Amati infedeli
Analisi di Giulio Meotti
Testata: Il Foglio
Data: 21/03/2026
Pagina: II
Autore: Giulio Meotti
Titolo: Amati infedeli

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 21/03/2026, a pagina II, l'analisi di Giulio Meotti dal titolo: "Amati infedeli ".

Informazione Corretta
Giulio Meotti

Burn an American Flag? Some Iranians Are Saying No - The New York Times
La Repubblica Islamica è la Repubblica delle contraddizioni: in patria i suoi leader impongono un integralismo religioso che impoverisce la popolazione, mentre per sé e per le proprie famiglie scelgono l’Occidente per studiare, curarsi e vivere nel lusso. Lo stesso Mojtaba Khamenei si sarebbe rivolto a cliniche londinesi per cure mediche

 

Durante la Guerra fredda, i rampolli dell’ap parato sovietico sapevano che il Grande Fratello li osservava con occhio gelido. Se volevano assaporare il capitalismo decadente occidentale dovevano disertare, rinnegare il padre, la patria e il ritratto di Lenin appeso in salotto. Svetlana Alliluyeva, figlia di Stalin, disertò nel 1967 durante un viaggio in India e si trasferì negli Stati Uniti. Yuri Nosenko, figlio del ministro sovietico dell’industria navale, scappò nel 1964.

La Repubblica islamica dell’Iran ha risolto il problema con eleganza teocratica. Nel teatro dell’ipocrisia geopolitica, pochi spettacoli raggiungono la perfezione stilistica del clero iraniano e dei suoi rampolli. Da un lato, la Guida suprema (o quel che ne resta, tra droni e successioni accelerate) tuona dal pulpito di Qom contro il “Grande Satana”, il decadente occidente corrotto dal materialismo, dal consumo e dalla nudità promiscua delle sue metropoli. Dall’altro, i figli e i nipoti di questi stessi custodi della virtù islamica preferiscono di gran lunga il materialismo di Knightsbridge al martirio promesso, il pil svizzero alle 72 vergini, l’Iban lussemburghese al biglietto di sola andata per il paradiso dei shahid.

Eshagh Ghalibaf ha studiato in un’università australiana e trascorso le vacanze a Milano, Parigi, Amsterdam, Zurigo, Dubai e Istanbul prima di puntare il suo sguardo sul Canada. E’ il figlio di un falco del regime iraniano, che ha ucciso migliaia di manifestanti e sta ora attaccando i suoi vicini con i missili. Sebbene suo padre, presidente del Parlamento iraniano, abbia dichiarato che la Repubblica islamica si difenderà “fino all’ultimo respiro”, il figlio sembra avere altre idee. Un comandante del corpo delle Guardie rivoluzionarie ha confessato che nel 2024 quattromila figli e parenti stretti di funzionari del regime vivevano in paesi occidentali.

Moradkhani Khamenei, nipote della defunta Guida suprema, vive a Parigi, da dove ha pubblicato una lettera della madre Badri, sorella dell’ayatollah, in cui rinnega la Rivoluzione islamica: “Il regime non ha portato altro che sofferenza e oppressione per l’Iran e gli iraniani. Il popolo dell’Iran merita libertà e prosperità e la loro insurrezione è legittima e necessaria per ottenere i loro diritti”. Un’altra figlia della sorella, Farideh, è stata arrestata in Iran mentre protestava contro il regime, come Faezeh Rafsanjani, figlia dell’ex presidente Rafsanjani. Hassan Khomeini, che col nonno visse di esilio, in tempi non sospetti fece persino appello agli Stati Uniti perché dessero una mano a cambiare il regime a Teheran. “La rivoluzione di mio nonno ha divorato i suoi figli. La libertà deve arrivare all’Iran, non importa come”. Un figlio del presidente Hassan Rohani si è ucciso lasciando una lettera indirizzata al padre: “Odio il tuo governo, le tue menzogne, la tua corruzione, la tua religione, le tue doppiezze, la tua ipocrisia. Mi vergogno a vivere in questo ambiente, dove ogni giorno devo mentire ai miei amici, spiegare loro che mio padre non fa parte di tutto questo. Dire che mio padre ama questo paese, che non è vero. Mi fa star male vederti, padre, baciare la mano di Khamenei”.

Altri, meno coraggiosi, se ne vanno. La figlia del capo della sicurezza nazionale ucciso da Israele Ali Larijani, Fatemeh Ardeshir Larijani, era professoressa presso la facoltà di medicina della Emory University di Atlanta fino al mese scorso, quando l’istituto ha annunciato il licenziamento in seguito a una petizione che ne chiedeva l’espulsione. Il fratello di Larijani, Mohammad-Javad Larijani, consigliere della Guida suprema, ha un figlio, Hadi, professore alla Glasgow Caledonian University nel Regno Unito. Il fratello di Hadi, Sina, è invece direttore della Royal Bank of Canada a Vancouver. Due continenti, due stipendi in valuta forte, zero pietre da lanciare contro le ambasciate. Zahra Mohaghegh Damad è figlia dell’ayatollah Damad, un importante religioso che ha ricoperto vari incarichi nel governo iraniano. Zahra è anche nipote di Ali Larijani e lavora come professoressa nel dipartimento di ingegneria nucleare, del plasma e radiologica presso l’Università dell’Illinois. E’ inoltre direttrice di un’unità che analizza i rischi dei “sistemi tecnologici complessi”, inclusi impianti nucleari commerciali e reattori.

