La felicità sotto le bombe
Commento di Deborah Fait
Testata: Informazione Corretta
Data: 30/03/2026
Pagina: 1
Autore: Deborah Fait
Titolo: La felicità sotto le bombe

La felicità sotto le bombe
Commento di Deborah Fait

Deborah Fait
Deborah Fait

Iran strikes back at Israel with missiles over Jerusalem, Tel Aviv | Reuters
Iran, Hezbollah e Houthi hanno deciso di scatenare la loro potenza di fuoco su Israele con il regime iraniano che ha iniziato a lanciare anche bombe a grappolo. Il morale israeliano rimane alto e la speranza di un futuro migliorne non si è spenta

C’è un dato che ha fatto saltare dalla sedia opinionisti, analisti da terza elementare e professionisti dell’indignazione collettiva contro il Paese degli ebrei. Qualcosa di profondamente imbarazzante nel dato che nessuno vuole davvero commentare, infatti pochi ne hanno scritto:
Israele è tra i dieci Paesi più felici del mondo ed è in questa posizione da anni ormai. All'ottavo posto, per essere precisi, secondo il World Happiness Report pubblicato giovedì 19 marzo 2026. Una nazione che vive con le sirene antiaeree e che, nonostante questo, sta meglio,- sì, meglio- di gran parte dell’Occidente. Ottavo posto: Un numero che dovrebbe far crollare intere montagne di menzogne mediatiche

Nonostante una guerra combattuta su più fronti: contro l’Iran e le sue milizie, contro Hezbollah in Libano e in Iraq, contro Hamas che ormai è sparso ovunque, contro gli Houthi dallo Yemen, e dentro un Medio Oriente che da decenni promette la sua distruzione totale, nonostante tutto questo e l'inevitabile paura, Israele vive e lo fa con entusiasmo,  infinita pazienza e coraggio.

Mentre i missili cadono sui centri delle città, la società israeliana resta in piedi e non cede, non si piega su se stessa.
Non solo resiste: vive e lo fa, nei momenti di tranquillità dai missili, come se la guerra non esistesse. I bar sono stracolmi il venerdì mattina, tanto che la gente è in fila per poter avere un posto a sedere. Devi prenotare un tavolo al ristorante. Dai parchi si sentono le voci dei bambini che giocano. Tutto come sempre tranne quando suona l'allarme e allora tutti corrono nel rifugio più vicino, lo fanno in modo ordinato, senza mai spingersi. Al nord di Israele la situazione è più pericolosa perché hanno solo 15 secondi per salvarsi. Qui al centro abbiamo ben un minuto e mezzo. Un lusso rispetto ai fratelli e sorelle del Kibbutz Sasa o di Metulla. Abbiamo quasi 100.000 sfollati.  Ne avete mai sentito parlare nei vostri  telegiornali?

Il paradosso è tutto qui.
Nel mondo occidentale, dove la pace è data per scontata, cresce l’infelicità, la solitudine, il vuoto e con questo la delinquenza giovanile.
In Israele, dove la guerra è quotidiana, cresce la coesione, la solidarietà, il senso di appartenenza. 

Perché la felicità non è assenza di problemi, è coscienza di voler esistere.

Israele è una società che sa perché esiste.
Sa cosa difende, sa cosa perderebbe. Sa che il nemico non aspetta altro che la sua distruzione e che per ottenerla non si fa scrupolo di usare armi illegali e estremamente pericolose come i missili balistici o le bombe a grappolo. 

Israele è unione, è stare insieme, è coraggio nel senso profondo del termine e questo cambia tutto. Le famiglie sono forti, Le comunità sono vive. Ci si aiuta, ci si protegge, si ospita chi è meno fortunato e ha la casa distrutta,  si condivide il peso della paura.

Quando suona una sirena, non sei solo: qualcuno ti apre la porta, ti protegge, ti aspetta, ti aiuta a scendere le scale se sei anziano. Nel mio rifugio arriva, quasi sempre per prima, Tamar, 8 anni, con il suo cagnolino Nemo che lei stringe tra le braccia per proteggerlo. Arriva Noam con Charlie, un barboncino che appena entra in rifugio abbaia contro Nemo e altri due cani grandi e tranquilli. Sembra voler difendere il proprio territorio. Poi si tranquillizza e resta a farsi coccolare. I bambini arrivano in gruppo, sono calmi e felici di incontrarsi e di giocare insieme, a volte sono in pigiama, assonnati si  sfregano gli occhi. Arrivano prima dei genitori più lenti a scendere le scale, si siedono, giocano e aspettano quieti di poter tornare a casa e, se notte, a dormire. Quando sentono i colpi dei missili, alcuni tanto forti da far tremare il palazzo, si fermano un momento, spaventati, poi, rassicurati dai genitori, continuano a giocare. Questo non è romanticismo. È realtà. I momenti passati nei rifugi, il rumore delle bombe, la paura ma  anche i giochi in comune, i "grandi" che sorridono per non  spaventarli, queste cose le ricorderanno per tutta la vita e ne faranno donne e uomini  coraggiosi e generosi.  

