Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Cari cristiani, segnatevi le mie parole: dopo gli ebrei verranno a prendere voi".
Giulio Meotti
Zero indignazione politica, zero mobilitazione clericale e zero shit digitale per i cristiani uccisi in Nigeria la domenica delle Palme.
Dove sono le omelie infuocate, gli hashtag e le denunce in mondovisione?
Questo è il Muro Occidentale mentre montavano la polemica su Pizzaballa. Il luogo più sacro per gli ebrei a Gerusalemme, il punto più vicino a quel che resta del Tempio. Sempre affollato, notte e giorno. Da un mese è vuoto, come la Spianata delle Moschee e il Santo Sepolcro. Vuota anche la sinagoga del Kotel.
Vuoti a causa della guerra e dei missili iraniani. Ma sembra che un missile antisemita non sia un missile, ma un messaggio di pace.
Così ha fatto più rumore e scandalo Israele che ha chiuso il Santo Sepolcro al cardinale Pizzaballa nel timore di attacchi iraniani del missile iraniano caduto accanto al Santo Sepolcro qualche giorno fa. L'antisemitismo sembra essere davvero il socialismo degli imbecilli (anche cristiani).
Alla fine è intervenuto il premier Netanyahu a garantire a Pizzaballa un passaggio sicuro al Santo Sepolcro per la preghiera e la messa. Caso chiuso? Niente fretta.
350.000 post in 10 ore sull’accesso del cardinale al Santo Sepolcro per motivi di sicurezza, rispetto ai 9.100 post di due settimane fa, quando una scheggia di un missile iraniano aveva colpito la stessa chiesa.
Si chiama antisemitismo e lo pagheremo caro, come ogni volta. Perché se l’antisemitismo di sinistra e quello islamico hanno una loro “logica” (gli ebrei simbolo dell’Occidente e i dhimmi da cancellare), quello cristiano nel 2026 è patologico e masochistico.
L’ebraismo è la radice, il cristianesimo il tronco. Tagliate la radice e il tronco appassisce.
Nessuno ricorda quanto disse nel 2005 al Corriere della Sera Pizzaballa, allora custode di Terra Santa:
“Macché difficoltà tra Israele e Vaticano! I problemi per noi cristiani in Terra Santa sono altri. Quasi ogni giorno, lo ripeto quasi ogni giorno, le nostre comunità sono vessate dagli estremisti islamici. E, se non sono gente di Hamas o della Jihad islamica, avviene che ci si scontri con il muro di gomma dell’Autorità Palestinese, che fa poco o nulla per punire i responsabili. Anzi, ci è capitato di venire a sapere che in alcuni casi tra loro c’erano gli stessi agenti della polizia di Mahmoud Abbas o i militanti del Fatah, il suo partito, che sarebbero addetti alla nostra difesa. Sono talmente scoraggiato di sentire le lamentele che talvolta non guardo neppure più i dossier”.
Ma quello era un altro Pizzaballa. Senza kefiah e senza prestarsi alla politica antisraeliana del Vaticano.
I cristiani che oggi si crogiolano nell’antisemitismo – sia esso della destra nostalgica della foresta nera o della sinistra cattoterzomondista – scopriranno troppo tardi che il nemico islamista non fa distinzioni teologiche fini. Vuole sradicare Abramo, Isacco e Giacobbe per poi venire a prendere Pietro e Paolo.
Gli ambienti occidentali pronti a sottomettersi, in Vaticano compreso, hanno formulato un nuovo capo di imputazione a carico dell’unico paese che in quella disperata area di mondo la libertà di culto la pratica da sempre.
Non ho mai visto il PD, i vescovi, la stampa tutta o i nostri governi chiedere alla Mecca di lasciare entrare i non musulmani.
C’è solo un luogo in Medio Oriente, infatti, dove i cristiani crescono anziché diminuire: Israele. Sono 185.000 su 10 milioni, quando nel 1948 erano 34.000.
In Siria su 25 milioni? 300.000. In Giordania su 12 milioni? 200.000. In Iraq su 48 milioni? 250.000. L’Algeria? Meno di 100.000 su 48 milioni. E parliamo di paesi storicamente culle del Cristianesimo. La Siria di San Paolo, la Giordania dove Gesù fu battezzato, l’Iraq dei caldei, l’Algeria di Agostino.
Entro un decennio, Israele avrà la più grande popolazione cristiana del Medio Oriente.
Mai una sola chiesa in quasi 80 anni è stata attaccata, come avviene regolarmente in ogni paese circostante.
