Prendere l’isola di Kharg è ad alto rischio
Analisi di Costanza Cavalli
Testata: Libero
Data: 26/03/2026
Pagina: 10
Autore: Costanza Cavalli
Titolo: Prendere l'isola di Kharg è ad alto rischio. Ma i marines possono strangolare il regime

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 26/03/2026, a pag. 10, l'analisi di Costanza Cavalli: "Prendere l'isola di Kharg è ad alto rischio. Ma i marines possono strangolare il regime".


Costanza Cavalli

Isola di Kharg, così piccola eppure così importante. E' il principale hub petrolifero del regime iraniano. Prenderla comporta molti rischi, ma se le trattative dovessero fallire (come pare), a Trump non resterebbe che ordinare la sua conquista, con marines e paracadutisti.

All’inizio del mese, e cioè due giorni dopo l’inizio dell’operazione Furia epica, anche Donald Trump ha avuto il suo momento “whatever it takes” ed è stato quando ha detto che gli obiettivi statunitensi in Iran erano distruggere le capacità missilistiche e la marina del regime, impedire lo sviluppo di armi nucleari e mettere fine alla rete terroristica sciita che opera nel mondo per procura. Quel lunedì non ha accennato ai boots on the ground, ai marines e ai paracadutisti, ma «faremo tutto il necessario – ha assicurato – abbiamo previsto dalle quattro alle cinque settimane, ma abbiamo la capacità di resistere molto più a lungo».
A metà della quarta settimana di guerra, Teheran è stata sostanzialmente ridotta all’irrilevanza militare nella regione ma lo stesso non si può dire sul fronte energetico, che si è rivelato per gli Usa il “rinoceronte grigio” dell’operazione, il rischio evidente, sottovalutato, impossibile da disinnescare.
Trump ha ripetuto innumerevoli volte che gli iraniani «non hanno mai vinto una guerra, ma non hanno mai perso una trattativa» ed è per questo che il nodo scorsoio del regime sullo stretto di Hormuz rischia di soffocare, dopo i mercati energetici globali, pure i negoziati in Pakistan.
Mentre le richieste di Teheran si frantumano contro quelle di Washington, il Pentagono martedì ha ordinato il dispiegamento in Medio Oriente di un paio di migliaia di soldati dell’82ª Divisione Aviotrasportata, la divisione di paracadutisti d’élite dell’esercito. Progettati per essere schierati ovunque nel mondo entro 18 ore, i parà sono addestrati a missioni di vario genere, come la conquista di aeroporti e infrastrutture critiche, il rafforzamento delle ambasciate statunitensi e operazioni di evacuazione in situazioni di emergenza. Nei piani sarebbero loro, insieme con i marines, a conquistare l’isola di Kharg, lo snodo per l’esportazione del petrolio vitale per il regime. Nel fine settimana, infatti, dovrebbe arrivare nella regione la prima unità di marines (la 31esima Marine expeditionary unit in viaggio a bordo della USS Tripoli, nave d’assalto anfibio ottimizzata per le operazioni aeree), e un’unità simile, il Boxer amphibious ready group (composto da tre navi guidate dalla USS Boxer, che trasporta l’11esima Meu) arriverà in Medio Oriente entro quattro settimane. In tutto, si tratta di circa 4.500 soldati.
Il senatore repubblicano Lindsey Graham l’ha fatta semplice – «Ce l’abbiamo fatta a Iwo Jima, possiamo farcela anche questa volta. Punto sempre sui marines» – ma ha colto il punto. Secondo Karen Gibson, ex direttrice dell’intelligence del Comando centrale degli Stati Uniti, impossessarsi dell’isolotto è il tipo di operazione per cui i marines sono stati inventati. Ogni unità dispone di un battaglione di fanteria, truppe aeree e un battaglione di logistica da combattimento, ha spiegato al Financial Times. Sia la USS Tripoli che la USS Boxer sono equipaggiate con aerei da trasporto truppe V-22 Osprey e la formidabile ala aerea comprende anche i caccia stealth F-35B dello squadrone di caccia d’attacco soprannominato “Green Knights”, cavalieri verdi. Mentre i caccia fornirebbero supporto aereo, la Uss Lincoln nel Mar Arabico neutralizzerebbe missili, razzi e droni che si abbattono sulla forza d’invasione che sbarcherebbe con veicoli blindati, artiglieria e sistemi di difesa aerea. Dopodiché «costruiranno una testa di ponte e si muoveranno attraverso l’isola», ha detto sempre al Ft un funzionario del Pentagono.
Se lo sbarco avesse successo, gli americani «dovranno essere preparati ad avere fino al 20% tra morti e feriti», è il calcolo di Phil Ingram, ex colonnello dell’intelligence militare britannica. Ma, ammesso che il sanguinoso sbarco avesse successo, anche raggiungere le coste sarebbe un’impresa ad alto rischio: considerata l’ipotesi che l’Iran abbia già minato lo stretto di Hormuz, la marina dovrebbe navigare attraverso l’arteria sotto il fuoco nemico per centinaia di chilometri. Alternative ci sarebbero: o lasciare le navi fuori dal Golfo e trasportare i soldati per via aerea o utilizzare un’area sulla terraferma, a patto che i Paesi confinanti concedano basi, accesso e diritti di sorvolo. Un altro piano prevede invece la conquista delle isole di Larek, Qeshm e Hormuz, più accessibili dall’esterno del Golfo e fulcro della strategia militare asimmetrica del regime: qui insenature e gallerie nascondono un arsenale di radar, droni, sottomarini e unità d’attacco rapido.
Sono ormai passati una decina di giorni da quando gli americani hanno bombardato oltre 90 obiettivi militari iraniani su Kharg, tra cui sistemi di difesa aerea, bunker per lo stoccaggio di missili e una base navale. La Casa Bianca non ha annunciato alcuna decisione formale in merito a una possibile invasione, ma pare che a Trump resti solo da scegliere quale piano adottare. E sperare che funzioni.

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