblica si fosse già progressivamente allontanata, in modo evidente soprattutto dopo il 7 ottobre. Si tratta di una delusione duplice, anche perché gli israeliani avevano spesso dimostrato empatia nei confronti del popolo italiano. Paradossalmente, oggi risulta più facile riscontrare comprensione e apertura verso Israele in diversi Paesi arabi del Golfo Persico, come Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Oman, Arabia Saudita, Kuwait e persino Qatar, piuttosto che in Europa. In quei contesti, la percezione delle minacce e delle priorità strategiche appare più chiara.
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