Nuova ondata di conformismo anti-Occidente e anti-libertà. E su America e Israele il governo si tenga alla larga dalla narrazione altrui
Il commento del direttore Daniele Capezzone
Testata: Il Tempo
Data: 15/04/2026
Pagina: 1/3
Autore: Daniele Capezzone
Titolo: Nuova ondata di conformismo anti-Occidente e anti-libertà. E su America e Israele il governo si tenga alla larga dalla narrazione altrui

Riprendiamo da IL TEMPO di oggi 15/04/2026, a pag. 1/3, il commento del direttore Daniele Capezzone dal titolo "Nuova ondata di conformismo anti-Occidente e anti-libertà. E su America e Israele il governo si tenga alla larga dalla narrazione altrui"

 Confessioni di un liberale. Daniele Capezzone al Caffè della Versiliana  Giovedì 14 luglio, ore 18:30 - Versiliana Festival
Daniele Capezzone

Diversamente dalla sinistra, qui a Il Tempo non esultiamo affatto per le tensioni di ieri tra Donald Trump e Giorgia Meloni. Anzi, c’è da augurarsi che si tratti di un’increspatura delle acque, non di una tempesta. Semmai, questo scambio ruvido tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi (sia chiaro: ruvido in primo luogo per i toni scelti da Trump) è l’occasione per una riflessione di fondo sul delicatissimo momento in cui ci troviamo. Posso sbagliarmi, e in qualche misura me lo auguro vivamente, ma temo che i lavori in corso negli accampamenti politici di centrosinistra e centrodestra non stiano tenendo adeguatamente conto di qualcosa di molto profondo che accade nelle nostre società, non solo in quella italiana. C’entra l’ostilità che a volte Donald Trump sembra perfino compiacersi di suscitare? Può darsi, ma si tratta di un elemento contingente. C’entrano le guerre, che ci impauriscono e ci trovano anche psicologicamente disabituati? Certamente sì, ma si tratta - in questo caso - più di un sintomo che della causa del problema. La mia impressione è che sia in pieno corso, e vicina al suo scatenamento più plateale, una nuova ondata di conformismo populista. Stavolta - badate bene - con una carica distruttiva destinata a non rivolgersi solo contro un governo sgradito in America o in un paese europeo. Non si tratta, per capirci, solo di una faccenda di alternanza tra forze politiche, di ricambio di chi è pro tempore al potere. Ma di una tendenza sempre più pronunciata di odio verso l’Occidente (nel cuore dell’Occidente stesso), di odio verso l’America (in America e pure qui da noi), di odio verso gli ebrei (senza neanche bisogno della foglia di fico dell’«antisionismo»), di sospetto verso la libertà (e di preferenza per le decisioni centralizzate: per paradosso, proprio mentre si disprezzano i politici, si vorrebbero dar loro più poteri). Una parte di questa ondata è del tutto spontanea, un’altra parte è abilmente orchestrata con campagne che vedono (al di qua e al di là dell’Atlantico) le stesse menti, gli stessi slogan, le stesse manifestazioni con gli stessi cartelli, e ovviamente gli stessi finanziatori. Ne sono beneficiari oggettivi per un verso le dittature, che non hanno «problemi» di consenso e che, a partire da Pechino, ridono e si fregano le mani pensando alle nostre fragilità, e per altro verso le forze dell’estremismo islamista, che, qui in Europa, puntano a una scalata che è insieme sociale, mediatica e politico-istituzionale. Il tradimento di buona parte della cultura e dei media fa il resto. Queste tendenze, solo apparentemente di «controcultura», sono diventate mainstream, dominanti. E non sui social, dove lo sono divenute di rimbalzo. Ma in primo luogo nei media tradizionali (tv e giornali), dove imperversano voci di questo tipo anche in luoghi teoricamente insospettabili. Il risultato è che stanno vincendo loro. Già questa estate l’ascesa mediatica di Francesca Albanese, nonostante le sue terribili ambiguità, pareva inarrestabile: si è fermata solo per una sua gaffe verso la senatrice a vita Liliana Segre. Secondo esempio? Le manifestazioni Pro Pal, divenute (nonostante le bandiere di Hamas e gli slogan in qualche caso apertamente antisemiti) una “festa” a cui tanti giovani sentivano di dover partecipare: anche lì la frenata è stata determinata solo da una deriva violenta che qualcuno, tra gli stessi organizzatori, non è stato in grado di arrestare. Il terzo esempio si è avuto sul referendum: balle e menzogne a parte, la campagna per il No è stata calda, efficace, ha convinto tanti ragazzi e ragazze che si dovesse votare con lo stesso spirito con cui si firma una petizione online, per fare una cosa "giusta", per contrastare non si sa quale “fascismo”. A destra, a mio avviso, non si deve sottovalutare tutto questo: una simile ondata può ripetersi. E non la si affronterà con il bricolage interno ai tre partiti o con qualche ricambio di nomi. Si tratta (tra tv e nuovi media, tra cose fatte e cose dette) di contrapporre un nuovo "immaginario", una speranza in positivo, degli obiettivi desiderabili, il senso di un cambiamento al quale si può partecipare, anzi sarà bello esserne parte. E si tratta di essere pronti a una dura battaglia delle idee, senza arretrare e senza cedere al racconto altrui. Quanto alla sinistra, si illude se pensa di limitarsi a beneficiare di circostanze favorevoli. Elettoralmente, per i miopi, può anche essere che vada così. Ma i capi e i sottocapi di questa sinistra e i loro referenti mediatici sono più follower che leader di questa tendenza, seguiranno - appunto - l’onda, ne saranno trascinati, non avranno alcuna capacità di guidare e incanalare proteste e stati d’animo. Anche da quelle parti qualche testa fredda e lucida farebbe bene a porsi la domanda: “Dove stiamo andando? Dove e da chi ci stiamo facendo trascinare”? È per questo che mi auguro che il filo del rapporto tra Trump e Meloni non si spezzi, anzi. Ed è sempre per tutte queste ragioni (per carità: spero di sbagliare valutazione anche su questo) che non mi sembra una buona idea la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele. Comprendo bene le ragioni tattiche che possono essere state alla base della decisione: le circostanze presenti legate alla guerra, il turbamento di un pezzo importante di opinione pubblica, le incertezze dei prossimi mesi. Tutto comprensibile. Così come è vero (se si vuol essere ottimisti) che sospendere l’automatismo di un rinnovo non vuol dire no al rinnovo dell’intesa stessa, che sarà riesaminata caso per caso. Tutto vero. E però restano due grandi perplessità. La prima: le ragioni tattiche non dovrebbero mai prevalere su quelle strategiche e legate ai valori fondamentali. Israele non è solo uno Stato, o un governo pro tempore, ma è un sistema di valori e princìpi che è stato messo nuovamente sotto atroce attacco il 7 ottobre, e non ha mai cessato di essere minacciato dai piani nucleari iraniani, che puntano – non dimentichiamolo – a cancellare Israele dalla faccia della terra. La seconda perplessità: come ho già detto, non bisognerebbe mai inseguire la narrazione altrui. Se si dà l’impressione di rincorrere gli altri, gli altri rischiano di aver già vinto culturalmente. E non a caso ieri le sinistre, lungi dal placarsi dopo l’annuncio del governo, hanno strillato ancora più forte e hanno chiesto ancora di più, a partire dall’ineffabile signora Albanese. Chiaro, no?

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