Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "La guerra che stiamo volutamente perdendo".
Giulio Meotti
“Tutto quello che potevo fare era aspettare e pregare che Dio venisse a salvarmi”.
Parla così a Politico Karen Northshield, una delle sopravvissute dell’attentato all’aeroporto di Bruxelles.
Sono già dieci anni, 32 morti e 300 feriti.
Mentre l’Occidente si ritrova di nuovo a fissare l’abisso – questa volta nella guerra aperta contro la Repubblica Islamica dell’Iran – è necessario guardarsi indietro senza indulgenza. Perché ciò che accadde allora fu il frutto avvelenato di una civiltà che aveva deciso di finanziare i propri carnefici, di battersi per la loro liberazione e, infine, di celebrarli come martiri.
Israele aveva avvertito i funzionari belgi settimane prima dell’attacco delle inadeguate misure di sicurezza all’aeroporto Zaventem di Bruxelles. L’avvertimento era arrivato dai funzionari israeliani incaricati di valutare gli standard di sicurezza negli aeroporti che operano voli verso Tel Aviv. Gli israeliani avevano riscontrato “carenze significative” all’aeroporto, teatro pochi giorni dopo di due esplosioni mortali da parte dell’Isis.
Un anno prima Bruxelles, Israele aveva aiutato Londra a fermare un piano terroristico di Hezbollah.
Ma la neutralità europea, quella fede dogmatica nella bontà intrinseca dell’altro, aveva prevalso sull’istinto di sopravvivenza. Soltanto sei mesi dopo, i belgi andranno in Israele a prendere lezioni di sicurezza.
In questi giorni il Mossad israeliano è a Londra per aiutare gli inglesi con l’antiterrorismo. Questa notte, quattro ambulanze ebraiche sono state distrutte a Londra.
Uno dei terroristi dell’aeroporto, Khalid el Bakraoui, quando fu rilasciato dal carcere all’inizio del 2014 il welfare belga gli ha dato 28.000 euro in vari sussidi sociali. Con quei soldi Khalid e suo fratello Ibrahim comprarono gli zaini, i chiodi, i detonatori. E per fare strage a Bruxelles passarono dall’Italia, tutti da qui passano.
Poi c’era il cugino, Oussama Atar, mente della strage.
Cresciuto a Bruxelles, nel 2005 Atar fu arrestato in Iraq dagli americani. Il governo belga e le ong iniziarono subito a esercitare pressioni per il suo rilascio, invocando l’“islamofobia” e le folli ong misero in giro la voce che Atar aveva il cancro (in realtà stava alla grande). C’era anche il liberale Louis Michel, ex ministro belga, vicepremier, ministro degli Esteri e Commissario europeo allo Sviluppo, oltre che padre di Charles Michel, presidente del Consiglio europeo dal 2019 al 2024.
Il governo belga fece pressioni per il rilascio del terrorista nonostante gli avvertimenti dei servizi americani e francesi, che consideravano Atar estremamente pericoloso.
Rappresentanti eletti del Partito Socialista, di Amnesty International e degli ecologisti presero parte a una manifestazione davanti al Palazzo di Giustizia di Bruxelles il 9 ottobre 2010 sotto lo slogan “Salviamo Oussama”.
Il comitato di sostegno includeva Jamal Ikazban, oggi presidente del gruppo socialista al Parlamento di Bruxelles.
Atar venne liberato, tornò in Belgio e uccise 32 “infedeli”.
Breve parentesi.
La vittima dell’attacco terroristico la scorsa settimana a Old Dominion, in Virginia, è stata identificata come il tenente colonnello Brandon Shah, professore di scienze militare, veterano delle operazioni Iraqi Freedom, Enduring Freedom e Atlantic Resolve, due stelle di bronzo, la medaglia al merito per il servizio alla difesa, encomio per il servizio congiunto e altri riconoscimenti.
Il colonnello Shah è sopravvissuto alle guerre perse, inclusa “la guerra più lunga d’America” - l’Operazione Enduring Freedom - solo per tornare a casa e morire per mano di uno dei suoi “compagni americani” che urlava - dai, provate a indovinare; sì, bingo! - “Allahu Akbar!”.
