Riprendiamo da IL TEMPO del 23/03/2026, a pag. 9, con il titolo "Iran sempre più fragile. Gli Usa e l'arma del petrolio", l'analisi di Francesca Musacchio.
Nulla sarà più come prima. Dopo oltre venti giorni dall’inizio della guerra, il punto non è se Teheran resisterà ma quanto resisterà. Perché il sistema che emergerà non sarà più lo stesso: più fragile, penetrabile e dipendente. Un regime ancora in piedi, ma già assai diverso da quello che era. Sarebbe questa, secondo fonti autorevoli consultate da Il Tempo, la strategia congiunta di Stati Uniti e Israele: disarticolare gli ayatollah fino a renderli strutturalmente più deboli e incapaci di ricomporsi. L’Iran, dunque, sarebbe entrato in una fase di deterioramento profondo, dove la sopravvivenza formale del potere non coincide più con la sua capacità reale di controllo, proiezione e stabilità. Oltre ai nomi eccellenti eliminati durante i raid, alcuni di quelli che restano valuterebbero la fuga. Tra questi addirittura il presidente Masoud Pezeshkian, che avrebbe chiesto asilo in India, mentre Fugdis Immout, comandante di alto rango dei Basij, sarebbe in Israele. Ma il nodo è il petrolio. Un documento del 2025 dell’Office of Foreign Assets Control definisce in modo esplicito la linea americana: «maximum pressure», finalizzata a ridurre le esportazioni petrolifere iraniane verso lo zero e negare al regime l’accesso ai ricavi. Lo stesso documento quantifica l’export via mare in circa 1,6 milioni di barili al giorno di greggio e 0,4 di prodotti raffinati e individua nell’isola di Kharg il nodo centrale, da cui passa circa il 90% delle spedizioni. È lì che si concentra il cuore finanziario del regime. Ed è lì che si gioca la partita. L’Ofac descrive un sistema basato su una elusione strutturale: trasferimenti nave a nave, spegnimento dei transponder AIS, documentazione falsificata, catene proprietarie opache, utilizzo di registri di bandiera a bassa tracciabilità. Una flotta ombra composta da navi vecchie, spesso in condizioni precarie, che oltre a violare le sanzioni espone a rischi operativi. È su questa architettura che si è costruita la resilienza iraniana negli anni e che oggi viene colpita, ma con un salto di qualità: designazioni mirate contro individui, società e navi, con un legame diretto tra vendita di petrolio e finanziamento delle reti armate del regime. La strategia sarebbe lo strangolamento finanziario progressivo. Dentro questo quadro si inserisce lo Stretto di Hormuz. Tra il 1 e il 15 marzo sono transitate almeno 89 navi, di cui 16 petroliere, contro 100-135 al giorno prima della guerra, con oltre 16 milioni di barili esportati, soprattutto verso la Cina. Parallelamente gli Usa, secondo il Tesoro, consentono un passaggio limitato per evitare shock globali. Ma le navi transitate, secondo le fonti, trasportavano petrolio già venduto, già pagato, di fatto non più nella disponibilità economica di Teheran. Gli Usa dunque controllerebbero il flusso autorizzando il passaggio di carichi che non generano nuovi introiti per l’Iran. Il petrolio esce, ma i soldi non tornano indietro. Secondo le stesse ricostruzioni, parte di quei proventi sarebbe già immobilizzata in circuiti finanziari esterni, in particolare in Qatar, sottratta di fatto alla disponibilità del regime che continuerebbe a esportare ma a non incassare. La durata della guerra, però, resta incerta: dipende da scorte, produzione e capacità logistiche difficili da quantificare. Il regime vantava uno dei più grandi arsenali missilistici della regione e mantiene capacità residue, soprattutto nei droni, più sostenibili nel tempo. Tuttavia, tra strike su basi, difficoltà di rifornimento e danni alla componente navale ed energetica, la sua capacità operativa risulta già significativamente degradata.
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