Iran, la repressione invisibile tra esecuzioni e silenzi globali
Commento di Tullio Camiglieri
Testata: Il Riformista
Data: 07/04/2026
Pagina: 3
Autore: Tullio Camiglieri
Titolo: Iran, la repressione invisibile tra esecuzioni e silenzi globali

Riprendiamo dal RIFORMISTA, a pag. 3, il commento di Tullio Camiglieri dal titolo "Iran, la repressione invisibile tra esecuzioni e silenzi globali" 

Sono passati tre mesi dall’arresto di Peyvand Naimi, giovane manifestante di 30 anni fermato durante le proteste nelle strade di Teheran; nel frattempo è stato sottoposto a tre simulazioni di impiccagione, oltre a percosse, interrogatori continui e privazione di cibo. Gli è stato negato l’accesso a un avvocato, una pratica ricorrente nei casi legati al dissenso politico. Nei diversi rituali criminali della “giustizia” iraniana, non è mancata la “confessione” televisiva, elemento centrale della macchina propagandistica, una liturgia che mira a delegittimare il dissenso e a costruire un racconto fatto di colpevolezza preventiva.

Intanto la repressione ha assunto forme ancora più estreme. All’inizio del mese, tre uomini arrestati durante le manifestazioni di gennaio sono stati giustiziati mediante impiccagione sulla pubblica piazza. Tra loro Saleh Mohammadi, appena 19 anni, promessa del wrestling iraniano. Insieme a Mehdi Ghasemi e Saeed Davoudi, condannati nientemeno che per “moharebeh”, ovvero “guerra contro Dio”: un’accusa tanto vaga quanto potente, che consente alle autorità di colpire qualsiasi forma di opposizione. Le esecuzioni pubbliche sono diventate strumenti di intimidazione collettiva. Un messaggio chiaro: il dissenso si paga con la vita. I Pasdaran trasformano questi macabri rituali in veri spettacoli di controllo sociale, rafforzando il clima di paura e dissuadendo ogni forma di protesta. A rendere difficile la conoscenza e la portata reale della repressione è la sistematica chiusura di Internet, che impedisce la diffusione di informazioni e isola il Paese.

In questo contesto, molte condanne a morte non vengono nemmeno rese pubbliche: vengono comunicate solo ai detenuti e alle loro famiglie, nel silenzio più totale. Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights, sottolinea come il contesto internazionale contribuisca a questo silenzio: “Siamo preoccupati che queste esecuzioni siano oscurate dalla guerra. L’attenzione globale è altrove, e il costo politico per l’Iran è molto basso”. Anche Mansoureh Mills, ricercatrice per Amnesty International, evidenzia come la pena di morte sia diventata un’arma sistematica di repressione sin dalla rivolta “Woman, Life, Freedom” del 2022. Il vice capo della magistratura iraniana ha confermato che per i casi legati alle proteste nessuna clemenza sarà concessa. Una sorta di sentenza collettiva, non solo per gli imputati, ma per un’intera generazione che chiede libertà. Mentre l’attenzione globale si concentra su crisi geopolitiche ed economiche, in Iran si consuma una repressione sistematica, spesso invisibile, ma profondamente reale. Una repressione che non si limita a punire, ma che mira a cancellare ogni forma di dissenso, trasformando la paura in strumento di governo.

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