Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 28/03/2026, a pag. 1/XVI, con il titolo "Hormuz, gli houthi, le condizioni per negoziare. Chi decide a Teheran", l'analisi di Micol Flammini.
Micol Flammini
Un mese fa la guerra israeloamericana contro la Repubblica islamica dell’Iran iniziava con molti elementi di sorpresa: di giorno, sparando i primi colpi contro uno dei luoghi più protetti e segreti di Teheran, il complesso in cui viveva e comandava la Guida suprema, Ali Khamenei. Khamenei è stato eliminato nei primi istanti della guerra, la conferma della sua morte è arrivata di sera, mentre il regime continuava a cercare di nascondere il vuoto. La Repubblica islamica ha risposto costringendo tutto il medio oriente a proteggersi, scommettendo sul fatto che i paesi del Golfo, pur di non perdere la loro immagine di paesi fiorenti e sicuri, avrebbero fatto pressione sul presidente americano Donald Trump per far cessare la guerra. Non è successo. Allora il regime ha fatto quello che più volte ha minacciato, ha colpito il mercato globale del petrolio. I paesi del Golfo sono così stati attaccati due volte: militarmente nelle loro strutture energetiche ed economicamente per la minaccia del blocco dello Stretto di Hormuz.
La Repubblica islamica dell’Iran sta usando lo Stretto come assicurazione sulla vita e ora che un mese è ormai trascorso gioca una partita lunga, scommettendo sull’imposizione di cambiamenti immutabili. Il primo riguarda proprio lo Stretto, in cui non vige un blocco, ma una selezione all’ingresso. Teheran ha modificato le modalità di accesso: entra a Hormuz chi paga un pedaggio in yuan, la valuta cinese. Punta a rendere i cambiamenti duraturi, in modo da far male agli Stati Uniti e ai loro alleati, ma ieri anche due navi portacontainer cinesi sono state respinte. Teheran punta a cambiare il profilo giuridico che finora ha regolato l’ingresso a Hormuz, agli Stati Uniti e a Israele spetta togliere questa arma di ricatto: è una rassicurazione che chiedono i paesi del Golfo, che ormai sono determinati a passare dalla calma alla deterrenza.
Dopo l’eliminazione di Khamenei Hezbollah, il gruppo sciita che trascina il Libano in guerra da anni, ha aperto il fuoco contro Israele e adesso i quartieri meridionali di Beirut, il sud del paese e la Valle della Beqa sono i teatri della nuova guerra di Tsahal contro i miliziani creati e finanziati dall’Iran. Nella partita lunga in cui il regime vuole trascinare Stati Uniti e Israele, potrebbero entrare gli houthi, l’altro gruppo nutrito da Teheran che governa in parte dello Yemen e che, dopo il 7 ottobre, quando Hamas attaccò Israele uccidendo milleduecento persone e rapendone quasi trecento, fu il primo a entrare in guerra al fianco dei terroristi della Striscia di Gaza. Gli houthi iniziarono ad attaccare le navi che passavano per lo Stretto di Bab el Mandeb, minacciando la navigazione nel Mar Rosso. Fecero in piccolo quello che Teheran fa a Hormuz in grande. La minaccia di agitare gli houthi, il regime iraniano l’ha già fatta, il gruppo finora è stato colpito duramente da israeliani, americani e britannici e al suo risanamento Teheran non ha pensato con altrettanta cura come ha fatto con Hezbollah.
Fonti dell’esercito israeliano hanno riferito al Foglio che il regime non pensa di star perdendo la guerra. Ogni concessione che fa nello Stretto di Hormuz la vive come una dimostrazione di forza, di vittoria. La realtà sul campo, però, è che i suoi punti di forza sono stati colpiti, e ricostruire tutto ciò su cui basava la sua proiezione di potenza non può avvenire con rapidità. Secondo l’analista Raz Zimmt, esperto del programma Iran presso l’Inss di Tel Aviv, il regime potrebbe essere tentato da un cessate il fuoco. Il presidente americano, Donald Trump, ha esteso il suo ultimatum per portare avanti un negoziato fino al 6 aprile. Finora non ci sono segnali tangibili che qualche americano parli davvero con qualche iraniano, ma la ragione per cui il regime per il momento è più propenso a portare avanti la guerra che a fermarla facendo delle concessioni è che teme che un cessate il fuoco sia solo temporaneo, come accaduto dopo la Guerra dei dodici giorni. Teheran ha sempre rifiutato un nuovo accordo con gli americani, ha valutato che la sua sopravvivenza fosse possibile più con la guerra che con un’intesa. Non vuole vivere con la pistola puntata alla tempia, e pensa che la partita lunga possa logorare i nemici.
Continua a mancare una voce: chi deve prendere le decisioni in Iran è Mojtaba Khamenei, la Guida suprema, il figlio sopravvissuto di suo padre. Non parla, nessuno sa dove sia, non conosce le conseguenze della guerra. La valutazione è che, se cosciente, sente solo del successo delle minacce su Hormuz, sa poco del resto. Finora il conflitto per Teheran è stato frutto di una gestione portata avanti soprattutto dalle azioni del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, accompagnate dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e dal capo del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf. Due sopravvissuti che negoziano su due posizioni: o un accordo che conceda molto a Teheran o una partita lunga.
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