E forse è proprio questo che molti nel resto del mondo non vogliono vedere. Forse è per questo che i telegiornali italiani non parlano mai della vita sotto le bombe della popolazione israeliana. Raccontare Israele come aggressore, definirlo nazista come fanno in tanti, i più disgustosi tra gli opinionisti e politici di sinistra, è molto più semplice e appagante.
Raccontarlo come una società forte, coesa, che parla di pace, che non bestemmia contro chi vuole annientare il Paese, che non invoca vendetta, andrebbe contro il pensiero unico. Raccontare una società persino felice mentre combatte per sopravvivere… è molto scomodo. Significa ammettere che la forza di un Paese non si misura solo nei carri armati, ma nel legame tra le persone,  nella  consapevolezza che là, al fronte , non ci sono semplicemente dei soldati ma i nostri figli, nipoti, fratelli e sorelle che ci difendono, che difendono "casa".
Una nazione sotto attacco, se preparata moralmente, può avere più vita, più energia, più futuro di tante società formalmente “in pace”.

Israele non è felice perché è in guerra. È felice nonostante la guerra e forse proprio perché, dopo 80 anni di attacchi, ha imparato a vivere anche dentro di essa.

In Europa si discute del nulla, di ansie esistenziali da salotto, del prezzo del burro,  di crisi identitarie. In Israele si discute di sopravvivenza.
E questo rimette tutto nella giusta prospettiva.

Quando la vita è reale, anche la felicità lo è. In Israele sai chi sei. Sai da che parte stai. Sai cosa difendi. Soprattutto sai che dopo 80 di guerre e terrorismo, dopo tanti morti, tanto sangue, tante famiglie orfane dei propri figli, è arrivata l'ora di dire basta al nemico.  

E mentre mezza stampa internazionale continua a raccontare Israele come un mostro, evita accuratamente di spiegare che quella società, sotto pressione estrema dal primo giorno, dalle prime ore della sua Indipendenza , è più viva, più unita, generosa e più resistente di molte società “pacificate”.

È una verità scomoda perché smonta una narrazione falsa e ipocrita che ha fatto purtroppo presa anche tra la gente comune. Israele non è solo un Paese che combatte, è un Paese che, nonostante tutto, funziona e funziona molto bene. E' un paese che ha fatto del coraggio e della possibilità di vivere meglio che si può anche nella tragedia, i propri valori esistenziali.

Questa, per molti, è la cosa più difficile da accettare.

Per anni vi hanno raccontato Israele come un inferno militarizzato, una società brutale, schiacciata dalla guerra. Niente di più falso. Israele non potrebbe essere come pensano i nostri nemici occidentali semplicemente perché il nostro esercito è la nostra famiglia, non è un esercito come tutti gli altri, è composto dai nostri amici, dai nostri familiari, dal nostro medico di famiglia, dal barista sotto casa, dalla figlia o dal figlio dei nostri vicini.    
E mentre combatte su quattro fronti, questo Paese continua a costruire, innovare, a crescere. Non è un miracolo,  è una lezione per il mondo intero che invece ci sputa addosso. Una lezione che molti, soprattutto in Europa, rifiutano con ostinazione perché accettarla significherebbe ammettere che società senza radici, senza identità perché il multiculturalismo ha distrutto tutto, e senza coraggio possono essere ricche… ma restano spaventosamente vuote.

Il mondo ci guarda e ci vede sempre a testa alta, forti, uniti gli uni in aiuto di chi è più debole. Alle persone anziane portano la spesa a casa, i vicini bussano alla porta per sapere se stai bene perch non ti hanno visto in rifugio durante l'ultimo bombardamento. Le municipalità si informano sulla tua salute, se hai bisogno di aiuto, se sei solo,  se hai un rifugio dove andare. 

Nessun israeliano è solo e il resto del mondo ci odia anche per questo. "Gli ebrei si aiutano sempre" dicono quasi fosse una colpa. 

Invece è la cosa più bella del mondo.

takinut3@gmail.com