Hamas ha otto mesi per disarmare
Analisi di Dario Mazzocchi
Testata: Libero
Data: 28/03/2026
Pagina: 16
Autore: Dario Mazzocchi
Titolo: «Hamas ha 8 mesi per il disarmo e distruggere i tunnel»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 28/03/2026, pag. 16, con il titolo "Hamas ha 8 mesi per il disarmo e distruggere i tunnel", la cronaca di Dario Mazzocchi. 


Dario Mazzocchi

Hamas ha otto mesi di tempo per consegnare le armi e distruggere la sua enorme infrastruttura militare sotterranea a Gaza. Il tempo di passare le consegne a un nuovo governo tecnico palestinese. Ma chi disarmerà Hamas?

È uno dei punti chiave del piano di pace nella Striscia di Gaza elaborato dal Board of Peace guidato dall’amministrazione di Donald Trump: la progressiva smilitarizzazione dell’area, con la consegna delle armi da parte di Hamas. Una richiesta a lungo respinta, ma che resta fondamentale per il prosieguo della tregua: la scorsa settimana è stata presentata ufficialmente ai vertici del gruppo terroristico, che non ha rilasciato dichiarazioni, ma il testo integrale è stato visionato sia dall’emittente Al Jazeera sia dall’agenzia stampa Reuters e ha trovato conferma della sua autenticità nei commenti dei funzionari palestinesi coinvolti nei colloqui.
Una fase delicata con una tempistica di otto mesi: punto di partenza è la costituzione di un comitato di tecnocrati palestinesi – con sostegno statunitense – che assuma il controllo della sicurezza di Gaza. Una volta «verificata l’assenza di armi», sarà previsto il ritiro dell’esercito israeliano. Così stabilisce il documento, articolato in 12 punti e cinque fasi, intitolato “Passaggi per completare l’attuazione del piano di pace globale di Trump” per Gaza. Le prime armi a dover essere consegnate comprendono missili, razzi e lanciarazzi; in seguito, andranno consegnate le armi leggere, come i fucili Kalashnikov nelle mani di Hamas e non solo, visto che l’operazione riguarda tutti i gruppi terroristici presenti a Gaza, compresi quelli della Jihad islamica. L’organismo preposto alla supervisione è il Comitato di verifica della raccolta delle armi, istituito da Nickolay Mladenov, politico e diplomatico bulgaro che tra il 2015 e il 2020 ha ricoperto il ruolo di coordinatore speciale del processo di pace in Medio Oriente per l’Onu.
«Gaza sarà governata secondo il principio di un’unica autorità, un’unica legge, un’unica arma, in base al quale solo gli individui autorizzati dal Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza potranno possedere armi e tutte le fazioni armate cesseranno le attività militari», si legge nel documento. Nelle zone demilitarizzate si procederà con la ricostruzione di edifici e infrastrutture.
Il quotidiano israeliano Haaretz ha raccolto la dichiarazione di un altro funzionario a conoscenza della questione, il quale ha aggiunto che sono incluse garanzie di sicurezza per i membri di Hamas che accetteranno di deporre le armi, a patto che non siano coinvolti in altre attività terroristiche. In questo scenario, l’organizzazione terroristica negli ultimi mesi ha avviato il suo rafforzamento nella Striscia di Gaza, dopo la fine degli scontri annunciata lo scorso ottobre.
Un rapporto dell’Idf certifica che sono tornati operativi quasi tutti gli uffici ministeriali e almeno la metà delle amministrazioni comunali di Gaza.
Hamas ha inoltre avanzato la richiesta che i quasi 10mila agenti di polizia ai suoi comandi vengano inclusi nella nuova forza di sicurezza prevista dal piano del Board of Peace: Gerusalemme ha espresso tutta la sua contrarietà all’ipotesi.
I rappresentanti di Hamas la settimana scorsa hanno incontrato gli inviati trumpiani al Cairo, in Egitto: è stato il primo faccia a faccia reso pubblico dall’inizio della guerra con l’Iran, sostenitore economico e militare dei gruppi armati di Gaza. Una mossa letta anche come un tentativo diplomatico di tenere Gaza fuori dalle operazioni israeliane che hanno preso di mira, in Libano, i gruppi di Hezbollah, l’altra organizzazione armata che può contare sull’alleanza con il regime di Teheran. Un comunicato di Hamas del 14 marzo riportava, da una parte, che la Repubblica islamica ha diritto a rispondere ai raid nemici, ma dall’altra invitava l’Iran a non colpire le altre nazioni arabe.

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