Zeinab Hajjarian è figlia di Saeed Hajjarian, che ha svolto un ruolo di primo piano nell’apparato di sicurezza e intelligence iraniano dopo la rivoluzione del 1979. Zeinab è professoressa di Ingegneria biomedica alla University of Massachusetts Lowell. Nel frattempo, alla George Washington University, Ehsan Nobakht è professore di malattie renali e ipertensione. E’ figlio di Ali Nobakht, vice ministro della Sanità del regime.

Non è dunque solo un problema di “aghazadeh”, il termine con cui gli iraniani chiamano i figli e le figlie dell’élite che se la godono. Sei figli di Morteza Saghaiannejad, l’ex sindaco di Qom, risiedono negli Stati Uniti. Anche Erfan Danesh Jafari, figlio di Davood Danesh Jafari, ministro dell’Economia sotto Mahmoud Ahmadinejad, vive negli Stati Uniti. Naima Taheri, un’altra nipote di Khomeini, è in Canada. Salehe Ramin, figlia di Mohammad Ali Ramin, vice ministro della Cultura sotto Ahmadinejad, lavora all’estero. Leila, figlia dell’ex presidente Mohammed Khatami, ha lasciato il paese e vive all’estero con il marito. Insegna matematica all’Union Theological Seminary di New York, una scuola teologica affiliata alla Columbia University. Leila ha lasciato l’Iran nel 2004 e da allora ha studiato e insegnato in Francia, Italia e Stati Uniti, costruendosi una carriera lontana dal regime di papà. Dopo gli attacchi aerei statunitensi contro l’Iran, la foto e la biografia di Leila Khatami sono state rimosse dalla pagina web del dipartimento di Matematica. Sua zia è una nipote. “Loro hanno trasformato l’Iran in un inferno per noi iraniani, mentre i loro figli vivono in occidente, occupando posizioni chiave nelle università e diffondendo valori anti-occidentali”, ha scritto un critico del regime su X.

Hamidreza Aref, figlio di Mohammedreza Aref, vicepresidente di Khatami, ha un fratello che vive in Germania e lavora come professore universitario. Anche la nipote dell’ex presidente Rouhani, Maryam Fereydoun – figlia del fratello ed ex collaboratore di Rouhani, Hossein Fereydoun – lavora per la Deutsche Bank a Londra. Fereydoun è stato un pilastro della Rivoluzione fin dall’inizio. Fu responsabile della sicurezza di Khomeini quando il religioso fece ritorno in Iran nel 1979. Ha ricoperto la carica di governatore e di ambasciatore, prima di diventare uno dei consiglieri del fratello dopo la sua vittoria elettorale.

Vivere a New York ha senza dubbio esposto Fereydoun e la sua famiglia ai pericoli dell’“influenza occidentale”, ma non abbastanza da impedire a Maryam di frequentare la Columbia University e la prestigiosa London School of Economics grazie a una borsa di studio Lord Dahrendorf, sponsorizzata dalla Deutsche Bank per “studenti provenienti da paesi emergenti”. Il marito, figlio dell’ambasciatore iraniano in Svizzera, ha preso un dottorato di ricerca a Oxford. 

Anche Seyed Ahmad Araghchi, nipote dell’attuale ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi, si è laureato alla City University di New York, un’università finanziata con fondi pubblici. Un altro rampollo del regime residente negli Stati Uniti è Eissa Hashemi, professore alla Chicago School di Los Angeles. La rivoluzione islamica ha generato anche figli che oggi spiegano il capitalismo ai laureandi occidentali. Eissa è il figlio di Masoumeh Ebtekar, l’ex parlamentare e ministro che si guadagnò il soprannome di “Maria Urlante” come portavoce degli studenti radicali che tennero in ostaggio i diplomatici nell’ambasciata statunitense a Teheran per 444 giorni, al culmine della rivoluzione del 1979. E pensare che subito dopo la fondazione della Repubblica islamica, i leader iraniani chiusero l’intero sistema universitario del paese per “epurarlo dall’influenza occidentale”. Anche Mahdi Zarif vive negli Stati Uniti; suo padre, Mohammad Javad Zarif, era ministro degli Esteri iraniano durante i negoziati che portarono all’accordo sul nucleare del 2015, successivamente annullato da Trump (lo stesso Zarif ha studiato a San Francisco, si è specializzato alla Columbia a New York e ha preso il dottorato a Denver).

