Riprendiamo da LIBERO del 26/02/2026, a pag. 7, con il titolo "La farsa della mini Flotilla: «Da Ancona verso Gaza»" la cronaca di Claudia Osmetti.
Claudia Osmetti
«Non siamo noi a liberare la Palestina, ma è la Palestina che ci libera».
Noialtri invece, ossia noi qui a Libero e i suoi lettori, noi che di queste sbandierate vento in poppa ne abbiamo fin sopra i capelli, tra l’altro considerando che lo scenario mediorientale è del tutto cambiato rispetto alla “gloriosa" traversata estiva di Greta e compagni dell’anno scorso, da questi annunci a favor di social, rimbalzati su internet e osannati nei circolini radical-chic della sinistra propal, non ci liberiamo più.
Avanti così, altro giro altra corsa ché la parola più inflazionata del biennio 2025-26 è “flotilla”: da Cuba a Gaza, con o senza i vip a bordo, in barca o in aereo fa lo stesso, l’importante è trovare la rotta, mettersi una keffiah al collo e riprendersi col telefonino mentre si salpa per lottare con gli oppressi. Fa niente se nella Striscia il problema (come è sempre stato) è Hamas e non Israele: è arrivata la primavera, s’allungano le giornate, vorrai mica sprecare l’ennesima opportunità per dare un colpo al colonialismo (sic) e all’apartheid (altro sic) israeliano?
I (nuovi) naviganti per Gaza sono gli attivisti del coordinamento Marche perla Palestina che ieri pomeriggio, dal porto di Ancona, sono salpati in direzione Rafah: o meglio, per adesso hanno lasciato casa dirigendosi verso la Sicilia perché lì si uniranno alla seconda spedizione della missione umanitaria Global sumud flotilla che ha esattamente lo stesso obiettivo di qualche mese fa, ossia portare ai gazawi aiuti umanitari (perché, evidentemente, le 800 tonnellate di materiale che il programma Food for Gaza a cui ha contribuito il governo italiano non sono sufficienti, mentre le cambuse semivuote -c’era tanto di documentazione fotografica- dell’autunno scorso hanno cambiato le sorti della situazione) e richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla popolazione palestinese visto che, dobbiamo essere onesti, oramai, tra il referendum e la campagna a riguardo, i bombardamenti in Iran che pure c’entrano però non galvanizzano del tutto, la famiglia del bosco e il festival di Sanremo, qui abbiamo perso un po’ tutti la bussola.
Il copione è quello di sempre: levano le ancore e tentano di entrare nelle acque di Gaza, ai propal marchigiani un professore di Fisica tecnica dell’università ha regalato cinque forni solari per cucinare senza energia elettrica e senza gas, qualcun altro li ha omaggiati con dei vessilli della Palestina cuciti a mano (e immediatamente issati sulle barche), loro riscoprono l’armamentario tradizionale dell’attivista di sinistra (il movimento nasce «dall’urgenza etica e politica di rispondere al progetto coloniale sionista, all’apartheid e al genocidio in Palestina attraverso la solidarietà attiva e la disobbedienza civile»), vogliono «spezzare l’assedio» di Gerusalemme e «affermare i diritti del popolo palestinese». Che in realtà sarebbe una missione giusta e sacrosanta, solo che andrebbe indirizzata a chi davvero tiene i civili di Khan Yunis e di Jabalia nella miseria e nella paura, li fa vivere come scudi umani e se ne frega della loro sorte, i tagliagole della Jihad islamica e i terroristi di Hamas. Ma abbiamo provato a spiegarlo in tutte le salse ed è ecco come è andata a finire: con l’ennesima traversata del Mediterraneo su una barca a vela di sedici metri con otto attivisti sopra. Contenti loro.
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