Cristiani israeliani siedono in Parlamento e sono giudici nella Corte Suprema. In quale altre paese islamico ci sono cristiani nella più alta corte?
Haifa è la città più multiculturale del Medio Oriente. Vi sono ebrei, cristiani, sunniti e sciiti, drusi, aramei e baha’i, la comunità originaria dell’Iran che ha in Israele il quartier generale. La minoranza sincretista Bahai, perseguitata dagli ayatollah iraniani, ha trovato riparo in quel piccolo Stato, più piccolo della mia Toscana, con i suoi ventimila chilometri quadrati, a confronto con i Paesi arabo-islamici che lo circondano su una superficie di 13 milioni di chilometri quadrati. A testimoniarlo c’è lo splendore del tempio Bahai ad Haifa.
Il grande romanziere algerino Boualem Sansal ha definito Israele “il vettore di una terribile contraddizione: quella dell’unicità dell’Islam. Israele è come il villaggio gallico che resiste in una terra che impedisce di essere islamica dall’inizio alla fine. Va oltre la politica e la religione. È ontologico”.
Tempio Bahai a Haifa
Per dirla con quell’intellettuale libero che è Michel Onfray, “da quando, dieci anni fa, ho cominciato ad andare in Israele, ho la convinzione intima che chi non si è recato sul posto ragioni solo nel cielo delle idee. Il mio primo risveglio a Tel Aviv, con la chiamata del muezzin diffusa dagli altoparlanti, che si sente anche a Gerusalemme Est, mostra nei fatti che i due popoli già coabitano in Israele. Non mi risulta che nei territori palestinesi le sinagoghe siano aperte e sicure”.
In Cisgiordania e a Gaza non esiste una sola sinagoga aperta e sicura. Non una, a Betlemme, a Nablus, a Jenin, a Ramallah. Le uniche sono a Hebron, la città di Davide e dei patriarchi biblici, ma solo grazie a una ingente presenza militare israeliana.
Invece ci sono 400 moschee in Israele, tutte aperte e tutte sicure, comprese le 73 a Gerusalemme.
Perseguitati?
Ieri i cattolici a Tel Aviv hanno festeggiato così la domenica delle Palme.
Nel 1964, quando Papa Paolo VI arrivò a Gerusalemme per la prima, storica visita di un pontefice, la città era divisa dal filo spinato. I cecchini giordani erano piazzati sui tetti, i campi minati ovunque nella “no man’s land”, in ebraico “shetah hahefker”, lunga sette chilometri. L’unico passaggio fra le due parti della città, israeliana e giordana, era la Porta di Mandelbaum, dal nome dei coniugi Esther e Simcha Mandelbaum, proprietari della casa dove passava il confine.
C’erano quartieri, come Abu Tor, con case che avevano un ingresso nella sezione giordana e uno in quella israeliana. Ma mentre Paolo VI e il suo entourage furono in grado di attraversare liberamente Gerusalemme per pregare nei luoghi religiosi cristiani, israeliani ed ebrei potevano solo guardare dall’altra parte del filo spinato le mura della Città vecchia e, là sotto, sognare il Kotel, il luogo più sacro al mondo per l’ebraismo.
Prima del 1967
Quando altri tre pontefici (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco) sono tornati a far visita a Gerusalemme, hanno trovato una città aperta a tutte le tre religioni. Una città dove chiunque può venire a pregare e omaggiare il proprio Dio. Anche tanti musulmani wahabiti arrivati dall’Arabia Saudita per visitare la Spianata delle moschee.
La città santa è stata conquistata da Gebusiti, Ebrei, Babilonesi, Assiri, Persiani, Romani, Bizantini, Arabi, Crociati, Mamelucchi, Ottomani, Inglesi, Giordani... Ma in migliaia di anni, Gerusalemme è stata divisa soltanto per diciannove anni, dal 1948 al 1967. E fu un incubo.
Nel corso degli anni sotto il dominio giordano, ogni vestigia della presenza ebraica nella città fu cancellata. Agli ebrei non venne mai permesso di visitare i loro luoghi santi nella parte occupata della città, in spregio del diritto internazionale e in violazione degli accordi armistiziali. Il plurisecolare cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi venne sistematicamente profanato; le antiche sinagoghe, come la celebre Hurva, e la maggior parte degli edifici dell’antico quartiere ebraico della Città vecchia, vennero scientificamente distrutti dagli occupanti illegali.
