La finanza israeliana regge il colpo della guerra
Intervista di Antonio Picasso a Shmuel Abramzon
Testata: Il Riformista
Data: 27/03/2026
Pagina: 8
Autore: Antonio Picasso
Titolo: «La finanza israeliana regge il colpo della guerra. Attesa nel lungo periodo. Pace? Un’opportunità»

Riprendiamo dal RIFORMISTA del 27/03/2026, l'analisi di Antonio Picasso a pag. 8 dal titolo "«La finanza israeliana regge il colpo della guerra. Attesa nel lungo periodo. Pace? Un’opportunità»".


Antonio Picasso

Shmuel Abramzon, capo economista del ministero delle Finanze d’Israele

La quarta settimana di guerra sta per terminare. Al netto degli annunci di Donald Trump e delle smentite del regime iraniano, Israele vive tra casa e rifugio. Dal 7 ottobre 2023 il Paese è sotto stress, eppure resiste. Ne parliamo con Shmuel Abramzon, capo economista del ministero delle Finanze d’Israele.

Abramzon, come sta reagendo il mondo finanziario israeliano a questo nuovo conflitto?
«È ancora presto per dirlo con precisione. Siamo nel pieno della crisi. Da una parte, come abbiamo visto in passato, a ogni shock di questo tipo segue un rimbalzo. Dall’altra, quando hai scuole chiuse, aeroporti bloccati e decine di migliaia di persone richiamate in servizio, non c’è dubbio che l’economia ne risenta. In passato avevamo stimato un impatto di circa mezzo punto di Pil per un conflitto più contenuto. Nell’eventualità – ma solo sulla carta – che il conflitto dovesse estendersi, ci avvicineremmo all’1%. Si dice che gli Stati Uniti stiano conducendo negoziati con l’Iran. Con Trump le cose possono finire molto rapidamente, così come sono iniziate. E naturalmente resta aperta la questione Libano».

Dal punto di vista finanziario, la previsione di una conclusione della guerra all’inizio di aprile le sembra realistica?
«Ne sarei felice. È una scadenza che possiamo assorbire senza problemi, così come anche un conflitto più lungo, che però avrebbe un costo economico differente».

E riguardo a Hormuz, quali sono gli effetti che vi arrivano?
«Si tratta di uno shutdown. Dal Covid in poi ce ne sono stati altri simili. Il mondo sta iniziando a farci l’abitudine».

Del resto Israele ha una sua sovranità energetica.
«Esatto. Ma anche noi subiamo la volatilità dei prezzi del petrolio. Alla fine del mese avremo l’annuncio dei nuovi costi del carburante – in Israele il prezzo alla pompa viene fissato una volta al mese. Di certo ci sarà un aumento. La domanda è di quanto. Attualmente è intorno a 7 shekel al litro, circa 2 euro. Per il gas invece non abbiamo problemi».

Israele ha chiuso il quarto trimestre 2025 con un +4%. C’è quasi da essere invidiosi.
«Confermo. E aggiungo che il dato annuale complessivo del 2025 è stato del 2,9%. Per questi primi mesi dell’anno, Fondo Monetario Internazionale e OCSE erano ancora più ottimisti: stimavamo un +5,2%. Dopo alcuni anni di performance deboli, questo si sarebbe dovuto tradurre in un rimbalzo. Prima della guerra, però. Adesso questo recupero sarà ritardato. Presumo quindi che ci avvicineremo al 4%. Il dato ufficiale attuale è +4,7%, ma immagino che scenderà verso il 4%. Finché dura il conflitto ha senso rivedere al ribasso le stime».

Nonostante un’inflazione contenuta e investimenti significativi, avete un tasso di interesse al 4%. È piuttosto alto. Perché?
«Al confronto con la Banca Centrale Europea sì, ma meno se paragonato al 3,5-3,75% della Federal Reserve. Si tratta comunque di tassi a breve termine, non a lungo. Il rendimento del bond decennale israeliano è infatti sotto il 4%. È curioso: siamo molto vicini a quello italiano, intorno al 3,8-3,9%. Il governo italiano paga quasi lo stesso per i suoi titoli a 10 anni. Tengo a sottolineare che si tratta di una decisione esclusiva della Banca d’Israele: il nostro governo non interviene mai sull’istituzione monetaria. Per valutare il nostro rischio guardiamo altri indicatori, come lo spread con gli Stati Uniti, che si è ridotto parecchio negli ultimi mesi. Il governo israeliano non ha alcun problema a finanziarsi. Siamo in grado di prendere a prestito denaro con facilità, soprattutto grazie all’ampia liquidità del settore privato locale».

Siete un Paese in guerra da anni, ma anche un hub di innovazione. Temete che questa instabilità metta a rischio la vostra capacità di crescita tecnologica?
«Il governo e l’economia israeliani sono molto forti, e gli indicatori lo dimostrano. La nostra Borsa è tra le migliori performance a livello globale nell’ultimo anno. Lo shekel è solido. Detto questo, i rischi esistono: se la guerra si protrae, causerà più danni e ne pagheremo i costi. D’altra parte, esistono anche potenziali opportunità. Se la regione cambiasse in meglio, con nuove relazioni con i vicini, un futuro migliore per il Libano e nuove aperture con Arabia Saudita ed Emirati Arabi, si aprirebbe una nuova era. Non guarderei solo al breve termine. Questo vale anche per le relazioni con l’Italia, partner che vale oltre 3 miliardi di dollari all’anno di import per Israele. Esistono ulteriori spazi di crescita reciproca in settori come tecnologia, energia, trasporti e sicurezza».

Un altro rischio è la Cina. Israele è considerato un grande alleato degli Stati Uniti, che vedono Pechino come il loro principale avversario geopolitico.
«Sì, è un tema complesso. Prima di tutto, non esiste alcun problema storico tra ebrei e cinesi: in Cina non c’è mai stata una tradizione di antisemitismo, anche perché non vi erano grandi comunità ebraiche. Le due culture hanno una visione reciprocamente positiva. Negli ultimi anni, le relazioni commerciali tra noi e Cina sono cresciute molto. Tuttavia c’è la geopolitica: Israele è alleato degli Stati Uniti, mentre la Cina ha ottime relazioni economiche sia con noi sia con l’Iran. Tutto questo influenza le dinamiche politiche, anche se non incide in modo drammatico sui rapporti economici».

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