La propaganda antiebraica e l’alterazione della Storia
Commento di Mirko Bettozzi
Testata: Il Riformista
Data: 28/03/2026
Pagina: 8
Autore: Mirko Bettozzi
Titolo: La propaganda antiebraica e l’alterazione della Storia

Riprendiamo dal RIFORMISTA del 28/03/2026, a pagina 8, il commento di Mirko Bettozzi dal titolo "La propaganda antiebraica e l’alterazione della Storia".

Una propaganda martellante su tutti i media ha trasformato profondamente la percezione sul popolo ebraico in Occidente. Al Jazeera ha vinto. L'antisemitismo è tornato.

Quello che è accaduto negli ultimi mesi rappresenta una conferma inquietante: i mezzi di comunicazione di massa restano strumenti potentissimi, capaci non solo di informare ma anche di orientare – e talvolta distorcere – la percezione collettiva della realtà. Il rischio aumenta quando i messaggi si rivolgono a un pubblico privo degli strumenti critici necessari per interpretarli.

Fino a poco tempo fa, il popolo ebraico era considerato, quasi all’unanimità, degno di rispetto. Gli ebrei venivano riconosciuti come una comunità capace di preservare la propria identità attraverso secoli di persecuzioni, di restare unita nonostante la diaspora e di ritrovare dignità e forza dopo la tragedia dell’Olocausto.

Non solo. In molti li consideravano un “popolo eletto”, non soltanto per il significato religioso riportato nelle Sacre Scritture – ovvero quello di essere chiamati a portare avanti un disegno spirituale – ma anche per il contributo straordinario offerto alla costruzione della cultura occidentale. Figure come Einstein, Freud, Bernstein, Chagall, e molti altri, hanno segnato profondamente ambiti che vanno dalla scienza alle arti, contribuendo a plasmare il nostro modo di pensare e di interpretare il mondo.

La cultura occidentale è così permeata di contributi di matrice ebraica che si potrebbe affermare, senza eccessi retorici, che una parte della nostra identità collettiva affondi anche in quelle radici. Eppure, in pochi mesi, una narrazione mediatica insistente ha contribuito a ribaltare, almeno in parte, questa percezione. In alcuni contesti, gli ebrei vengono oggi descritti in maniera generalizzata come aggressori, carnefici, fino a scivolare – nei casi più estremi – in rappresentazioni caricaturali e demonizzanti.

È proprio qui che emerge il pericolo più grande: la semplificazione. Quando il racconto mediatico riduce la complessità a schemi binari, quando trasforma un insieme eterogeneo di individui in un’unica categoria indistinta, si apre la strada a forme di pensiero che storicamente hanno prodotto conseguenze drammatiche.

I messaggi diventano ancora più insidiosi quando provengono da fonti ritenute autorevoli e raggiungono milioni di persone, molte delle quali non dispongono degli strumenti per analizzare criticamente fatti, contesti e responsabilità. Il bene e il male attraversano ogni società e ogni epoca, ma ignorare questa complessità significa alimentare l’odio, che nasce dall’ignoranza e si nutre di generalizzazioni.

La storia offre esempi chiari di queste dinamiche. Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich, individuava tra i principi fondamentali della comunicazione politica proprio la necessità di identificare un nemico unico, responsabile di tutti i mali. Una logica tanto semplice quanto pericolosa, perché capace di attecchire con facilità in contesti segnati da paura e incertezza.

Per questo, oggi più che mai, è fondamentale recuperare il valore della memoria storica e del pensiero critico. Comprendere il presente richiede uno sforzo di analisi, la capacità di distinguere tra fatti e narrazioni, tra responsabilità individuali e colpe collettive. Solo così si può evitare di cadere in schemi già visti, in cui la manipolazione delle coscienze diventa strumento al servizio di interessi ristretti.

La speranza è che la storia torni a svolgere la sua funzione più autentica: non solo raccontare il passato, ma fornire gli strumenti per non ripeterne gli errori.

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