Se gli ebrei italiani si sentono più a loro agio con gli ex missini
Commento di Enrico Cerchione
Testata: Il Riformista
Data: 14/04/2026
Pagina: 1
Autore: Enrico Cerchione
Titolo: Se gli ebrei italiani si sentono più a loro agio con gli ex missini

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi 14/04/2026, a pag. 1, il commento di Enrico Cerchione: "Se gli ebrei italiani si sentono più a loro agio con gli ex missini".

Le primarie del cosiddetto campo largo si avvicinano e pongono a chi, nella comunità ebraica italiana o tra i suoi simpatizzanti laici, ha sempre visto in quella parte politica un riferimento di solidarietà, democrazia e riformismo, un interrogativo amaro e ineludibile. Se Elly Schlein non ha ancora commentato né preso provvedimenti verso il segretario Pd di Monza che indica nella scomparsa di Israele la soluzione a ogni problema mediorientale (formula che riecheggia sinistramente la «soluzione finale»), significa che quel vento soffia impunemente nel partito e nella sua base. Basti ricordare l’esibizione di Albanese a Reggio Emilia.

La stessa Silvia Salis, presentata come «riformista», mostra simpatia per le flottiglie e per lo slogan «dal fiume al mare», in sintonia con Bonelli e Fratoianni. Negare il diritto all’esistenza di Israele come Stato ebraico non è un’iperbole: significa cancellare l’unico rifugio concreto per un popolo che ha già conosciuto l’abisso. E se il campo largo dovesse avere come leader Giuseppe Conte (capo di un partito filocinese e filorusso, pronto a gridare «genocidio» a Gaza e a invocare sanzioni contro Netanyahu mentre tace su Putin), quale credibilità potrebbe vantare nella difesa dell’unico Stato ebraico?

Il dato più inquietante, e poco discusso, è che dal 7 ottobre 2023 oltre 50.000 ebrei hanno lasciato l’Occidente «democratico» per emigrare in Israele, cercando lì la sicurezza che non trovano più qui. Questo antisionismo militante, intrecciato a un antioccidentalismo viscerale, attraversa l’intero campo largo. Lo si è visto al Senato sul ddl contro l’antisemitismo: M5S e Avs hanno votato contro, gran parte del Pd si è astenuta e solo una minoranza riformista ha detto sì con il centrodestra. E questo accade nell’Italia che si proclama «antifascista», dove si arriva a raccomandare agli ebrei di nascondere segni di riconoscimento della propria fede, nell’accondiscendenza generale verso un’oscenità ormai diventata prassi.

L’ultima copertina de L’Espresso, bandiera storica del progressismo italiano, riassume perfettamente la deriva: un’immagine costruita per solleticare i peggiori istinti antisemiti, eccellente operazione di marketing in stile Goebbels 2.0. Ed ecco il paradosso storico, elegante nella sua crudeltà: per un ebreo italiano, oggi potrebbe risultare meno sgradevole sedersi accanto a un esponente del centrodestra erede della tradizione missina, che nei fatti si è rivelato assai più amico di Israele di quanto non lo sia questa sinistra che dell’antifascismo ha fatto bandiera e mestiere.

Tutto questo, in fondo, viene giustificato come tattica necessaria per battere Meloni; ma quando la tattica rischia di sacrificare la sicurezza di una minoranza e il diritto all’esistenza di una democrazia assediata, la domanda si impone spietata: per chi si sente ebreo italiano, o semplicemente legato ai valori dell’Occidente, quale compagnia è davvero la meno indigesta? È una domanda cruciale per i riformisti fedeli ai princìpi liberali e coerenti nella difesa delle democrazie occidentali, cui solo i comportamenti concreti delle forze in campo potranno fornire una risposta nei prossimi mesi.

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