Riprendiamo dal RIFORMISTA del, 25/03/2026, a pagina 7, l'analisi di Lorenzo Vita dal titolo: "Trump avanza sul negoziato. Bin Salman si schiera con il No".
Lorenzo Vita
La strategia di Donald Trump con l’Iran rimane ancora un punto interrogativo per molti. Per il New York Times, il Pentagono sta valutando il dispiegamento di una brigata della 82ª Divisione aviotrasportata dell’Esercito nel Golfo. Una mossa, quella di inviare altri tremila soldati, che sembra il preludio alla conquista dell’isola di Kharg, l’hub del petrolio iraniano. O quantomeno un’ultima minaccia.
Ma mentre continuano i raid dell’Idf e delle forze Usa anche a Teheran, l’apertura di un negoziato è ormai certa. Gli Stati Uniti “stanno parlando con le persone giuste” in Iran e gli iraniani “vogliono fare un accordo”, ha detto il presidente americano parlando con i giornalisti alla Casa Bianca. “Hanno accettato di non avere mai un’arma nucleare”, ha proseguito il tycoon. E secondo Axios, non è da escludere che un primo incontro possa tenersi già domani.
Il Pakistan, ha scritto su X il premier Shehbaz Sharif, è “pronto” a ospitare i colloqui. Trump ha pubblicato sul suo social Truth il post dello stesso capo di governo. Secondo la stampa locale, ad aiutare il Paese asiatico sarebbero stati soprattutto Egitto e Turchia. E una delle ipotesi è che gli Stati Uniti potrebbero essere rappresentati dal vicepresidente J.D. Vance.
Se in America aumenta l’onda a sostegno di questi colloqui, nella Repubblica islamica, al momento, la narrativa è diversa. Con la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, che non si fa vedere e non si sa nemmeno se davvero è in grado di dare ordini, l’Iran alimenta la propaganda della linea “dura e pura”. Ieri Axios scriveva che era Washington ad attendere una risposta ufficiale di Teheran.
I Pasdaran cercano di rafforzare ulteriormente la loro posizione di forza nelle gerarchie iraniane. E lo conferma la nomina di Mohammad Bagher Zolghadr come successore di Ali Larijani alla guida del Consiglio di sicurezza nazionale. Un uomo che ha avuto sempre incarichi di rilievo nei Guardiani della Rivoluzione, nel ministero dell’Interno e in quello della Giustizia, che non è mai stato un diplomatico né una figura di spicco della politica ma perfettamente integrato negli apparati militari e paramilitari.
L’inizio di una “militarizzazione” degli apparati si unisce alle ultime notizie riguardo allo Stretto di Hormuz. Secondo Reuters, la posizione di Teheran sul corridoio del Golfo Persico è che il controllo sia della Repubblica islamica. A detta di Bloomberg, gli iraniani avrebbero anche iniziato a chiedere un pedaggio a qualsiasi nave fino a due milioni di dollari. E tra le garanzie sulle future aggressioni e nessuna trattativa riguardo al programma balistico, l’impressione è che l’Iran sia intenzionato a far vedere di non volere trattare.
Difficile dire se questo sia poi il reale interesse della Repubblica islamica. Un accordo, possibilmente anche rapido, potrebbe essere sfruttato da Teheran come strumento di propaganda, dando l’immagine di una vittoria. La sopravvivenza del regime, in parte, già lo sarebbe.
E anche per questo, non tutti, specialmente in Medio Oriente, appaiono convinti delle tempistiche scelte dalla Casa Bianca per questo negoziato. Israele è preoccupato dall’accelerazione. E non è un caso che già lunedì sera il premier Benjamin Netanyahu abbia sentito Trump e ribadito che qualsiasi intesa “salvaguarderà i nostri interessi”.
Secondo Axios, Netanyahu ha anche sentito Vance per discutere delle basi dell’eventuale negoziato (e si sono rincorse voci di profonde divergenze sulla Cisgiordania e sui coloni). E nel fronte del “no” a un accordo, quantomeno in questa fase, ci sarebbero anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Secondo il New York Times, il principe ereditario Mohammed bin Salman sta pressando Trump affinché continui la guerra e sfrutti una “opportunità storica” per cambiare il Medio Oriente. Il portale Middle East Eye ha rivelato nei giorni scorsi che Riad ha aperto la base King Fahd a Taif, nella zona occidentale del Paese, alle forze americane.
L’Arabia Saudita teme che, in caso di accordo, un Iran indebolito militarmente ma con un regime saldo ne uscirebbe comunque più forte. E, a detta del Wall Street Journal, dopo gli attacchi alle infrastrutture e agli impianti petroliferi, sauditi insieme agli Emirati Arabi Uniti avrebbero irrigidito le proprie posizioni al punto da essere disposti a unirsi alle operazioni contro l’Iran.
Per inviare la propria opinione al Riformista, cliccare sulla e-mail sottostante.
redazione@ilriformista.it