Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 03/04/2026, a pag. 1/VIII, con il titolo "Sánchez vieta il dual use per Israele e lo vende all’Iran. Sei milioni per gli ayatollah", il commento di Giulio Meotti.
Giulio Meotti
Roma. Oltre al riconoscimento unilaterale dello stato palestinese dopo il 7 ottobre, al ritiro del suo ambasciatore da Israele e al blocco del transito di armi destinate allo stato ebraico attraverso porti e aeroporti spagnoli, il governo di Pedro Sánchez a settembre ha posto sotto embargo l’import e l’export di tecnologia militare con Israele. E’ il divieto di tecnologie “dual use” (militare e civile) verso Gerusalemme. Da quando però Sánchez è entrato alla Moncloa nella seconda metà del 2018, la Spagna ha autorizzato esportazioni di materiale dual use verso la Repubblica islamica dell’Iran per sei milioni di euro.
Solo nella seconda metà del 2018, il valore totale esportato ha raggiunto 2.912.281 euro, segnando l’inizio di una serie di operazioni commerciali ambigue proseguite negli anni successivi. Durante il 2019, le vendite autorizzate sono salite a 1.242.188 euro. Nel 2020, l’importo è sceso a 342.415 euro, nel 2021 è risalito a 634.825 euro, nel 2022 le esportazioni hanno raggiunto 210.681 euro, nel 2023, 256.536 euro e nella prima metà del 2024 l’importo è stato di 304.278 euro. La somma delle operazioni effettuate da quando Sánchez è arrivato al governo è di sei milioni fino al 2024 incluso.
Esportazioni regolate in teoria dalla legislazione spagnola, che richiede licenze specifiche per evitare utilizzi in programmi militari proibiti o violazioni dei diritti umani. Ma con l’Iran abbiamo visto che a lungo ha usato tecnologia europea apparentemente civile per scopi militari. Le statistiche ufficiali del segretario di stato spagnolo per il Commercio mostrano che il governo di Sánchez ha autorizzato esportazioni verso l’Iran anche nella prima metà del 2025, quando Israele era già impegnato con gli Stati Uniti a bombardare i siti atomici iraniani. Non si tratta di olive o di vino Rioja.
Tra le spedizioni spagnole verso Teheran figurano anche detonatori, esplosivi e reagenti chimici. Ci sono anche macchine utensili di categoria due, progettate per la produzione di missili e droni. Attrezzature che il settore della Difesa iraniano può facilmente riconvertire. Sei milioni di euro non fanno la ricchezza di un regime, ma bastano a segnalare una scelta politica: il nemico del mio nemico (o quantomeno del mio avversario ideologico) merita indulgenza. I media di stato iraniani hanno ringraziato la Spagna incollando sulle loro testate missilistiche dirette in Israele le citazioni anti guerra di Sánchez come trofei di propaganda. La Spagna, un membro della Nato di 49,3 milioni di abitanti, ha dunque tenuto aperti i canali e aiutato un regime che minaccia Israele, Stati Uniti e paesi arabi del Golfo, oltre che un altro paese europeo (Cipro). Quando le forze americane e israeliane hanno colpito i siti militari iraniani il 28 febbraio, il premier spagnolo ha trasformato il “no alla guerra” in un brand politico, chiudendo lo spazio aereo spagnolo agli aerei militari statunitensi, negando agli Stati Uniti l’accesso alla base navale di Rota a Gibilterra e alla base aerea di Morón e facendo della Spagna la voce europea più rumorosa contro l’operazione in corso in Iran, che Sánchez ha definito “una guerra illegale, assurda e crudele”. Rota si trova sullo stretto di Gibilterra, strategico nelle rotte marittime tra l’Atlantico e il Mediterraneo e per una risposta rapida in medio oriente e Nord Africa. Morón è un hub chiave per aerei cisterna e operazioni speciali.
Il pacifismo stesso di Sánchez è dual use: pacifista con America e Israele, permissivo quando si tratta dell’Iran. Ora la decisione di Teheran: faciliterà il transito di navi con interessi spagnoli attraverso lo Stretto di Hormuz. Il pacifismo paga.
Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/ 5890901, oppure ciccare sulla e-mail sottostante
lettere@ilfoglio.it