L’Iran manda alla forca gli studenti e nessuna nostra università spiccica parola
Commento di Giulio Meotti
Testata: Il Foglio
Data: 02/04/2026
Pagina: 1/VII
Autore: Giulio Meotti
Titolo: L’Iran manda alla forca gli studenti e nessuna nostra università spiccica parola

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 02/04/2026, a pag. 1/VII, con il titolo "L’Iran manda alla forca gli studenti e nessuna nostra università spiccica parola", il commento di Giulio Meotti.

Informazione Corretta

Giulio Meotti

Roma. “Dove sono le proteste dei campus?”, si domanda l’Atlantic di questa settimana. L’Università Sharif, nota come il “Mit dell’Iran” e con cui hanno rapporti molte università italiane (da Trieste alla Sapienza all’Istituto di fisica nucleare), ha una studentessa, Parnian Khodabakhshi, che rischia la condanna a morte per aver portato una bandiera col leone e il sole nel campus durante le proteste di gennaio. Mentre l’Iran continua a mandare alla forca gli studenti – giovani che osano sognare un futuro diverso dal giogo teocratico, impiccati in piazza con l’accusa grottesca di “guerra contro Allah” – le nostre università galleggiano fra il silenzio e la complicità. Da un mese dall’inizio della guerra in Iran, le forze di sicurezza della Repubblica islamica stanno conducendo una nuova ondata di arresti. 

Secondo il Center for human rights in Iran, almeno 1.500 persone sono state arrestate, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto. Decine di studenti e professori universitari sono tra coloro che vengono coinvolti in questi arresti. Come Reza Dalman, studente alla Sharif, e l’ex professore universitario Ahmad Rahimi, che si era dimesso in segno di protesta per le repressioni del regime.

Iran International rivela che le forze del regime hanno anche dislocato i propri centri della repressione proprio vicino alle strutture educative, scuole e università. Uno dei principali centri operativi dei basij, le forze di sicurezza iraniane in borghese a Teheran, è la “base di Meghdad”. Si trova in via Azadi, accanto all’Università Sharif.

Il 19 marzo le autorità iraniane hanno impiccato pubblicamente tre giovani: l’atleta ventenne Saleh Mohammadi, Saeed Davoudi di ventuno e Mehdi Ghasemi. Almeno trenta giovani iraniani rischiano la pena di morte in questo momento. Le esecuzioni stanno accelerando e non un solo ateneo ha interrotto i rapporti accademici con la Repubblica islamica. L’unico segno di vitalità accademica contro gli ayatollah si è visto a Napoli: bandiere iraniane, americane, israeliane e italiane che hanno sventolato assieme a un centinaio di studenti universitari iraniani in piazza Dante per una manifestazione contro il regime dei mullah. L’Iran non è Israele, contro cui sono incessanti e quotidiane le campagne di boicottaggio.

A marzo, mentre il regime degli ayatollah giustiziava pubblicamente tre giovani accusati di aver partecipato alle proteste di gennaio, le grandi istituzioni del sapere europee e americane non hanno mosso un dito per sospendere accordi di ricerca, scambi Erasmus o partnership scientifiche con Teheran (sono 93 gli accordi attualmente in vigore tra le accademie italiane e quelle della Repubblica islamica). Niente boicottaggi, niente dichiarazioni collettive di condanna morale, niente revoche di dottorati honoris causa a dignitari del regime. Un copione rotto solo da qualche timido richiamo ai “diritti umani” pronunciato con il tono asettico di chi legge un comunicato stampa.

E neanche ora che l’Iran ha appena dichiarato “obiettivi legittimi” le università americane nel Golfo: Nyu Abu Dhabi, i campus di Education City in Qatar (Carnegie Mellon, Georgetown, Texas A&M, Weill Cornell, Virginia Commonwealth, Northwestern), l’American University of Beirut e altri. Centinaia di accordi di cooperazione scientifica sono rimasti in piedi anche dopo i massacri di gennaio e nonostante le esecuzioni di massa.

Se fosse Israele a impiccare studenti in piazza per aver manifestato contro le politiche governative, o a minacciare di colpire campus occidentali, il mondo accademico italiano e occidentale sarebbe in fiamme. Una viltà intellettuale che ha conseguenze concrete. Legittima il regime, che può vantarsi di mantenere rapporti “normali” con le élite occidentali. E demoralizza l’opposizione interna iraniana, che vede gli studenti di Harvard o della Sorbona manifestare per Gaza ma non per le loro sorelle impiccate. Fino a quando non vedremo senati accademici di Oxford, la Sapienza o Sciences Po approvare mozioni per sospendere ogni collaborazione con le università degli ayatollah, gli studenti iraniani che finiscono sulla forca penseranno di meritare di meglio.

Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/ 5890901, oppure ciccare sulla e-mail sottostante

lettere@ilfoglio.it