Riprendiamo da IL TEMPO del 31/03/2026, a pag. 10, con il titolo "Economia al collasso e regime spaccato. Pasdaran al capolinea", il commento di Roberto Arditti.
Roberto Arditti
Il punto è che in Occidente pochi capiscono la lotta in corso a Teheran. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ripete in pubblico la linea ufficiale: «Nessun negoziato con gli Stati Uniti». È la liturgia del regime, necessaria a tenere compatto il fronte interno. Ma dietro quella facciata si muove altro. Il presidente Masoud Pezeshkian, secondo fonti che circolano tra analisti e apparati occidentali, avrebbe detto in privato l’opposto: senza un accordo rapido con Washington, il sistema non regge. Questa frattura interna è il primo elemento che in Europa – e soprattutto in Italia – si tende a sottovalutare. Si racconta un Iran compatto, capace di reggere l’urto militare e di consolidare la propria posizione regionale. Il secondo elemento è il terreno di battaglia. L’offensiva congiunta americana e israeliana, iniziata il 28 febbraio 2026 (dopo i danni già inferti dalla guerra di 12 giorni del giugno 2025), ha colpito in profondità infrastrutture strategiche, siti nucleari (Natanz, Fordow, Isfahan), catene di comando delle milizie alleate e basi missilistiche. Non si tratta di colpi simbolici. Secondo valutazioni americane e israeliane, sono stati distrutti o danneggiati circa due terzi delle capacità produttive missilistiche e navali, con una riduzione del 75-90% dei lanci di missili balistici rispetto all’inizio del conflitto. Il volume di attacchi iraniani è crollato del 90% per i missili e del 95% per i droni. La marina e l’aviazione iraniane hanno subito perdite pesanti, le reti proxy sono sotto pressione senza più la via siriana. Il terzo punto è economico, e qui i dati sono impietosi. L’inflazione annuale ha raggiunto il 50,6% a metà marzo 2026 (dati del Statistical Center of Iran), in rialzo di tre punti rispetto al mese precedente. I prezzi alimentari e dei beni essenziali sono sotto forte pressione, con il rial che sul mercato parallelo si attesta intorno a 1.580.000-1.600.000 per dollaro USA. In pochi mesi ha perso oltre il 35-40% del valore rispetto ai livelli pre escalation più recenti. Le sanzioni rafforzate, combinate con i danni di guerra, hanno compresso le entrate petrolifere, bloccato pagamenti internazionali e provocato tensioni sociali. In questo quadro si inserisce la proposta americana di un’intesa articolata, veicolata anche attraverso attori terzi regionali. Washington punta a congelare l’escalation e a riportare Teheran dentro uno schema negoziale. Le parole più recenti del presidente Donald Trump e del segretario di Stato Marco Rubio fotografano con chiarezza questa dinamica di debolezza. Trump, parlando a bordo dell’Air Force One e su Truth Social, ha affermato che in Iran è avvenuto un «regime change» di fatto: «Il primo regime è stato decimato, il secondo è quasi morto». Ha parlato di negoziati «estremamente produttivi», di progressi rapidi, di concessioni iraniane come il passaggio di petroliere nello Stretto di Hormuz, definendo l’operazione «storica» per liberare il Medio Oriente dal ricatto nucleare. Ha anche minacciato di prendere il controllo dell’isola di Kharg o di colpire ulteriormente le infrastrutture energetiche se non si arriva a un accordo rapido. È questa dunque la partita vera dentro l’Iran: tra chi vede nel negoziato una via d’uscita e chi ha costruito la propria legittimazione sulla tensione permanente. Questa seconda componente oggi prevale, ma è sempre più isolata di fronte ai costi crescenti. Per questo l’idea di un Iran che «sta vincendo» non regge all’analisi dei fatti. Non sta vincendo militarmente, non sta vincendo politicamente, non sta vincendo economicamente.
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