L’assassino di Shah si chiama Mohamed Jalloh, è emigrato dalla Sierra Leone ed è diventato cittadino statunitense. Ex studente della Old Dominion University, in seguito si è arruolato nella Guardia Nazionale della Virginia. Purtroppo Jalloh è stato costretto a lasciare l’esercito statunitense dopo che si è scoperto che era un grande ammiratore di Anwar al-Awlaki, il defunto “consigliere spirituale” di tre dirottatori dell’11 settembre e di molti altri.
Nessun mullah iraniano potrà fare tanti danni quanto tre generazioni di politica migratoria occidentale.
All’epoca dell’Immigration and Nationality Act del 1965, si stimava che negli Stati Uniti vivessero tra i 100.000 e i 150.000 musulmani. Al momento del censimento religioso degli Stati Uniti del 2020, si stimava che nel paese ci fossero 4,5 milioni di musulmani. Entro il 2050, si prevede che tale numero raddoppierà, raggiungendo gli 8,1 milioni.
A Copenaghen, due artisti avevano già in testa l’idea di mettere in scena le gesta dei fratelli Ibrahim e Khaled el Bakraoui, che hanno detonato la loro cintura esplosiva al check-in dell’aeroporto di Bruxelles. Fra gli accessori dei terroristi in mostra a Copenaghen una replica del guanto di pelle di Ibrahim el Bakraoui, con cui nascondeva il detonatore della bombe. La mostra è ispirata al “Museo dei Martiri” di Teheran e gli attentatori suicidi sono stati presentati insieme a figure storiche che sono morte per la loro causa, come Giovanna d’Arco e Socrate.
L’Occidente, nella sua decadenza estetica, che celebra i suoi distruttori. Il relativismo morale che ha raggiunto l’apoteosi: la morte non è più male, ma performance; il fanatismo non è barbarie, ma espressione culturale.
Dunque, abbiamo finanziato i terroristi con il welfare, le nostre ong e governi hanno fatto campagna per il loro rilascio e gli artisti occidentali li hanno giustificati paragonandoli all’eroina di Orleans e al filosofo greco.
La stessa élite che gridava “Salviamo Oussama” oggi si interroga se sia “eccessivo” usare la forza. La stessa cultura che ha esposto il guanto insanguinato in un museo ora si chiede se sia “islamofobo” chiamare per nome il nemico.
Il New York Times di oggi è andato a Molenbeek, da dove vengono molti terroristi, per spiegarci che la comunità islamica locale è traumatizzata dagli attentati.
Il Belgio preferì ignorare l’avvertimento di un paese, Israele, che da sempre vive sotto la minaccia del terrorismo islamico. Bruxelles, cuore burocratico d’Europa, si sentì al sicuro nella sua illusione di neutralità, nella sua fede dogmatica che il dialogo, l’integrazione forzata e la tolleranza unilaterale bastino a scongiurare il male.
Ora un grande attentato in Europa è considerato “praticamente inevitabile”.
Questa settimana Benjamin Netanyahu nella sua prima conferenza stampa sulla guerra all’Iran ha detto: “Churchill disse che le democrazie soffrono del torpore della democrazia. Una malattia, la chiamava. E si svegliano solo quando sentono il gong, il gong del pericolo. Bene, lo state sentendo. Dobbiamo essere forti. Dobbiamo essere più potenti dei barbari, altrimenti non saranno solo alle porte: sfonderanno le porte e distruggeranno le nostre società”.
Non basta pregare che Dio venga a salvarci, come ha fatto la sopravvissuta: dobbiamo salvarci anche da noi stessi.
All’aeroporto di Bruxelles, colpito dai terroristi, la settimana scorsa si è tenuto un iftar islamico. Stiamo apparecchiando il suicidio di civiltà.
La newsletter di Giulio Meotti è uno spazio vivo curato ogni giorno da un giornalista che, in solitaria, prova a raccontarci cosa sia diventato e dove stia andando il nostro Occidente. Uno spazio unico dove tenere in allenamento lo spirito critico e garantire diritto di cittadinanza a informazioni “vietate” ai lettori italiani (per codardia e paura editoriale).
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