Riprendiamo dal IL RIFORMISTA di oggi, 29/03/2026, inserto HaKol, il commento di Andrea Atzeni dal titolo: "Occupazione, carestia e genocidio: il libro di Caracciolo sembra il manifesto delle piazze contro Israele".
Andrea Atzeni
In questi mesi nelle scuole superiori arrivano le nuove edizioni dei manuali scolastici adottabili per il prossimo anno scolastico. Nei volumi di storia dedicati alle classi quinte può essere allora interessante andare a curiosare che cosa si dica eventualmente del 7 ottobre e di quanto ne è seguito. La storia contemporanea a scuola è in generale un terreno minato. Gli aggiornamenti troppo ravvicinati dei testi poi, relativi magari a vicende ancora in corso, sono particolarmente insidiosi anche perché privi di qualsiasi distanza storica e di una letteratura specialistica minimamente consolidata. Rischiano di risolversi in rabberciate sintesi di cronache giornalistiche.
È appena uscita per esempio l’edizione aggiornata del testo di Lucio Caracciolo e Adriano Roccucci, Oltre gli eventi. Processi storici e scenari geopolitici. Dalla Prima guerra mondiale a oggi, Arnoldo Mondadori 2026. Caracciolo ha fatto della geopolitica la cifra della sua popolare carriera di controverso studioso e opinionista. Nel manuale scolastico, sottotitolo a parte, tale approccio si riduce tutto sommato in una peculiare attenzione al corredo cartografico, senz’altro lodevole in un’epoca in cui gli studenti ignorano completamente la geografia (ricordiamo che la precedente edizione del manuale si intitolava significativamente Le carte della storia. Spazi e tempi del mondo). Circa le vicende mediorientali non si rileva invece alcuna specifica originalità rispetto alla manualistica corrente. I contenuti più aggiornati sono racchiusi in due paginette (pp. 778-79) dal titolo L’evoluzione della questione israelo-palestinese, che spaziano dagli anni Novanta ai nostri giorni. È semplice mostrare come l’apparente oggettiva imparzialità si sciolga nella propensione a scaricare su Israele ogni responsabilità per il perdurare di un conflitto finora senza sbocchi.
Tanto per cominciare, sarebbe la parte israeliana a far fallire il processo di pace di Oslo tramite l’assassinio di Rabin per mano di un proprio estremista nel 1995. La seconda Intifada invece “scoppia” da sé, come fosse un fatale fenomeno naturale senza un agente causale. D’altra parte, Fatah sarebbe “il partito politico di stampo progressista fondato da Arafat e poi guidato da Abu Mazen”, mica l’organizzazione terroristica nata allo scopo di distruggere lo Stato ebraico. Si tace che fu proprio Arafat a scatenare l’Intifada e a respingere tutte le proposte di pace, da Oslo fino a quella di Barak del 2000. E che Abu Mazen rifiutò quella di Olmert del 2007. Anche le “ambiguità sul diritto al ritorno dei profughi” sono indicate tra le cause delle nuove violenze, tuttavia non è ben chiaro in che cosa consisterebbero, al di là delle reticenze del testo stesso qui in esame.
Israele costruisce quindi il “muro di separazione, ufficialmente per motivi di sicurezza”, ma in realtà “in modo da includere numerosi insediamenti ebraici e consolidare dunque l’occupazione del territorio formalmente assegnato ai palestinesi”. Peccato che non si tratti in generale di un “muro”, che gli insediamenti ebraici abbiano davvero bisogno di protezione perché subiscono continue aggressioni, che i territori siano al massimo contesi e non “occupati”, e che non ci sia mai stata alcuna assegnazione formale di essi ai “palestinesi”. Sempre e solo Israele, pure con la “occupazione ed espansione delle colonie in Cisgiordania” e “la contrapposizione con Hamas”, porterebbe al “fallimento dell’ipotesi di uno Stato palestinese indipendente”, ovvero del progetto dei “due popoli in due Stati”. Israele, è vero, decide “il ritiro unilaterale di Gaza”. Ma persino questa appare una scelta maligna perché “unilaterale” e perché seguita da lotte tra le fazioni palestinesi. Israele sottopone poi la Striscia a un “rigido blocco”, che ne limita lo sviluppo. Non viene detto che la misura è indispensabile alla difesa e conforme al diritto internazionale. Ed ecco il colmo: “Tra le restrizioni vi fu persino la stesura di piani per calcolare il numero minimo di calorie necessarie a garantire alla popolazione una sussistenza”. È la farneticante leggenda della Gaza concentrazionaria costretta alla fame.
