Riprendiamo dal RIFORMISTA del 25/03/2026, a pagina 7, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "L’Iran non è riuscito a travolgere l’apparato difensivo israeliano".

Iuri Maria Prado
I missili iraniani che stanno colpendo Israele dimostrano una cosa ovvia: lo Stato ebraico non è dotato di difese capaci di proteggerlo integralmente. È una constatazione che non sorprende nessuno, perché nessuno ha mai davvero pensato che fosse possibile predisporre e mantenere in efficienza un dispositivo di protezione totale.
L’andamento degli attacchi iraniani, tuttavia, mentre conferma questa evidenza, suggerisce anche qualcosa di meno scontato. Il timore più radicato — una paura che accompagna Israele da sempre — riguardava la possibilità che il sistema di difesa potesse collassare sotto il peso di un lancio simultaneo e massiccio di missili balistici. Eppure, a tre settimane dall’inizio del conflitto, gli attacchi iraniani, pur riuscendo a provocare danni significativi, si sono ridotti al lancio di pochi missili al giorno, talvolta appena un paio.
L’ipotesi che l’Iran si stia trattenendo per ragioni tattiche, rinviando un’offensiva più ampia e devastante e limitandosi per ora a uno stillicidio logorante, appare sempre meno convincente. È più plausibile, piuttosto, che Teheran non ricorra a un attacco più deciso semplicemente perché non ne ha la capacità. A rafforzare questa interpretazione contribuisce anche il ricorso, finora inedito rispetto agli attacchi del 2024, a bombe a grappolo: armi certamente insidiose e terrorizzanti, ma il cui impiego sembra avere un carattere compensativo, come se si trattasse di un mezzo estremo adottato in mancanza di alternative più efficaci.
Se questo fosse il quadro reale delle capacità offensive iraniane, allora le immagini degli isolati di Tel Aviv devastati assumerebbero un significato diverso da quello comunemente attribuito. Non sarebbero il preludio di un’escalation sostenuta da ampie riserve di forza, ma piuttosto i residui, pur dannosi, di un apparato militare in progressivo esaurimento.
In questo scenario, perderebbero consistenza sia le accuse, diffuse all’inizio delle operazioni contro l’Iran, che denunciavano l’avventatezza di un’iniziativa militare mal calcolata, sia le critiche sull’inefficacia dei raid israelo-statunitensi nel neutralizzare la minaccia.
Resta naturalmente possibile che queste valutazioni — pur fondate su analisi fredde e non apologetiche, provenienti anche da osservatori non israeliani — si rivelino errate e che Israele si trovi esposto a ondate di attacchi missilistici ben più sostenute. Tuttavia, se si guarda ai dati e non soltanto all’impatto emotivo delle esplosioni e delle vittime, emerge per ora un dato: l’incubo della distruzione di intere città e di un numero incalcolabile di morti israeliani sembra essersi allontanato. Un incubo che, senza questa guerra, sarebbe rimasto pienamente attuale.
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