Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 14/04/2026, a pag. 4, l'analisi di Davide Mattone dal titolo "Ora Hormuz è un problema anche per l’Iran. Il costo del blocco americano"
Davide Mattone
Il presidente Donald Trump, dopo il fallimento dei negoziati a Islamabad, ha deciso di usare contro l’Iran l’arma economica che avrebbe potuto usare dall’inizio della guerra. Così, alle 16 italiane di ieri, è iniziato il blocco dello Stretto di Hormuz che potrebbe rendere l’opposizione di Teheran economicamente insostenibile nel breve–medio periodo. Non si tratta di una chiusura indiscriminata dello stretto, ma del blocco militare del traffico da e per i porti iraniani. Praticamente, seppur proporzionalmente più incisiva, è la stessa leva con cui l’Iran ha tenuto sotto pressione il mercato energetico mondiale e che Trump, per sei settimane, aveva lasciato sul tavolo.
Miad Maleki, ex funzionario del Tesoro americano, ha stimato che il blocco navale costerà all’Iran circa 435 milioni di dollari al giorno, tra 276 milioni di dollari in esportazioni perse e 159 milioni in import bloccati. Prima dell’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti molti analisti avevano escluso la chiusura di Hormuz come strumento di ritorsione dell’Iran, proprio perché sarebbe stato illogico, ex ante, credere che i paesi occidentali avrebbero lasciato passare le navi con il greggio di Teheran indisturbate verso l’Asia, ma si sbagliavano.
Per sei settimane i pasdaran hanno continuato a far passare le navi cargo del regime mentre il resto del traffico nello stretto era quasi paralizzato. A marzo l’Iran ha persino aumentato l’export del suo greggio, da una media di 1,69 milioni di barili al giorno nel 2025 a circa 1,85 milioni di barili giornalieri nell’ultimo mese, secondo i dati della piattaforma Kpler. Le petroliere fantasma caricavano a Kharg Island, il porto che muove circa il 90 per cento dell’export petrolifero iraniano, spegnevano i transponder nei pressi di Qeshm, l’isola iraniana nello stretto, e proseguivano verso l’Asia. L’United against nuclear Iran (Uani), l’organizzazione americana che monitora la flotta ombra iraniana, ha contato dall’inizio del conflitto circa 38 milioni di barili caricati, per oltre 3 miliardi di dollari finiti al regime degli ayatollah.
Se il blocco americano si prolungasse, gli stoccaggi si riempirebbero e l’Iran dovrebbe chiudere i pozzi, già vecchi, la cui produzione ormai declina del 5-8 per cento l’anno. E fermarli avrebbe un costo permanente. Alla riapertura, per il fenomeno noto come “water coning”, l’acqua di formazione invaderebbe la roccia intrappolando il greggio nei pori: capacità produttiva che non si recupererebbe più.
Il regime si trova così con pochissime opzioni. La sua alternativa principale, il terminale di Jask, ha un valore più propagandistico che logistico perché, nonostante la capacità di circa 300 mila barili al giorno, non ha mai superato i 100 mila barili giornalieri di flusso. Chabahar, l’altro porto commerciale fuori dallo stretto di Hormuz in prossimità del confine con il Pakistan, ha una capacità di 8,5 milioni di tonnellate di merci l’anno contro le oltre 200 milioni che transitano dai porti iraniani sul Golfo; dunque ne copre solo il 4,3 per cento.
Per resistere il regime potrebbe stampare moneta, razionare le forniture e spingere sulle reti opache di vendita di greggio, ma il rischio è quello di raggiungere una soglia critica e insostenibile ancora prima che arrivi il default statale. Il rial, la valuta iraniana, è già a 1,6 milioni per dollaro al mercato nero, e il regime ha appena emesso il più grande taglio per una banconota della sua storia: quello da 10 milioni di rial, circa 7 dollari. Prima della guerra l’inflazione era al 47,5 per cento secondo i dati dell’istituto di statistica iraniano, e quella alimentare aveva superato il 105 per cento.
La Cina, che compra l’80 per cento del greggio iraniano, è l’unica variabile che può attenuare il colpo. Ma Pechino può sopportare anche la chiusura completa di Hormuz per mesi, grazie all’enorme quantità di riserve già sul suolo cinese. E anche qualora finissero, l’Iran si troverebbe a competere con la Russia per un bacino limitato di domanda cinese.
Già 20 minuti dopo l’inizio del blocco la petroliera Rich Starry, carica di greggio e diretta in Cina con bandiera del Malawi, aveva invertito la rotta. Esattamente come la Ostria, un’altra petroliera cinese battente bandiera del Botswana. E’ l’inizio del blocco commerciale più costoso che Teheran abbia mai subìto.
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