Riprendiamo dal RIFORMISTA del 31/03/2026, a pagina 3 il commento Ugo Volli: "Ogni pretesto è buono per delegittimare Israele".
Ugo Volli
Le parole scelte per chiudere una crisi possono rivelare molto più della crisi stessa. «Ci sono stati dei fraintendimenti con Israele, non ci siamo compresi»: così il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha archiviato l’incidente con la polizia israeliana, nato dal suo tentativo di celebrare una messa nella Basilica del Santo Sepolcro nonostante un divieto generale imposto a tutte le religioni.
Un divieto che, è bene ricordarlo, non riguardava solo le funzioni religiose, ma ogni forma di assembramento: lezioni, eventi sportivi, manifestazioni politiche, perfino voli con più di cinquanta passeggeri. Una misura straordinaria dettata dal timore di attacchi missilistici iraniani, particolarmente pericolosi in luoghi privi di adeguati rifugi, come appunto la Basilica.
Di fronte a questo contesto, la parola “fraintendimento” appare riduttiva. A Gerusalemme era noto a tutti che anche luoghi simbolici come la moschea di Moschea di Al-Aqsa e il Muro Occidentale erano rimasti deserti per le stesse ragioni di sicurezza. E se anche così non fosse stato, resterebbe difficile spiegare perché non si sia cercato un chiarimento preventivo con le autorità israeliane prima di denunciare pubblicamente una presunta «violazione della libertà di culto» e un fatto «di gravità inaudita».
Il punto, allora, si sposta dal singolo episodio a una linea più ampia. Più che un incidente isolato, quanto accaduto sembra inserirsi in una postura critica ormai consolidata. Negli ultimi anni, infatti, il Patriarca ha espresso più volte giudizi severi sull’operato israeliano, soprattutto in relazione alla guerra a Gaza: parole come «moralmente ingiustificabile», «sproporzionata», «disastro umanitario» sono diventate ricorrenti nel suo lessico pubblico.
A rafforzare questa percezione contribuiscono anche gesti simbolici, come l’uso della kefiah palestinese in occasioni ufficiali, e prese di posizione controverse, tra cui il dubbio espresso sulla natura accidentale di un attacco che nel 2025 colpì il complesso della chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, causando vittime civili. Episodi che, letti insieme, delineano una linea comunicativa precisa, difficilmente riducibile a semplici incomprensioni.
Resta allora una domanda di fondo: si tratta di una posizione personale o dell’espressione di un orientamento più ampio? Il rapporto tra la Santa Sede e lo Stato di Israele è storicamente complesso, segnato da diffidenze e da equilibri delicati. In questo quadro, ogni parola pesa, ogni gesto viene osservato e interpretato.
Per questo, definire quanto accaduto come un semplice “fraintendimento” rischia di apparire non solo insufficiente, ma anche fuorviante. Perché, in contesti ad alta tensione, la comunicazione non è mai neutra: contribuisce a costruire – o a incrinare – relazioni, percezioni e, in ultima analisi, equilibri geopolitici.
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