Italia e altri 5 Paesi Ue per assicurare Hormuz Trump: «Troppo tardi»
Analisi di Lorenzo Vita
Testata: Il Riformista
Data: 20/03/2026
Pagina: 8
Autore: Lorenzo Vita
Titolo: Italia e altri 5 Paesi Ue per assicurare Hormuz Trump: «Troppo tardi»

Riprendiamo dal RIFORMISTA del, 20/03/2026, a pagina 8, l'analisi di Lorenzo Vita dal titolo: "Italia e altri 5 Paesi Ue per assicurare Hormuz Trump: «Troppo tardi»".


Lorenzo Vita

Dall'Europa solo no a Trump: nessun impegno per lo Stretto di Hormuz
Gli Stati Uniti e gli alleati puntano a garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz, anche valutando opzioni militari, mentre l’Europa offre supporto limitato senza entrare in guerra. Ma per Trump questa posizione poco decisa dell'Europa non è sufficente

Navigare in sicurezza nello Stretto di Hormuz. Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti vorrebbero arrivare a questo risultato a ogni costo, al punto che si starebbe pensando a un’operazione dei Marines che prevede la conquista di alcune isole iraniane della zona per usarle come leva negoziale o come avamposto. Ed è questo l’obiettivo anche di Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone, i cui governi ieri hanno firmato un documento congiunto (diffuso da Londra) per condannare gli attacchi dell’Iran contro le navi nel Golfo Persico e per esprimere “disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto”. Per adesso non ci sono dettagli su come dovrebbe concretizzarsi questa proposta. La nota dei sei Paesi parla di una “pianificazione preparatoria” su cui stanno impegnando diversi governi. “Qualora ci dovesse essere una missione Onu, noi siamo pronti a fare la nostra parte. Partecipare a una guerra assolutamente no” ha chiarito il vicepremier Antonio Tajani. E oltre a rassicurare le compagnie di navigazione, le monarchie del Golfo e il mercato energetico globale, quello di ieri è anche un messaggio che serve a evitare l’eccessiva irritazione di Donald Trump. In questi giorni, il tycoon ha subito critiche e stop da parte di molti Stati occidentali, anche di governi amici. Rabbia sintetizzata soprattutto dalle parole del segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che ieri, in conferenza stampa, ha puntato il dito contro gli “ingrati alleati in Europa”, colpevoli di non avere sostenuto Trump nell’attacco all’Iran. Una mano tesa, dunque. Ma questo non esclude le perplessità degli alleati di Washington. L’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, soprattutto dopo l’attacco al giacimento South Pars, inquietano sia gli europei che i partner asiatici. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che un altro attacco alle sue infrastrutture energetiche riceverà una risposta che “non avrà alcuna moderazione”. E durante una telefonata con il suo omologo giapponese Toshimitsu Motegi, Araghchi ha affermato che i Paesi che si uniranno agli sforzi degli Stati Uniti per riaprire Hormuz saranno considerati “complici” degli aggressori. La tensione è alta nel Golfo. I missili iraniani continuano a piovere su tutte le petromonarchie. I ministri degli Esteri di Azerbaigian, Bahrein, Egitto, Giordania, Kuwait, Libano, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Siria, Turchia ed Emirati hanno pubblicato una nota per condannare gli “attacchi deliberati” da parte dell’Iran, che “non possono essere giustificati in nessuna circostanza”. Araghchi ha sentito tre di loro, cioè gli omologhi ad Ankara, Islamabad e al Cairo, per chiedere un coordinamento contro le “azioni destabilizzanti e di escalation” di Stati Uniti e Israele. Ma le monarchie del Golfo sembrano ormai sempre più inquiete. Ieri, le bombe iraniane sono riuscite a colpire anche una raffineria ad Haifa, in Israele. Uno strike arrivato dopo che per tutto il giorno e la notte le sirene d’allarme hanno suonato in tutto lo Stato ebraico. E adesso, Washington sta cercando di capire come imprimere una svolta mentre i Pasdaran non fermano la loro ritorsione, resistono sia sul piano politico che militare (ieri è stato colpito un F-35 americano). Mentre l’Idf colpisce a oltranza fino ad arrivare alle forze navali iraniane nel Mar Caspio, secondo Reuters gli Usa starebbero anche pensando allo schieramento di altre migliaia di soldati statunitensi nella regione. Scenario in parte smentito da Trump nell’incontro con la premier giapponese Sanae Takaichi, dove ha detto che non impiegherà truppe di terra. La direttrice della National Intelligence, Tulsi Gabbard, ha ammesso però in un’audizione alla Commissione Intelligence della Camera che gli obiettivi degli Stati Uniti sono diversi da quelli di Israele. Sia lei che il direttore della Cia, John Ratcliffe, hanno fatto capire di non essere al corrente di quale sia il livello di coordinamento tra Trump e Benjamin Netanyahu, a cui The Donald avrebbe detto di non attaccare gas e petrolio. E i dubbi del Congresso aumentano per l’ambiguità delle dichiarazioni del presidente e per il costo della guerra. Il Pentagono vuole chiedere oltre 200 miliardi di dollari al Congresso per finanziare il conflitto. Hegseth, rispondendo ai giornalisti, ha detto che “ci vogliono soldi per uccidere i cattivi”. Ma l’opinione pubblica americana appare sempre più perplessa dal modo in cui è condotta la guerra.

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