Hanieh Safavi, figlia del generale dei pasdaran Yahya Rahim Safavi, è psicologa a Melbourne. Safavi è uno dei più stretti consiglieri della Guida suprema, che ha contribuito a definire il concetto di “resistenza culturale” e ha supervisionato l’imposizione dell’hijab obbligatorio per le donne (ma non per la sua, a quanto pare). Zahra Takhshid, nipote dell’ayatollah Mohammadreza Mahdavi-Kani, capo dell’Assemblea degli esperti e custode della purezza ideologica del regime, insegna diritto al Denver Sturm College. Il suo lavoro si concentra su “diritti, libertà e media digitali”: temi che si scontrerebbero immediatamente con la censura di stato nel suo paese. E’ un copione che si ripete con monotona regolarità.

I leader predicano l’austerità, la resistenza, il sacrificio supremo. I figli frequentano campus occidentali, banche occidentali, ospedali occidentali. La guerra santa può attendere: prima bisogna finire il master, poi sistemare il fondo fiduciario, infine magari – ma solo se proprio necessario – mandare un tweet di solidarietà da una terrazza con vista su Central Park. Anche i capi dei proxies iraniani hanno imparato come si fa. La sorella di Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas ucciso da Israele, ha dato alla luce un bambino prematuro, ricevendo cure salvavita dall’équipe medica israeliana. Anche la figlia tredicenne, la moglie e la nipotina di un anno (Amal Haniyeh) del leader di Hamas sono state ricoverate in ospedali israeliani. Senza considerare il tumore al cervello che i medici israeliani hanno curato a Yahya Sinwar, il leader di Hamas a Gaza. Hussein, nipote dell’alto funzionario di Hamas Mousa Mohammed Abu Marzouk, non poteva essere più entusiasta del lancio di una gara di motori che ha organizzato in Malesia, a una bella distanza da Gaza. Si trattava di una sua impresa personale, l’occasione per mostrare il suo hobby e la sua passione per le auto di lusso. Ha guidato personalmente una scintillante Audi argento nuova di zecca. Abu Marzouk ha cinque figli e una figlia. Umar fa il medico in Qatar, dove l’altro figlio Billal fa il ristoratore, Tarek è un uomo d’affari in Turchia; mentre vivono negli States il figlio Annas e la figlia Ruba. Ma tra tutti i “nepo-babies” di Hamas, il vero festaiolo è Muhammed, figlio di Ghazi Hamad, membro dell’ufficio politico di Hamas che vive in Qatar. Muhammed si assicura di viziare gli amici con i soldi della famiglia. Li fa volare a Sharm el Sheikh nel Sinai, li sistema in hotel a cinque stelle e paga tutte le spese di intrattenimento nella vicina Dahab.

Khaled Meshaal, che ha guidato l’ufficio politico di Hamas per vent’anni ed è stato uno dei suoi fondatori, ha tre figlie e quattro figli. Sembrano apprezzare di più il patrimonio di famiglia che il martirio. Un figlio, suo figlio, Omar Khaled Meshaal, controlla un piccolo impero finanziario, ha la cittadinanza americana e si è laureato in una delle migliori università degli Stati Uniti. Anche le figlie di Meshaal si sono fatte una carriera: Fatma è ingegnera informatica, mentre Nur è dentista. La moglie di Meshaal ha detto a un giornale giordano che le sarebbe piaciuto vedere i suoi figli seguire le orme del padre. “Incito i miei figli e figlie a essere come il loro padre. E’ un’ispirazione sia per me che per loro. E’ una grande e faticosa responsabilità, ma è un dovere nazionale e secondo la sharia, per noi come musulmani e soprattutto come palestinesi”. Il desiderio della signora Mashal non si è realizzato. Nessuno dei figli della famiglia è coinvolto nella lotta palestinese, preferendo godersi la ricchezza. Infine c’è la notizia, emersa da cablo diplomatici americani, che ha il sapore amaro di una barzelletta teocratica: il nuovo custode della rivoluzione islamica ha dovuto ricorrere alla scienza infedele per garantirsi la discendenza. Quando Mojtaba Khamenei, Guida suprema iraniana, ha avuto un problema di impotenza, la sua scelta non è stata un ospedale dell’“asse della resistenza” a Sanaa o a Beirut, ma a Londra.

Così, mentre i giovani di Teheran bruciano veli e sogni sotto i i colpi dei basij, i veri infedeli brindano in occidente al trionfo della contraddizione: la Repubblica islamica è esportatrice netta di figli dell’apparato. E mentre i padri continuano a promettere il paradiso dei martiri, i rampolli si assicurano il paradiso fiscale. La guerra santa può attendere. Prima c’è da rinnovare il visto.

Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostanti

lettere@ilfoglio.it