Riprendiamo dal RIFORMISTA del 24/03/2026, a pagina 7, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Rogo antisemita a Londra. Ora Starmer non fischietti".

Iuri Maria Prado
Nelle prime ore di lunedì 23 marzo un gruppo di terroristi ha dato fuoco alle autoambulanze di un’associazione di volontariato ebraico a Golders Green, un quartiere di Londra. Nel denunciare l’attentato antisemita, il primo ministro del Regno Unito, Sir Keir Starmer, ha fatto ricorso alla dichiarazione più trita e meno convincente: “L’antisemitismo”, ha detto il premier britannico, “non ha posto nella nostra società”. Si tratta della formula, stolida e ipocrita, cui si affidano puntualmente i responsabili politici dei Paesi travolti dall’ondata antisemita che è andata montando sempre più pericolosamente negli ultimi mesi. Essi non hanno il coraggio di riconoscere - perché riconoscerlo significherebbe autodenunciare la propria responsabilità - che l’antisemitismo ha preso posto eccome nelle società sottoposte al loro governo. Dare semplicemente e meccanicamente la “colpa” a Keir Starmer - così come al canadese Mark Carney, al francese Emmanuel Macron o all’australiano Anthony Albanese - di questo o quell’attentato antiebraico sarebbe ovviamente ingeneroso. Ma è imperdonabile far finta che i territori della violenza contro gli ebrei non siano stati fertilizzati dalle pratiche di noncuranza, di sottovalutazione e - non raramente - di plateale istigazione che quei governi hanno senz’altro legittimato. Le orde di manifestanti che sfilano per le strade di Londra inneggiando alla caccia degli ebrei, con la polizia che assiste impassibile, rinfacciano a quel premier attonito e sussiegoso che il ripudio dell’antisemitismo è tutt’al più un proclama, un principio teorico abbondantemente contraddetto dai fatti. E la sistematica, inesausta attività di criminalizzazione di Israele, puntualmente coniugata con la pluriennale distribuzione delle veline da tunnel sul genocidio, sulla carestia, sulla deliberata uccisione dei civili nella guerra di Gaza, non crea dibattito, non fa informazione, non richiama gli occhi sulla sofferenza dei palestinesi: semmai, arma le mani dei terroristi che uccidono a pugnalate gli ebrei davanti a una sinagoga di Manchester e, appunto, riempie le taniche di benzina che incendiano le ambulanze del volontariato ebraico. Il primo ministro del Paese in cui, a protezione degli ebrei, vengono organizzati percorsi speciali del trasporto pubblico (anche questo succede a Londra) avrebbe un dovere di governo diverso rispetto a quello in cui si esercita Keir Starmer. E cioè il dovere di riconoscere il proprio fallimento nel rendere effettivo quel principio soverchiato dalla realtà: anziché, pomposamente, proclamare che l’antisemitismo non ha diritto di cittadinanza nel Regno Unito, umilmente dovrebbe riconoscere che quella cittadinanza l’antisemitismo se l’è presa. E che è necessario revocargliela. Le vampe antisemite che ogni giorno più gravemente lambiscono l’Europa non si spengono dicendo che è vietato dar fuoco alle paglie, ma togliendo le torce dalle mani dei piromani e, soprattutto, smettendola una buona volta di attribuire all’imponderabile, all’imprevedibile, quasi a una specie di inopinata cattiva sorte, la terribile moltiplicazione di quei roghi. Prima di esserne vittime, le società sono generatrici dell’antisemitismo che le divora. Valeva per le società europee di ottanta anni fa; vale per quelle di oggi. Pensando che il cancro sia una malattia altrui, Paesi come il Regno Unito di Keir Starmer assistono al lavoro della metastasi che li consuma.
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