Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Wall Street Journal "Il silenzio della Corte Penale Internazionale sui crimini dell’Iran rivela il grado di faziosità politica di questo organismo e l’abuso che ne viene fatto a favore dei regimi dispotici e a danno delle democrazie liberali".

Civili israeliani in un rifugio di Tel Aviv durante attacchi missilistici dall’Iran. Teheran detiene il record del 100% di attacchi contro obiettivi civili
Scrive Eugene Kontorovich: L’Iran ha conseguito un record statistico eccezionale, nel suo attuale conflitto contro Israele. Dopo aver lanciato più di 400 missili in quasi un mese, a quanto risulta Teheran non ha colpito un singolo obiettivo militare israeliano.
Ciò significa che la Repubblica Islamica vanta un tasso di bersagli e vittime civili pari al 100%, per usare il parametro che calcola il numero di vittime civili rispetto ai combattenti.
Non molto tempo fa, il rapporto tra vittime civili e combattenti era al centro delle discussioni sulla guerra fra Israele e Gaza, e i critici di Israele sostenevano che livelli “sproporzionati” di vittime civili fossero la prova che venivano commessi crimini di guerra.
In realtà, il fatto che Israele infliggesse perdite militari pari al 30-40% a un avversario che si faceva sistematicamente scudo dei civili era un dato eccezionale per gli standard di una guerra urbana.
Ora che l’Iran segna un tasso di bersagli e vittime combattenti costantemente pari allo 0,00%, i commentatori sembrano improvvisamente meno interessati a questo parametro.
La Corte Penale Internazionale è rimasta vistosamente silenziosa sul conflitto con l’Iran.
Quando Israele combatteva Hamas dopo il massacro del 7 ottobre 2023, i funzionari della Corte Penale Internazionale criticarono ripetutamente la condotta israeliana della guerra e alla fine emisero mandati d’arresto a carico di alti esponenti israeliani.
Viceversa, la dirigenza attualmente al comando di Hamas non è stata incriminata. E mentre l’Iran spara a raffica in tutte le direzioni, la Corte dell’Aia tace.
Qualcuno potrebbero obiettare che la Corte Penale Internazionale non è coinvolta perché l’Iran, come i suoi vicini arabi, non ha aderito a quell’organismo.
In effetti, la Corte Penale Internazionale dovrebbe avere giurisdizione solo sugli Stati membri. Ma anche Israele non è membro della Corte Penale Internazionale.
Così, nel 2015 la Corte Penale Internazionale ha inventato uno “Stato di Palestina” e gli ha permesso di aderire: una finzione giuridica utilizzata per giustificare indagini sullo Stato ebraico.
Il mese scorso, un missile iraniano ha ucciso quattro donne palestinesi in un atelier di abiti da sposa vicino a Hebron (in Cisgiordania ndr).
Dunque, secondo i principi della stessa Corte Penale Internazionale, questo attacco in “Palestina” conferisce alla Corte la giurisdizione sui funzionari iraniani responsabili.
La Corte potrebbe indagare su questo e su altri attacchi missilistici in quello che la Corte stessa considera “territorio palestinese”.
Potrebbe anche esaminare i continui attacchi dell’Iran contro navi civili, molte delle quali battono bandiera di Stati che sono membri della Corte Penale Internazionale.
Nelle scorse settimane, diversi marinai civili sono stati uccisi nel Golfo Persico da attacchi iraniani contro navi battenti bandiera delle Isole Marshall.
Attacchi a svariate navi possono sembrare un appiglio debole per un’indagine della Corte Penale Internazionale, ma la Corte è stata spinta ad agire anche da molto meno.
Quando Israele, nel 2010, abbordò una “flottiglia” di navi che cercavano di violare il blocco di Gaza, si imbatté nell’opposizione violenta dell’equipaggio di una di quelle navi e ne seguì uno scontro che causò la morte di nove persone a bordo e il ferimento di dieci soldati israeliani.
La Corte si servì del fatto che una delle imbarcazioni era stata reimmatricolata con bandiera delle Comore – un arcipelago al largo delle coste africane che è membro della Corte Penale Internazionale – per aprire un procedimento contro Israele durato sette anni.
Evidentemente la Corte Penale Internazionale si sta astenendo dal caso Iran non per mancanza di giurisdizione, ma per mancanza di volontà politica. O forse per mancanza di interesse.
L’Iran vanta una tradizione di tentativi di assassinare i suoi oppositori all’estero e finanziamento di attentati contro obiettivi in altri Paesi.
Quale Paese membro della Corte sarebbe disposto a dare esecuzione a un mandato della Corte Penale contro capi iraniani pur sapendo che ciò potrebbe comportare attacchi terroristici?
Sicuramente i giudici dell’Aia ricordano l’omicidio, avvenuto nel 2015, di Alberto Nisman, il procuratore argentino che indagava sull’attentato iraniano del 1994 contro un centro ebraico a Buenos Aires.
Un’indagine della Corte Penale Internazionale non cambierebbe necessariamente la condotta dell’Iran. Dopo aver trucidato migliaia di propri cittadini in risposta alle proteste di quest’anno, i capi di Teheran faranno tutto il possibile per sopravvivere.
Nel frattempo, però, l’irrilevanza della Corte su questo caso dimostra le sue lacune strutturali.
Quello che la Corte Penale Internazionale può fare, al massimo, è mettere sotto scacco le democrazie liberali, alterando così il rapporto di forze a danno di queste quando si confrontano con regimi dispotici. (…)
L’attuale silenzio della Corte Penale Internazionale sottolinea la sua politicizzazione e il pericolo che rappresenta per l’America e i suoi alleati.
Il mese scorso, un collegio di giudici esterni si è astenuto dall’intraprendere azioni disciplinari contro il procuratore capo della Corte, Karim Khan.
Khan è in congedo da maggio a seguito di accuse di violenza sessuale mosse da una sua subordinata. Khan nega d’aver commesso qualsiasi illecito sessuale. In una email al personale, ha scritto che si sarebbe preso un congedo “fino al completamento dell’indagine”.
Un’indagine condotta da un team delle Nazioni Unite ha trovato prove di “contatti sessuali non consensuali”. Tuttavia i giudici hanno stabilito che esse non soddisfacevano il criterio di prova “oltre ogni ragionevole dubbio”, sebbene non si trattasse di un processo penale.
Dunque la Corte applica una soglia legale più bassa per emettere un mandato di arresto internazionale contro un leader democraticamente eletto di uno Stato che non è membro della Corte rispetto a quella che utilizza per destituire un dipendente.
Il presidente Trump ha imposto sanzioni ad alcuni funzionari della Corte Penale Internazionale, ma si è astenuto dal colpire la Corte stessa. Ora sembra che il signor Khan tornerà al suo incarico. E ha minacciato di perseguire i politici americani che impongono sanzioni alla Corte.
Se l’amministrazione non intraprenderà presto azioni più ampie e decise, Trump ha più probabilità di ritrovarsi imputato davanti la Corte Penale Internazionale rispetto ai mullah massacratori contro cui l’America sta combattendo.
(Da: Wall Street Journal, 1.4.26)
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