Israele svolge nuove operazioni militari negli anni 2008, 2014 e 2021, al solo scopo, sembrerebbe, di provocare “migliaia di vittime palestinesi e pesanti distruzioni”. Anche Israele viene “colpito dai razzi lanciati da Hamas”, questo però è rivelato alla fine, come fosse solo una timida risposta, incoraggiando nel lettore lo scambio tra cause ed effetti, tra aggressioni deliberate e necessarie misure di difesa. Il rovesciamento totale della realtà si ha quando si afferma che sarebbe la “assenza di un’entità palestinese unita e sostenuta da potenze esterne” a determinare “conflitti ciclici tra Israele e Hamas […] senza prospettive di una soluzione politica definitiva”. In questo modo si suggerisce che la nascita di uno Stato palestinese placherebbe Hamas, anziché fornirle un supporto per realizzare il proprio scopo esplicito: l’annientamento di Israele. Ma Israele riuscirebbe persino a “complicare ulteriormente il quadro” con “la legge approvata dal Parlamento di Tel Aviv il 19 luglio 2018”, che “definiva Israele ‘Stato nazionale del popolo ebraico’, mettendo in discussione i diritti della minoranza di cittadini arabo-palestinesi”. E pazienza se il Parlamento si trova nella Capitale Gerusalemme e non a Tel Aviv, se Israele nasce proprio per garantire qualche “national home for the Jewish people”, se ogni minoranza israeliana gode di cittadinanza con pari diritti, e se non abbia molto senso parlare di cittadini israeliani “palestinesi” (ben pochi tra loro accetterebbero di definirsi in questo modo).
Il 7 ottobre 2023, infine. Hamas lancia un attacco “senza precedenti”. Israele reagisce “subito” con una “massiccia” campagna militare, poi, negli anni successivi, porta a una “escalation drammatica”: colpisce “interi quartieri, campi profughi e persino ospedali, università e scuole”. Non si chiarisce che Hamas non libera gli ostaggi né depone le armi. Si omette che la popolazione gazawa sostiene in larga misura il regime, e in parte è coinvolta nel pogrom e nei rapimenti. Soprattutto si dimentica che le strutture civili sono impiegate a scopi militari (in violazione del diritto internazionale e facendone bersagli legittimi). Il testo attesta con sicumera che le “vittime sono state decine di migliaia e tra esse si conta un numero altissimo di bambini”, insomma sposa e difende la narrazione delle autorità locali, ovvero di Hamas. Non manca la denuncia di Israele alla Corte internazionale di giustizia per genocidio: “A gennaio 2014 la Corte ha ordinato misure urgenti per proteggere i civili palestinesi, riconoscendo la gravità della crisi, pur senza ancora pronunciarsi sulla colpa definitiva”. L’accusa è del tutto plausibile. La condanna definitiva è solo questione di tempo.
In conclusione si apprende che la “escalation” israeliana mostra quanto “i nodi mai risolti […] possano trasformarsi in conflitti devastanti”. Dove i “nodi” sarebbero la “radicalizzazione” di Hamas e la mancanza di uno Stato palestinese, che l’avrebbe causata, il tutto imputabile a Israele. Ma anche il “regime di apartheid”, spacciato con nonchalance per un fatto reale, e “indietro fino alla Nakba”, con la quale la sostituzione della storia con miti generatori di odio è completa. La stessa nascita dello Stato ebraico è così presentata al lettore come un peccato originale sanabile soltanto con la sua cancellazione. Nakba, apartheid, carestie, escalation, genocidio: più che temi di un libro di studio sono gli slogan delle piazze più esagitate degli ultimi anni.
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