Trump blocca Hormuz e avverte anche la Cina dopo il rifiuto di Teheran di rinunciare al nucleare
Analisi di Matteo Legnani
Testata: Libero
Data: 13/04/2026
Pagina: 6/7
Autore: Matteo Legnani
Titolo: Trump blocca Hormuz e avverte anche la Cina dopo il rifiuto di Teheran di rinunciare al nucleare

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 13/04/2026, a pag. 6/7, l'analisi di Matteo Legnani dal titolo "Trump blocca Hormuz e avverte anche la Cina dopo il rifiuto di Teheran di rinunciare al nucleare"

«O passano tutti, o nessuno». Così, ieri mattina, in un'intervista concessa a Fox News, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha spiegato il senso del blocco navale che «con effetto immediato» le unità della Navy americana hanno imposto sullo Stretto di Hormuz. L’obiettivo è arrivare a garantire il passaggio di tutte le navi, a prescindere dallo stato delle relazioni con gli Usa, sottraendo completamente all'Iran il controllo sullo Stretto. «Ci sarà un momento in cui le faremo entrare e uscire tutte», ha detto ancora Trump, riferendosi alle navi, «ma non sarà una questione di percentuale, né di bandiera. Non dipenderà dal fatto che sia un tuo amico, come un Paese alleato o un Paese amico. È tutto o niente, e non sarà tra molto tempo», ha proseguito il presidente. Il blocco è inteso a mettere ancor più a dura prova la già collassante economia della Repubblica islamica, impedendo al regime di «guadagnare sul petrolio in entrata e in uscita dallo Stretto», ha detto Trump, e rappresenterebbe un ulteriore strumento di pressione diplomatica nei confronti di Cina e India, che sono i due principali acquirenti di greggio iraniano. Il presidente ha anche affermato che «le navi che dovessero riuscire a passare Hormuz dopo aver pagato un pedaggio all’Iran saranno fermate dalla nostra Marina, anche in acque internazionali». Ieri pomeriggio due petroliere pachistane che erano dirette verso il Golfo Persico hanno invertito la rotta in prossimità di Hormuz, a testimonianza che il blocco americano sarebbe già stato posto in essere. L'annuncio è stato dato da Trump poco dopo che, intorno alle 4 del mattino di ieri (le 7 a Islamabad), il vicepresidente J. D. Vance era salito sul podio della sala conferenze dell’Hotel Serena per annunciare che, dopo 21 ore di negoziati con la controparte di Teheran, i colloqui erano falliti e non si era giunti a un accordo che potesse mettere fine al conflitto tra Usa e Iran. «Torniamo negli Stati Uniti senza aver raggiunto un accordo. Abbiamo chiarito molto bene quali sono le nostre linee rosse, su quali punti siamo disposti a venire loro incontro e su quali invece non lo siamo, e lo abbiamo fatto nel modo più chiaro possibile. E loro hanno scelto di non accettare le nostre condizioni», ha detto il numero due della Casa Bianca, affiancato dagli inviati Jared Kushner e Steve Witkoff. Al centro del mancato accordo c’è il rifiuto, da parte della delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf, di garantire l’abbandono, da parte del regime, del programma di arricchimento dell'uranio, il cui scopo è la realizzazione dell'arma nucleare che, come ha ribadito ancora ieri Trump sui social, «non potrà mai essere nelle mani di gente tanto imprevedibile e senza scrupoli». Per la delegazione iraniana ha parlato, a caldo, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, spiegando che le due parti avevano «raggiunto un’intesa su una serie di questioni», ma che «dopo quaranta giorni di guerra era difficile immaginare che si potesse trovare un accordo complessivo in un solo incontro». Parole concilianti che, tuttavia, dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato il blocco totale di Hormuz, sono state superate dalle minacce che le Guardie rivoluzionarie hanno rivolto agli Stati Uniti e agli alleati che dovessero collaborare con loro nell'attuazione della chiusura del Golfo Persico: «Intrappoleremo i nemici nel vortice mortale di Hormuz», hanno dichiarato i pasdaran con i soliti toni a metà tra l'apocalittico e l’infantile. Nell’ipotesi, tutt’altro che da escludere a questo punto, in cui i combattimenti dovessero riprendere, Trump ha lanciato un esplicito avvertimento alla Cina (dove dovrebbe recarsi il mese prossimo), dopo che fonti di intelligence Usa avevano rivelato nei giorni precedenti che Pechino si starebbe preparando a inviare armi a Teheran: «Se li sorprenderemo a farlo, si beccheranno dazi aggiuntivi del 50%», ha dichiarato a Fox News. Tuttavia, nella stessa intervista con l’emittente americana, si è poi detto fiducioso che gli iraniani torneranno al tavolo delle trattative e «concederanno tutto ciò che chiediamo». Il presidente americano ha insistito sul fatto di non essere disposto ad accettare un’intesa incompleta. «L’ho detto ai miei: voglio tutto. Non voglio il 90%. Non voglio il 95%. Ho detto loro: voglio tutto». L’esito negativo dei colloqui di Islamabad potrebbe mettere a rischio lo svolgimento di quelli previsti tra Israele e Libano, che dovrebbero svolgersi da domani negli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ieri ha visitato le truppe dell’Idf nel sud del Libano, ha infatti dichiarato che «la guerra continua» sia contro l’Iran sia contro Hezbollah.

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