Hurva
Per la prima volta in mille anni non rimase un solo ebreo o una sinagoga nella Città vecchia. Fu una sorta di Isis ante litteram.
Nel 1947, i cristiani a Betlemme, il luogo di nascita di Gesù, costituivano l’85 per cento della popolazione; oggi sono meno del 15 per cento. Nel 2002 i terroristi palestinesi assediarono la Basilica della Natività, dove tennero in ostaggio dozzine di parrocchiani, saccheggiarono e appiccarono incendi. Così Rami Ayyad, il cristiano proprietario di una libreria di Gaza, è stato rapito, torturato e ucciso dagli estremisti islamici. Poi quelli di Hamas hanno bombardato l’associazione giovanile cristiana.
Quando nel 2013 Barack Obama visitò Betlemme, persino la ultra liberal NBC fece un servizio sull’“islamizzazione” della città.
Ma non va meglio a Nazareth, la città araba nel nord Israele.
Un’insegna accoglie i non musulmani: “E chiunque cerchi una religione diversa dall’Islam, il suo culto non sarà accettato, e nell’altra vita sarà tra i soccombenti. Dal Sacro Corano (3:85)”. Sulla destra, la Basilica dell’Annunciazione.
La città ha già 11 moschee in un processo di islamizzazione della città.
Sheikh Raed Salah, il capo del Movimento Islamico in Israele che vuole islamizzare Nazareth, ha tenuto un sermone:
“Maometto disse che un piccolo esercito di musulmani conquisterà la Casa Bianca e che l’Islam entrerà in ogni casa in ogni continente. Maometto ha detto: ‘La città di Eraclio sarà conquistata per prima’. Eraclio significa la città di Costantinopoli, che ora si chiama Istanbul. La metà di questa profezia è già stata soddisfatta: la conquista di Costantinopoli. La seconda metà della stessa profezia deve ancora essere soddisfatta: la conquista di Roma. ‘Roma’ non significa una posizione geografica specifica. Roma simboleggia l’Europa”.
Secondo il coraggioso giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh, i leader della comunità cristiana in Cisgiordania sono riluttanti a ritenere i loro vicini musulmani responsabili degli attacchi o dei saccheggi alle chiese perché “hanno paura di ritorsioni e preferiscono seguire la linea ufficiale di ritenere Israele responsabile della miseria della minoranza cristiana”. A Gaza i cristiani sono ufficialmente cittadini di seconda classe e i musulmani sono scoraggiati dall’interazione sociale con loro. La conversione al cristianesimo è una condanna a morte. Open Doors, un’organizzazione per i diritti umani che monitora le persecuzioni dei cristiani, denuncia: “Chi si converte al Cristianesimo dall’Islam affronta la peggiore delle persecuzioni contro i cristiani ed è difficile per loro frequentare in sicurezza le chiese esistenti. In Cisgiordania sono minacciati e messi sotto forte pressione, a Gaza la loro situazione è così pericolosa che vivono la loro fede cristiana nella massima segretezza. L’influenza dell’ideologia islamica radicale è in aumento e le chiese storiche devono essere diplomatiche nel loro approccio nei confronti dei musulmani”.
E solo uno sciocco, un ignorante o un utile idiota potrebbe supporre che l’attuale ondata di odio contro Israele e l’Occidente si limiterà agli ebrei e alla sua “Vienna delle fedi”, come ho definito Gerusalemme.
Come scrive su Le Figaro Fabrice Hadjadj, un celebre filosofo cattolico francese:
“Il ‘diluvio di al-Aqsa’ avviene in questo allineamento di stelle, dando voce a un famoso grido del jihad: ‘Dopo il sabato, c’è la domenica’, in altre parole: dopo gli ebrei, i cristiani. L’ora è decisiva. Doveva arrivare. Israele non poteva che finire per produrre un affaire Dreyfus su scala globale, in cui tutti sono chiamati a partecipare. Se le Scritture ebraiche è la nostra fonte, lo Stato ebraico è il nostro estuario. Se Israele cade, l’Europa può solo cadere”.
Ecco perché un cristiano antisemita lo disprezzo di più di un antisemita progressista e coranico.
Questa è Berlino: centinaia di musulmani radunati in Leopoldplatz per un grande “Allahu Akbar” di fronte alla chiesa di Nazareth.
Se fossi un miscredente occidentale, oltre ai missili iraniani, mi preoccuperei di queste immagini. Anche perché, come si dice in Sottomissione di Houellebecq, “non c’è nessun Israele per noi”.
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